Il Sole delle Alpi, è cosa nota, è uno dei simboli scelti da Bossi e i suoi per dare corpo e immaginario alla loro piccola patria chimerica e senza, per fortuna, precedenti storici. E alla luce di quel sole devono aver finito per crederci davvero all’esistenza di una Padania con radici culturali peculiari rispetto al resto del Paese, come se fossimo nei Paesi Baschi o al Roath Park di Cardiff. Così alle richieste pressanti di federalismo in salsa menefreghista han finito per accompagnare una retorica irredentista infarcita da richiami culturali di dubbia natura e dal rifiuto di tutto quello che appartiene a Roma e al suo governo. Capolavoro politico, se si considera che negli ultimi dieci anni la Lega ne ha passati otto nell’esecutivo nazionale. Inevitabile che l’enfasi unna giocasse al tiro alla fune con il centocinquantesimo dell’Unità italiana. Rimediate magre figure a Roma, dove la Lega ha in parte disertato le cerimonie e in parte ha partecipato, l’occasione per la verifica dei sentimenti di padanità degli elettori del carroccio dove meglio avrebbe potuto aver luogo se non a Varese, città in fazzoletto verde dal 1993? Capita infatti che, proprio nei giorni dei festeggiamenti, il Presidente della Repubblica arrivi nella città dell’Insubria. In città ci sono parecchi tricolori, mancano solo ai balconi di qualche istituzione locale, presidiata dai leghisti. Ed ecco che i cittadini accorsi in piazza, a furor di popolo e di fischi, impongono che anche da quelle finestre sventoli il tricolore nazionale. La giornata è una giornata di festa, dove il consenso per le parole del Presidente è la cornice per un senso di appartenenza ritrovato e chiude, simbolicamente e non solo, le polemiche e i distinguo sulla festa nazionale.
Walter Badaloni (le ragioni.it)

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