Le debolezze parallele che caratterizzano entrambi i partiti, sono simili nella loro portata destabilizzante, ma molto diverse nelle ragioni che le hanno originate. Da queste dipenderanno durata e tenuta del governo.

Le debolezze parallele che caratterizzano entrambi i partiti, sono simili nella loro portata destabilizzante, ma molto diverse nelle ragioni che le hanno originate, e sono queste ultime che stabiliranno la durata ma soprattutto la reale tenuta di strada del governo. Nel Pdl la situazione è la stessa da sempre, un partito cesarista, tenuto insieme da un leader che non ha – per propria ed altrui colpa – successori, dove non c’è neanche più una guerra per bande ma uno scontro fra singole personalità, tutte tese alla ricerca di una posizione di rendita individuale e consapevoli che, una volta uscito di scena Berlusconi – anche solo per limiti di età – non ci sarà una leadership contendibile semplicemente perchè non ci sarà più un partito da contendersi, dunque si lotta per l’uovo di oggi sapendo che non ci sarà una gallina domani. Una sorta di carpe diem politico che però nel rapido precipitare di tutti gli errori della sinistra, nella batosta elettorale, prima, e nel seguente comportamento suicida di Bersani, poi, ha assunto paradossalmente una forma di tenuta stabile, chè l’aver immediatamente proposto un governo di coalizione ed aver poi atteso per sessanta giorni la resa del Pd ed il conseguente richiamo alla realtà del rieletto Napolitano, son scelte di minimo realismo – in fondo, bastava saper far di conto per capire che una maggioranza non c’era – elevate al grado di superiore senso istituzionale dalla manifesta incapacità altrui. Ed i sondaggi che danno il Pdl in crescita costante dalle elezioni ad oggi, certificano nient’altro che nel paese dei ciechi, e sordi, politicanti, l’orbo in grado di contare sulle dita pare uno statista di provata affidabilità.
Diversa, invece, la situazione del Pd che, privo di una dirigenza dimissionaria, non è solo chiamato a sostituirla ma, compito molto più impegnativo, a rispondere una volta per tutte alla fondamentale domanda cui sin qui si è sottratto: cosa è davvero, questo partito mai nato, se non nelle intenzioni di Veltroni che lo immaginò, e ce lo raccontò, aperto, riformista, contemporaneo ed a vocazione maggioritaria, per essere immediatamente smentito da dirigenti e padri nobili che, un momento dopo averne sottoscritto l’atto fondativo, hanno alacremente lavorato per affossarlo, facendone null’altro che una appendice delle precedenti esperienze, conservandone tutte le magagne e blindandolo vieppiù a sinistra, senza mai risolversi a guardare avanti ma blandendo invece formule e rituali del passato, alimentando la nobile aura dei combattenti chiusi nel sacro ed inviolabile recinto del giusti a prescindere, e non armandosi di altro strumento ideale e progettuale che non fosse l’antiberlusconismo.
Eppure, nonostante le sconfitte elettorali e la perdita di milioni di voti, la tentazione di rinviare ancora una chiara e netta definizione di sinistra moderna e contemporanea a favore di una battaglia di retroguardia tutta impostata sulla conservazione delle rendite di posizione espresse dalle correnti interne del partito, è tuttora molto forte – certo, la conservazione è la via più semplice, ed un altro Segretario eletto solo per mediare le spinte interne e privo di un progetto politico di ampio respiro, come è stato Bersani, è di facile reperibilità fra le fila del partito; certo, vagheggiare ritorni favolosi ad una sinistra ottocentesca – addirittura – e vellicare antichi orgogli di lotte concluse da decenni, è più facile che affrontare le sfide dell’oggi ed avere una visione di quelle di domani, dovendo dunque produrre idee efficaci ed attuabili per riformare se stessi e poi un intero paese; certo, invocare lo sciagurato mito dell’unità a sinistra e blindarsi di nuovo nel recinto, è più comodo che ragionare su temi ed approcci che sollecitino la partecipazione, e dunque anche il voto, di cittadini piegati dalla crisi ed affamati di futuro, di soluzioni concrete e condivisibili, di sviluppo e di innovazione.
Ma se il Congresso del Pd sceglierà ancora di non darsi una definizione, di mascherarsi dietro attendismi, equilibrismi, tatticismi, buoni solo a vivacchiare, ma certo non a crescere, tantomeno a conquistare la fiducia dell’elettorato, avrà vinto Berlusconi in ogni caso. Perchè l’attuale governo, che non nasce da un progetto politico ma, semmai, certifica una drammatica impasse della politica, potrebbe essere un cavallo vincente per il Pd solo se al Congresso prendesse con decisione la via di una sinistra autenticamente riformista, in grado di essere traino forte e convincente, invece di partner ondivago e recalcitrante, di questa coalizione, portando avanti con determinazione riforme necessarie e dunque presentandosi poi alle elezioni con una ritrovata e comprovata credibilità agli occhi degli elettori. Ma se prevalesse ancora l’ambiguità irrisolta che affligge il Pd dalla sua fondazione, il traino di questo governo sarebbe comunque Berlusconi, colui che parla da vent’anni di riforme che non ha mai attuato neanche quando ha governato con una maggioranza assoluta, ma che può dirsi il padre nobile di questa coalizione e tenerla in vita od affondarla a seconda di quel che più gli convenga, ed il pronto appigliarsi al casus belli dell’Imu – il primo di una lunga serie, temiamo – ne è la dimostrazione.
Dunque, nei due destini che si incrociano sta tutta la precarietà del nostro presente: si può uscirne avendo la forza di costruire un progetto rivolto al futuro, oppure restarne prigionieri preparandoci ad una ennesima stagione berlusconiana. Eppure il Pd ancora stenta a capire che Il giaguaro si smacchia con la forza delle idee, quelle che poi convincono gli elettori a votarti, non con l’elenco in ordine alfabetico delle 44 correnti interne del partito. Chè per quelle, più che un Segretario, occorrerebbe un domatore da circo.

Questi di storia e socialdemocrazia non ne vogliono parlare, figurarsi di attuarla. Hanno di certo in famiglia, e sono amici, di persone che sono andate in pensione con 15 anni 6 mesi e 1 giorno, che percepiscono la pensione da oltre 30 anni, e che gli fanno comodo perchè li votano. Di quelli che hanno cominciato a lavorare a 14 anni e sono oltre 35 anni e più che versano il dovuto, li chiamano ESODATI, che rispetto. Dove trovano ancora la faccia di dichiararsi di sinistra? Dove succede tutto ciò in Europa?