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Druzhba: la diversificazione a metà strada 

Il 27 gennaio 2026, un attacco di droni attribuito da Kyiv alla Russia ha danneggiato le infrastrutture nei pressi dell’hub petrolifero di Brody, nell’Ucraina occidentale, colpendo la pipeline Druzhba. Quella che poteva sembrare un’interruzione tecnica si è trasformata rapidamente in uno stallo politico al cuore dell’Unione europea: sia Budapest che Bratislava, fortemente dipendenti da quella rotta, hanno subordinato il loro sostegno al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina al ripristino dei flussi petroliferi. Il 23 aprile, con la ripresa delle forniture, il Consiglio ha formalmente adottato il pacchetto finanziario insieme a un ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. L’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha dichiarato: “lo stallo è finalmente rotto.”

di Istituto Ispi | 18 Maggio 2026

di Ilaria Ferrante*

Il 27 gennaio 2026, un attacco di droni attribuito da Kyiv alla Russia ha danneggiato le infrastrutture nei pressi dell’hub petrolifero di Brody, nell’Ucraina occidentale, colpendo la pipeline Druzhba. Quella che poteva sembrare un’interruzione tecnica si è trasformata rapidamente in uno stallo politico al cuore dell’Unione europea: sia Budapest che Bratislava, fortemente dipendenti da quella rotta, hanno subordinato il loro sostegno al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina al ripristino dei flussi petroliferi. Il 23 aprile, con la ripresa delle forniture, il Consiglio ha formalmente adottato il pacchetto finanziario insieme a un ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. L’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha dichiarato: “lo stallo è finalmente rotto.”

Non è il petrolio, è il tubo

Costruita in epoca sovietica, la Druzhba rimane una componente centrale del sistema energetico dell’Europa centrale e orientale. Rispetto al gas naturale, dove l’espansione del GNL ha introdotto maggiore flessibilità, il vincolo è più visibile nel settore petrolifero, nel quale gli snodi delle pipeline e la configurazione delle raffinerie creano dipendenze particolarmente rigide. All’inizio del 2026, l’oleodotto trasportava ancora 200.000 barili al giorno verso Ungheria e Slovacchia, gli ultimi due Stati membri dell’UE a importare petrolio russo grazie a un’esenzione temporanea dalle sanzioni europee.

Questa dipendenza ha innanzitutto una dimensione geografica. Entrambi i paesi sono privi di sbocco sul mare e le loro raffinerie sono state progettate per processare il greggio russo Urals, rendendo le alternative sia tecnicamente più complesse sia economicamente meno convenienti. La pipeline Adria, principale rotta alternativa attraverso la Croazia, illustra questo divario: le sue tariffe di transito sono fino a cinque volte superiori rispetto alla Druzhba. Il risultato è che la dipendenza ungherese dal petrolio russo non è diminuita dopo il 2022, bensì aumentata: dal 61% nel 2021 al 93% nel 2025, in netta controtendenza rispetto al resto dell’UE. La Slovacchia, nel frattempo, rimane oggi quasi interamente dipendente da Mosca per le forniture petrolifere. Questa dipendenza continua a riflettersi anche sul piano politico. Il 9 maggio 2026, durante un incontro al Cremlino con il primo ministro slovacco Robert Fico in occasione delle celebrazioni per il Giorno della Vittoria, il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che Mosca farà “tutto il possibile” per soddisfare il fabbisogno energetico slovacco.

Quando l’attacco di gennaio ha interrotto i flussi della Druzhba, entrambi i governi hanno attivato le riserve strategiche e si sono parzialmente affidati alla rotta Adria. Non è emersa alcuna crisi immediata di approvvigionamento. Budapest e Bratislava hanno presentato la propria posizione come una necessità tecnica: il CEO di Slovnaft, Gabriel Szabo, ha confermato che la raffineria aveva dovuto ridurre la produzione e attingere alle riserve nazionali di emergenza, sottolineando che la capacità tecnologica risultava limitata dalla necessità di processare greggi diversi da quello russo. Le loro ragioni non erano del tutto infondate. Ma i dati raccontano una storia più complicata. Il rapporto Cutting the Cord del Center for the Study of Democracy conclude che la dipendenza dell’Ungheria dal petrolio russo non è determinata esclusivamente da vincoli tecnici, infrastrutturali o economici, ma da scelte politiche e commerciali deliberate. Un precedente lo dimostra: nell’aprile 2019, quando la Druzhba fu contaminata da cloruri organici e le forniture si interruppero per quasi due mesi, l’Ungheria aumentò le importazioni tramite la pipeline Adria, riducendo la propria dipendenza dal petrolio russo al 48%. La stessa rotta oggi presentata come impraticabile era già stata usata come valvola di sicurezza. In quel momento, la dipendenza non era fisica; era politica ed economica. Nessuno dei due governi ha colto l’occasione per consolidare le alternative. Al contrario, entrambi hanno condizionato il loro sostegno al prestito europeo e alle sanzioni UE al ripristino dello status quo, ovvero la ripresa dei flussi attraverso un corridoio controllato dalla Russia.

Il costo di questa scelta è quantificabile: dall’inizio dell’invasione su larga scala, si stima che i due paesi abbiano versato a Mosca quasi 6 miliardi di dollari in entrate fiscali attraverso le importazioni di petrolio russo.

La dipendenza europea, tuttavia, si estende anche al di là del petrolio russo stesso. Entro il 2025, il Kazakhstan era diventato il terzo fornitore di petrolio e prodotti petroliferi dell’UE, spesso indicato come modello di riuscita diversificazione da Mosca. Eppure, parte delle forniture kazake destinate alla raffineria PCK di Schwedt, in Germania, transita attraverso la Druzhba, attraversando quindi il territorio controllato dalla Russia. Nell’aprile 2026, Mosca ha annunciato la sospensione di quei flussi a partire dal 1° maggio, interrompendo potenzialmente le forniture a una delle principali raffinerie della Germania senza coinvolgere un solo barile di petrolio russo. In altri termini, il potere della Russia non deriva solo da ciò che esporta, ma dalle infrastrutture che controlla. Mosca può agire come gatekeeper anche per le forniture di paesi terzi, trasformando le rotte di transito in strumenti di pressione geopolitica indipendenti dai rapporti commerciali bilaterali.

L’illusione della diversificazione

Dal 2022, l’Unione europea ha avviato una profonda ristrutturazione della propria strategia energetica. Il Piano REPowerEU ha accelerato il dispiegamento delle infrastrutture GNL, ampliato i contratti a lungo termine e rafforzato i partenariati con fornitori alternativi come Stati Uniti, Norvegia, Algeria e Azerbaijan. Secondo la valutazione quadriennale della Commissione europea, le importazioni di gas russo sono scese dal 45% del fabbisogno totale dell’UE nel 2021 al 12% nel 2025; quelle di petrolio dal 27% al 2%; mentre le importazioni di carbone russo sono state eliminate interamente.

Eppure, ridurre i volumi non equivale a eliminare la leva. Sul fronte petrolifero, l’impasse della Druzhba ha mostrato che le infrastrutture possono trasformarsi in strumenti di pressione indipendentemente da quanti barili russi vi transitino, come nel caso del petrolio kazako destinato a Schwedt. Sul fronte del gas, la dipendenza residua rimane più alta di quanto i numeri ufficiali suggeriscano: secondo un’analisi di febbraio 2026 del Centre for Research on Energy and Clean Air, l’UE continua a essere il più grande acquirente mondiale di GNL russo, assorbendo il 49% delle esportazioni totali di Mosca, oltre a rappresentare il maggiore importatore di gas russo via pipeline, pari al 34% delle esportazioni russe. La diversificazione ha spostato l’origine delle forniture; le infrastrutture che le veicolano, e le vulnerabilità che ne conseguono, sono rimaste in gran parte invariate.

La rotta conta più del fornitore

Le alternative esistono e la loro rilevanza è cresciuta negli ultimi anni. Il Southern Gas Corridor, che trasporta gas azerbaigiano all’Europa attraverso Turchia, Grecia e Italia, ha visto le esportazioni verso il mercato europeo aumentare del 56% dal 2021. A partire da gennaio 2026, il Trans-Adriatic Pipeline ha aggiunto 1,2 miliardi di metri cubi di nuova capacità, con l’obiettivo di raggiungere i 20 miliardi di metri cubi entro la fine del decennio. In questo contesto, lo sviluppo di corridoi energetici alternativi attraverso il Caspio e il Caucaso assume una rilevanza crescente, contribuendo a ridurre strutturalmente la dipendenza europea dalle infrastrutture controllate da Mosca. Nel contesto del disaccoppiamento accelerato dall’energia russa e della competizione globale sulle catene del valore, l’Asia Centrale può svolgere un ruolo cruciale per la sicurezza energetica europea: non solo come fornitore alternativo di idrocarburi, ma anche come corridoio per investimenti in rinnovabili e flussi potenziali di materie prime critiche. Eppure, gli impegni da soli non costruiscono interconnettori, non modernizzano le reti, non creano impianti di lavorazione né ambienti regolatori stabili. L’UE deve convertire un quadro di riferimento migliorato in un’esecuzione più rapida.

La vicenda lascia un’ironia difficile da ignorare. Druzhba significa amicizia. Ed è proprio questa pipeline, costruita da Mosca in epoca sovietica per legare a sé l’Europa orientale, che per quasi tre mesi ha tenuto in ostaggio il sostegno finanziario dell’Unione Europea all’Ucraina. Finché le principali rotte di transito e le infrastrutture strategiche resteranno esposte all’influenza russa, anche la capacità europea di ridurre la leva geopolitica del Cremlino rimarrà inevitabilmente inefficace.

Ilaria Ferrante

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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