«Chi entra in conclave papa ne esce cardinale». Un presagio che da giorni riecheggia al piano nobile di Palazzo Chigi tanto da indurre il suo inquilino più famoso e prestigioso a livello internazionale -predestinato al papato- ad avvertire la necessità di avanzare la propria disponibilità a restare a Capo del Governo, dopo essersi pubblicamente rimesso -da nonno felice- alla volontà del Parlamento.
Una disponibilità sospetta! Aggravata dalla (irriverente) richiesta di “mani libere”; ovvero della possibilità di guidare il Governo fino alla scadenza della legislatura senza il fastidio e l’assillo costante dei partiti.
Una richiesta, a pensar bene, disarmante; quasi ingenua, di chi non conosce i riti della democrazia e non sa (o fa finta di non sapere) che il potere contrattuale dei partiti è inderogabile ed esercitato in virtù del dettato costituzionale. Un potere che in una situazione di imminenza delle elezioni politiche nazionali -come accadrà nel prossimo dicembre- risulterà ancora più pressante.
Molto più di quanto accaduto con la legge finanziaria 2022 appena licenziata dal Parlamento, nella quale l’Esecutivo più “indipendente” della storia repubblicana, quello che avrebbe dovuto riformare, innovare, ammodernare, sburocratizzare ha -invece- offerto una sconcertante prova di sé.
Forse le “mani libere” richieste da Mario Draghi per restare a Palazzo Chigi qualora non eletto al Quirinale, dovrebbero servire a ripetere il capolavoro sui bonus edilizi: prima ridotti, poi prorogati tal quali ma solo per alcuni beneficiari, quindi estesi a tutti ma con l’introduzione di un improbabile tetto ISEE da metà 2022?
Capolavoro frutto dell’incapacità di elaborare e proporre al Paese una vera, sana e produttiva riforma, culminato in una disarmante riproposizione -immotivatamente monca- dei bonus di contiana memoria.
Di fronte a tutto ciò: all’opaca figura offerta dal Governo sulla finanziaria non per colpa dei partiti da sempre fermi sull’idea di una proroga tout court degli sgravi edilizi, bensì per l’incapacità di proporre una visione alternativa e misure realmente efficaci ed economicamente potenti, quale credibilità può avere l’offerta avanzata dal Presidente Draghi delle “mani libere”?
Sebbene Mario Draghi sia stato un tocca sana per il Paese tornato finalmente a rivestire un ruolo determinante anche in sede europea -e ciò è sempre bene ricordarlo- ogni questione merita il proprio nome. E ciò che i media hanno definito offerta altro non è che un vero e proprio ultimatum.
Un avvertimento in piena regola: io ho l’autorevolezza e la volontà di comandare l’Italia. Compito che posso assolvere dal Quirinale o da Palazzo Chigi ma nessuno deve disturbare il manovratore.
Altrimenti? Cavoli vostri: me ne tornerò a fare il “nonno di lusso” con tanti saluti per le volontà del Parlamento.
Daniele Marchetti

Beh, ci sono delle realtà oggettive ed altre interpretate. Marchetti dà per scontate delle valutazioni che, anche se non affermato, sono sue personali. Non ne motiva infatti alcuna, appiattendosi al coro informe degli oppositori la cui unica espressione concettuale è che si poteva far meglio. La prova offerta dal Governo è lo specchio esatto di quelli che Marchetti chiama i “riti della democrazia” ma che nel nostro caso sarebbe meglio chiamare degrado della partitocrazia. Incerti e rappresentati da personaggi incapaci e inefficienti, i partiti hanno alzato il loro confuso vociferare solo guardando il favore dei loro elettori fregandosene abbondantemente di un Paese la cui salvezza è legata a Draghi prima (presidente della BCE) e a Draghi adesso, unico capace di:
1 – far arrivare gestire l’enorme quantità di denaro dell’Europa realizzando quei progetti legati al suo ottenimento. Un numero di obiettivi che lo Stato italiano non è mai riuscito a raggiungere nemmeno in tempi infinitamente più lunghi.
2 – gestire tale quantità di denaro
I partiti mediocri sono come tutte le forze di potere che proliferano e si impongono creando disarmonia e frazionamento nei cittadini dimostrando una deprimente assenza del concetto di Paese. La loro palesata incapacità anche di adeguarsi e di tentare di migliorare, dovrebbe indurli a dare un mandato di fine legislatura che garantisca il raggiungimento di quelle evidenti priorità del Paese da loro stessi disattese per decenni.