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Due indicatori del disastro globale

Economie come Canada, Australia e Brasile tutte dipendenti dalle esportazioni di materie prime e un decennio fa abbastanza in salute, sono entrate in recessione e ora a questi paesi si sono aggiunti altri due malati: Cina e Germania.

di Gerardo Coco | 25 Marzo 2019

Per avere un’idea immediata della tendenza dell’economia mondiale basta dare un’occhiata al Baltic Dry Index (Bdi), l’indice dell’andamento dei costi del trasporto marittimo e dei noli delle navi cargo che trasportano materiali non liquidi (dry) utilizzati per la produzione di beni intermedi e finiti importanti (acciaio, cemento, alimentari ecc). Ritenuto anche come indicatore di previsione per l’attività economica, quando diminuisce segnala il calo dei prezzi di spedizione e la contrazione degli scambi mondiali mentre quando aumenta significa che la domanda di trasporto di merci tende a superare l’offerta e il mercato si riequilibra a un livello di prezzi superiore. Tuttavia poiché l’offerta di navi cargo è poco elastica (per costruire una nave sono necessari un paio anni e comprarla è anche costoso), il Bdi tende a riflettere principalmente la riduzione della domanda di materie prime. Ebbene l’indice, che si misura in punti, è in caduta libera: dal livello di 1800 nel luglio 2018 è sceso a 600 punti all’inizio del 2019. Un calo del 70%, più che un rallentamento, segnala depressione dell’economia globale.

 

Economie come Canada, Australia e Brasile tutte dipendenti dalle esportazioni di materie prime e un decennio fa abbastanza in salute, sono entrate in recessione e ora a questi paesi si sono aggiunti altri due malati. Il primo è la Cina, secondo motore dell’economia mondiale che, dalla fine dello scorso anno, a causa della combinazione di eccesso di debito e della guerra commerciale con gli Stati Uniti ha ridotto la domanda di risorse necessarie per il settore costruzioni (minerale di ferro, rame, bauxite) e il settore dei prodotti agricoli. Il secondo grande malato è la Germania la cui espansione economica negli ultimi anni è stata guidata dal surplus commerciale, in forma di prodotti ingegneristici di alta qualità, proprio verso la Cina a seguito del massiccio programma di incentivi di questo paese. La frenata della crescita cinese significa quindi anche frenata della produzione industriale tedesca. Ma per la Germania il peggio deve ancora arrivare perché a seguito della Brexit, il primo mercato europeo per le auto tedesche, il Regno Unito, rischia di crollare. (Bruxelles, volendo punire l’Inghilterra, paese importatore, si darà la zappa sui piedi penalizzando molto più duramente il motore dell’unione europea, ma questo è un altro discorso).

 

Il secondo preoccupante indicatore è, a partire dalla Grande Recessione, il calo della velocità di circolazione della moneta nei principali paesi industriali. Questo indice misura quante volte l’euro, il dollaro o lo yen è speso e rispeso nell’economia cioè la frequenza o rapidità con cui un’unità monetaria viene utilizzata per acquistare beni e servizi entro un determinato periodo di tempo. Pertanto la velocità della moneta non è altro che la velocità del “giro d’affari” e si calcola dividendo il Pil per lo stock monetario, quest’ultimo solitamente indicato con l’aggregato monetario M2 (circolante, depositi e attività finanziarie con alto grado di liquidità). Pertanto Pil/M2 = Velocità di circolazione.

 

La velocità dipende dalla domanda di moneta espressa dai saldi di cassa o liquidità che il pubblico detiene per le normali necessità di pagamenti e far fronte a imprevisti. Maggiore è questa domanda minore è la velocità del denaro e viceversa. In tempi di incertezza e di crisi, la “scorta” di moneta aumenta e la velocità diminuisce. Un’economia in crescita comporta un’alta velocità monetaria con una tendenza all’inflazione; all’opposto una decrescita comporta una diminuzione di velocità con una tendenza alla deflazione. In un’economia in crescita la velocità può arrivare a 6 e ciò significa che la domanda o scorta monetaria del pubblico è pari a solo 1/6 del reddito disponibile mentre il resto viene speso.

 

Come mai dopo tutti gli stimoli monetari per fronteggiare la crisi di questi ultimi anni la velocità di circolazione non solo non è aumentata ma nei paesi sviluppati è collassata e, nell’eurozona è scesa addirittura a 0.94, addirittura al di sotto dell’unità, segnalando che il denaro creato a livello aggregato non circola neppure una volta? Semplicemente perché nel rapporto Pil/M2, il denominatore è cresciuto molto più velocemente del numeratore e ciò significa che gli stimoli non hanno stimolato nulla ovvero gli aumenti dell’aggregato monetario generato dalle politiche monetarie non sono arrivati nelle tasche di chi produce e consuma in modo da far crescer la spesa, il Pil e quindi la velocità di circolazione. E voilà la deflazione.

 

Tale esisto può anche essere così interpretato: siccome per aumentare l’aggregato monetario e fornire lo stimolo, le banche centrali non hanno fatto altro che acquistare  debito che non si autoliquida è stato necessario farne sempre di più per pagare il servizio crescente del debito stesso con la conseguenza che la moneta, come debito, non è più circolata per creare beni, industrie, fabbriche, consumi, occupazione ma per pagare se stessa riducendo il reddito disponibile e quindi la spesa della collettività. E questo è il motivo per cui le banche centrali non sono riuscite a creare inflazione come volevano.

 

Per concludere: i cambiamenti nella velocità del denaro sono funzione di due cose: (1) la velocità con cui l’economia cresce e (2) la velocità con cui lo stock di moneta aumenta rispetto al Pil. Questi indicatori combinati con quello del commercio mondiale lasciano ben poco spazio all’ottimismo.

 

Gerardo Coco

 

 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, banche, banche centrali, brasile, bruxelles, cambiamenti, cina, costi, crisi, discorso, germania, la germania, mercato, produzione industriale, recessione, stati uniti

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

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