
Una serie di forti esplosioni ha scosso la città di Erbil, capitale della regione semiautonoma del Kurdistan iracheno, nei pressi del consolato generale degli Stati Uniti. L’evento è avvenuto a seguito dell’attivazione delle batterie di difesa aerea per intercettare droni carichi di esplosivo che sorvolavano la zona.
Giornalisti sul posto e testimoni oculari hanno riferito di aver visto diversi droni muoversi a bassa quota sopra Erbil prima di essere agganciati dai sistemi di contraerea automatici.
I sistemi difensivi del consolato e della vicina base della coalizione a guida USA hanno neutralizzato le minacce.
Le esplosioni udite in tutta la città sono state causate dall’intercettazione dei vettori in volo.
Colonne di fumo si sono sollevate nei punti di abbattimento dei droni.
Fonti della sicurezza curda hanno confermato che i detriti non hanno causato vittime tra i civili o il personale militare.
La ripresa delle ostilità nell’area segue la rottura di una fragile tregua e coincide con una nuova ondata di raid condotti dagli Stati Uniti contro installazioni militari iraniane nell’area dello Stretto di Hormuz. Nelle stesse ore, tensioni e attacchi di ritorsione incrociati hanno interessato diverse capitali e infrastrutture vitali del Golfo Persico. Al momento dell’attacco, nessuna sigla ha formalmente rivendicato il lancio dei droni su Erbil.
Le esplosioni di Erbil non sono semplici dettagli di cronaca, ma le ennesime crepe sul muro di fango di un Occidente che si ostina a non voler vedere. Ci culliamo nell’illusione che basti qualche batteria Patriot o un software di difesa aerea per respingere il fanatismo, dimenticando che le armi dei nostri nemici non nascono nei laboratori tecnologici, ma nel brodo primordiale di un odio ideologico inestinguibile. Quei droni che oscurano il cielo del Kurdistan iracheno sono la risposta brutale e immediata alla nostra mollezza, al nostro eterno e patetico tentativo di negoziare con chi, per dogma, ha giurato la nostra distruzione.
Mentre noi ci interroghiamo ipocritamente sul diritto internazionale e firmiamo trattati bilaterali che valgono meno della carta su cui sono scritti, i fanatici colpiscono. E non si fermeranno davanti alle mura fortificate di un consolato a Erbil, perché la loro vera linea del fronte è la nostra stessa civiltà, la nostra libertà che considerano un peccato mortale da estirpare col fuoco. Continuare a difendersi con la diplomazia del compromesso di fronte alla furia iconoclasta della teocrazia e del terrore non è prudenza: è un suicidio collettivo travestito da pacifismo.
Giuseppe Basilico

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