Ho avuto modo, in questi giorni, di confrontare alcune mie riflessioni sull’attuale stato della situazione politica italiana, con un amico lussemburghese; questi, sia per il suo back ground professionale, sia per l’acume politico, sia per la profonda conoscenza che ha della realtà italiana, è risultato un ottimo interlocutore. Forse mi sono fatto un po’ di chiarezza.
Tutti, o quasi, sono saliti sul carro del demiurgo Draghi, chi per convinzione, chi per convenienza; qualcuno per mancanza di alternative.
Non è dato, al momento, conoscere quale sia il suo progetto santificatore; invero tutti conosciamo le attuali criticità che dovrà affrontare; lui però non si è assolutamente “ sbottonato”, niente ha anticipato; ma una chiara strategia deve pur averla. Non può essere altrimenti; il Presidente della Repubblica non lo avrebbe scelto; ed è emblematico che si sia rivolto ad un personaggio che proviene dal mondo della finanza, dell’economia e dunque delle imprese; appare dunque chiaro che Mattarella abbia voluto dare un’impronta liberale al progetto salvifico appunto affidato a Draghi; e ciò appare perfettamente conciliarsi con il progetto europeo del recovery found.
Peraltro non può sfuggire che l’alternativa sarebbe il voto.
La fondatezza di questa osservazione trova conforto nella reazione dei partiti.
Forza Italia ha trovato fisiologica la sua partecipazione al progetto Draghi.
Per la Lega è stato necessario un” make up” europeistico per poi adeguarsi senza apparenti condizioni.
Italia Viva non poteva fare altro che adeguarsi a scatola chiusa; se siamo arrivati a Draghi è senz’altro per opera di Renzi, forse per merito; non poteva dunque Renzi assumere un atteggiamento in contrasto al risultato dal medesimo voluto.
Il PD è stato preso di contro piede; si avverte una agitazione interiore, la difficoltà a conciliare una oggettiva esigenza della nazione con il tessuto sistematico del partito e con le contraddittorie ma necessarie relazioni con i partiti della passata maggioranza, sintetizzati nella figura di un Conte, bravo finché non è apparso nella sua completa nudità.
I grillini dovrebbero sottoporsi ad una terapia di gruppo per finalmente sapere cosa vorranno fare da grandi, sempre che grandi diventino. Certamente la piattaforma Rousseau è servita a dimostrare che il 60% della striminzita consultazione gradisce un ministero ecologico, al momento, presente solo nella fantasia penta stellata.
I Fratelli d’Italia sono stati chiari: Meloni ha detto che non entrerà nella combinazione, ma che neppure farà opposizione ad oltranza: approverà quei progetti a suo giudizio utili e si opporrà o si asterrà a quelli non graditi, senza peraltro ambire a ministero alcuno.
In questo quadro rappresentativo come si muoverà Draghi?
Per i vaccini ( e non solo per questi) dovrà prendere Arcuri, rinchiuderlo in un tombino e sigillarlo; ritengo che questo sia un atto dovuto e più non dico.
Per il fisco sembra voglia ispirarsi al principio della progressività, come peraltro previsto dalla carta costituzionale; non considerando dunque la flat tax, la cui applicazione in alcuni paesi europei non sembra abbia dato buon esito.
Per la giustizia è stato ben attento; ha precisato che intende intervenire solo sulla giustizia civile; questo confermerebbe il suo senso strategico: affrontare oggi la giustizia nel suo complesso significherebbe incontrarsi, se non scontrarsi, con la magistratura; non appare opportuno anche alla luce dei recenti avvenimenti: per un verso un pesante intervento sulla medesima potrebbe comportare un ulteriore decremento dei suoi valori o comunque uno svilimento; per altro verso la magistratura potrebbe reagire, reiterando l’ormai consolidato costume, di procedere con avviso di garanzia quando qualcuno si azzarda a disturbare il conducente. Probabilmente, per evitare le alternative criticità, Draghi ha appunto deciso di intervenire solo sulla giustizia civile, meglio sulla riforma delle procedure per accelerare il processo civile. Questa impostazione non coinvolgerebbe più di tanto la magistratura; potrebbe così tranquillamente o leccarsi le ferite od astenersi dal dichiarare guerra. Consentirebbe però di concludere celermente i vari milioni di cause civile pendenti; insomma agilità della giustizia può significare respiro per le aziende. Il processo potrebbe ancora di più essere esaltato se nel nostro ordinamento fosse introdotto il giudizio secondo equità; è un’idea questa di ispirazione anglosassone, che ogni tanto serpeggia tra gli addetti ai lavori; la sua introduzione sarebbe la tomba per la burocrazia processuale e l’esaltazione per il diritto di impresa.
E’ proprio nel rilancio di questo settore, nel quadro di una visione europeistica, che l’amico lussemburghese ha ipotizzato una delle pietre miliari della politica di Draghi; si dovrebbero formare dei grandi gruppi per raccogliere le varie singole omogenee realtà operative; ciò comporterà specializzazione, riqualificazione tecnologica, concorrenza. Qualcuno non ce la farà, qualche azienda potrà saltare, tanti dipendenti perderanno il lavoro. Non credo che Draghi si faccia condizionare da questi problemi, convinto che le momentanee criticità verranno gradualmente riassorbite nella generale operatività dei gruppi portanti.
Però, ammesso che questa ipotesi abbia fondamento, potrà Draghi reggere l’impatto che i licenziamenti e le chiusure di aziende provocherà sulle sinistre e sui sindacati?
E soprattutto può farcela entro il breve tempo che ha a disposizione, tenuto conto che tra circa due anni avremo un confronto elettorale, senza contare che nel frattempo scade il mandato del Presidente della Repubblica?
Appunto come può Draghi, in due anni, utilizzare 200 miliardi in modo tale da far ripartire l’azienda Italia, annullando la burocrazia e ricorrendo anche a sacrifici non indifferenti?
Come può insomma, in due anni, capovolgere una realtà ormai incancrenita dalla inefficienza? Per converso osservo: Draghi non è l’ultimo venuto, anzi; si sarà senz’altro posto questi problemi prima di accettare l’incarico; avrà valutato i mugugni dei partiti che potrebbero essere costretti a rinunciare a propri principi ideologici od a propri ideali e che dunque potranno passare dai mugugni a chiara opposizione.
Però Draghi un’idea deve avercela; non è né un temporeggiatore né un tappabuchi e tantomeno uno che lavora solo per evitare l’andatura del gambero.
E’ difficile individuare una soluzione strategica; qualcuno che mi ha preceduto su questa rivista, ha ipotizzato che rimanga in carica almeno dieci anni, tempo questo sufficiente a consolidare il progetto; questa è una giusta ipotesi, ma i partiti gli daranno tutto questo tempo? Non è improbabile che tra due anni questi vorranno riprendersi la loro autonomia politica o più correttamente elettorale?
Appare anche difficile, almeno oggi, che si assista ad un cambiamento che consenta la nomina diretta del presidente del Consiglio, come esiste nei sistemi presidenziali di Francia e Germania; ma per far questo è necessario intervenire sulla carta costituzionale e non è poco, se anche si considera che ciò comporterebbe una notevole diminuzione del potere dei partiti.
L’unica possibilità che intravedo è la seguente: anzitutto che si ricrei quello spirito solidaristico, quell’amore per lo Stato, che avvenne nel 1948; ricordo che Togliatti accettò l’amnistia per i militanti fascisti, ed anche per i mitragliatori di casa propria, pur di riportare equilibrio e serenità nella nazione. Su questo presupposto solidaristico i partiti tutti, dovranno prendere coscienza che oggi non occorre litigare, ma occorre versare le famose lacrime e sangue. Se questa impostazione ideologica verrà accolta, allora la politica si trasformerà da corsa per il domani a progetto per il futuro; insomma potremmo avere una politica etica. Secondo me questo è l’unico traguardo che Draghi può conseguire nel breve tempo a disposizione; riacquisita così la coscienza della politica etica, potranno essere affrontate le prossime elezioni non a palate di fango, ma su progetti seri e ragionati. In ciò intravedo anche una sensibile trasformazione dell’ arcipelago partitico: è auspicabile che si costituisca un centro liberale con un occhio rivolto alla solidarietà. Mi rimane il dubbio se oggi ci siano gli uomini giusti; sono convinto che se il progetto dovesse così impostarsi gli uomini giusti verrebbero
Carlo Eugenio Casini
Avvocato in Firenze

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