
La grazia concessa a Nicole Minetti non è un atto di clemenza, è la radiografia di un sistema che si autoassolve mentre finge di indagare.
Il Corriere della Sera la racconta come una pratica amministrativa chiusa con ordine, un faldone che passa dal Ministero al Quirinale con la compostezza di un timbro: “false notizie sui festini”, “la Procura conferma il sì”, “Nordio soddisfatto, il caso si chiude qui”. Tutto pulito, tutto regolare, tutto archiviato. Ma dietro la compostezza delle righe istituzionali si muove la macchina della rimozione: la Procura che indaga su se stessa, il Quirinale che firma in silenzio, il ministro che sorride, e soprattutto un parere di ventitré righe che pretende di riscrivere la realtà.
Il Fatto Quotidiano, invece, squarcia la tela e mostra le cuciture: “rogatoria inesistente”, “indagine Interpol incompleta”, “testimoni ignorati”, “fatti negati senza verificarli”.
Travaglio lo scrive con la precisione di un chirurgo e la ferocia di chi sa che la verità non è mai elegante: il parere del Pg è una farsa, la grazia firmata in segreto, le indagini rifatte dagli stessi che avevano sbagliato. L’oste interrogato sul vino risponde che è ottimo. E il vino, infatti, è ottimo: perché è quello dell’impunità, servito freddo e con etichetta istituzionale.
Il Corriere costruisce la narrazione della normalità: la Procura conferma, il bambino ha bisogno della madre, la grazia è giustificata. Tutto si riduce a una questione di salute e di famiglia, come se la giustizia fosse un affare domestico. Le parole sono calibrate, i toni misurati, la conclusione inevitabile: “il caso si chiude qui”.
Il Fatto ribalta la scena e mostra ciò che non torna: le rogatorie mai partite, le richieste inevase dall’Uruguay, l’Interpol che non ha concluso nulla, la Procura che ammette di non aver fatto accertamenti internazionali perché “previsti solo nei procedimenti penali in corso”.
Eppure la grazia è stata concessa lo stesso.
Eppure il Quirinale ha firmato lo stesso.
Eppure Nordio ha sorriso lo stesso.
E poi c’è il nodo più tossico, quello che il Corriere sfiora appena e che il Fatto invece mette al centro: i rapporti di Cipriani, compagno di Minetti, con Jeffrey Epstein e Harvey Weinstein.
Non illazioni, non fantasie, ma frequentazioni documentate, foto, contatti, amicizie che non hanno mai smesso di esistere.
È in quel mondo che si collocano i festini a Ibiza e Punta del Este, le escort, le massaggiatrici, le testimonianze di chi ha visto e raccontato.
È in quel mondo che si colloca Graciela, la testimone oculare che parla di “feste di droga e sesso” e molestie, e che chiede di essere ascoltata dai magistrati. Ma i magistrati non la ascoltano: preferiscono interrogare “numerose persone informate sui fatti” trovate dagli avvocati di Minetti e Cipriani.
La verità diventa un optional, la giustizia un esercizio di stile, la testimonianza diretta un fastidio da aggirare.
Il Corriere parla di “controffensiva legale”, di “richiesta di danni”, di “cambio di vita”.
Il Fatto mostra invece la continuità dei festini, le testimonianze di chi ha visto, le prove ignorate, i contatti internazionali mai verificati.
Due giornali, due Italie: quella che chiude e quella che apre ferite. Nordio e Mattarella appaiono come i custodi di una giustizia che si difende da se stessa, mentre Travaglio li inchioda al paradosso morale di un Paese che perdona chi non si è mai pentito.
La grazia diventa così il simbolo di una clemenza che non redime ma cancella, di una verità che non si cerca ma si riscrive, di un potere che non ammette di essere stato preso in giro e allora preferisce prendere in giro l’intero popolo italiano.
E mentre il Corriere archivia, il Fatto denuncia, il Quirinale tace, la Procura si autoassolve, il ministro applaude, il popolo resta spettatore di un teatro dove il sipario cala sempre sullo stesso atto: l’assoluzione dei potenti, la punizione dei deboli, la verità che resta fuori dalla porta.
Il vino era ottimo. Per loro!
Angioletta Massimino

Angioletta Massimino, con la sua analisi sul caso Minetti ,ha centrato il bersaglio.
Ci fatto capire quando la giustizia si scontra con i poteri forti, diventa fragile e si aggrappa agli specchi per dimostrare alla povera gente che è imparziale, mentre è di parte anche a livello istituzionale.