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Draghi e l’illusione monetaria

di Gerardo Coco | 14 Settembre 2014

L’efficienza di un sistema monetario dovrebbe garantire il massimo di transazioni con la minima quantità di denaro. Invece il bilancio della BCE è di 40 trilioni a fronte del PIL dell’eurozona di 13 trilioni! Il motivo principale di questa sproporzione è che l’istituto di emissione europeo ha alimentato il pozzo senza fondo dei governi.

Dopo una crisi mondiale che dura da 7 anni ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che l’interventismo delle banche centrali non ha prodotto alcuna crescita netta mentre la salute dell’economie che esse ambiscono a tutelare va peggiorando. Sono aumentati debiti, disoccupazione e cresce il clima di angoscia e incertezza. Viviamo con il sistema monetario più inefficiente della Storia incapace di garantire l’accesso al credito non solo al sistema industriale ma anche all’interno dello stesso sistema bancario. Nessuna banca si fida più dell’altra. L’efficienza di un sistema monetario dovrebbe garantire il massimo di transazioni con la minima quantità di denaro. Si osservi, invece che il bilancio della BCE è di 40 trilioni a fronte del PIL dell’eurozona di 13 trilioni! Il motivo principale di questa sproporzione è che l’istituto di emissione europeo ha alimentato il pozzo senza fondo dei governi. Ma nel mondo delle banche centrali vale questa regola: quando una cosa non funziona, per avere risultati migliori è meglio ripeterla magari complicandola. Il pacchetto di misure annunciato il 4 Settembre dal Presidente Mario Draghi per stimolare la crescita nell’eurozona rientra in questa logica e se non avesse conseguenze dannose, si potrebbe ritenerlo così inutile da far sospettare che sia stato escogitato solo per prendere tempo visto che oggi il fine delle le banche centrali è di infondere fiducia mentre tutto va a rotoli. In sintesi, l’obiettivo finale è questo: poiché c’è deflazione, cioè i prezzi scendono, bisogna creare inflazione cioè aumentarli e svalutare l’euro..perché aumentando il costo dell’attività economica la si stimola!. Se la ricetta funzionasse, lo Zimbabwe sarebbe il paese più prospero al mondo. Prima di dimostrare l’assurdità di questa politica, bisogna fare chiarezza sul significato di deflazione su cui si continua a equivocare e chiedersi come mai un bilancio così gonfiato come quello della BCE abbia avuto effetti deflazionisti piuttosto che inflazionisti.

Deflazione e inflazione

Infatti, deflazione, in senso stretto, significa una contrazione monetaria «assoluta» con conseguente caduta dei prezzi e aumento del potere d’acquisto della moneta, l’esatto contrario dell’inflazione che significa aumento del volume monetario rispetto al volume dei beni e servizi con conseguente aumento dei prezzi e svalutazione della moneta. La deflazione, in sé, non è affatto un fenomeno negativo. Nel XIX secolo epoca di massimo sviluppo e di espansione del commercio mondiale l’Inghilterra sperimentò per 50 anni la discesa dei prezzi mentre gli standard di vita si elevarono senza precedenti. Questo accadeva perché la crescita della produttività superava quella dell’aumento della quantità di moneta, cioè la produzione cresceva più velocemente dei mezzi di pagamento mentre il funzionamento di un sistema monetario efficiente non vanificava gli aumenti di produttività. Inoltre a quel tempo la spesa del governo non superava il 10% del prodotto nazionale per cui il capitale di nuova formazione, cioè il risparmio, andava a finanziare la crescita e non il consumo. Lo sviluppo economico, che si traduce sempre nell’offerta di beni associata a una riduzione di costi e prezzi e quindi all’aumento del potere d’acquisto, è deflattivo non inflattivo. La riduzione di prezzi comporta, infatti, una minore quantità di moneta per acquistare beni e servizi. Intere generazioni, nei periodi di pace, hanno beneficiato di prodotti di uso comune sempre meno costosi, dagli elettrodomestici alle auto, dai computer ai cellulari. E’ stata la discesa dei prezzi e l’aumento dei redditi reali, cioè la deflazione, a creare le classi medie.

Tuttavia la deflazione è fenomeno associato anche alle depressioni ma ne è la conseguenza non la causa: il calo drammatico della produzione e dei redditi, la contrazione del credito, l’aumento del valore dei debiti e la necessità di svendere i beni per procurarsi liquidità causano, appunto, il crollo dei prezzi. In tale circostanza l’unico vantaggio di cui beneficiano i consumatori è l’aumento del potere d’acquisto. Deve essere chiaro che la deflazione non ci sarebbe se prima non ci fosse l’inflazione monetaria. Ma affinché quest’ultima si traduca in aumento dei prezzi al consumo bisogna che sia effettivamente spesa in beni e servizi. Questo non si è verificato nell’eurozona perché la moneta di nuova creazione si è riversata nel settore finanziario. E’qui dove si verifica l’inflazione, è qui dove si concentra la ricchezza mentre nel settore della produzione e consumo, dove il denaro non affluisce, tutto ristagna. I mercati finanziari applaudono sempre all’annuncio di nuove espansioni perché la riduzione del tasso di interesse che le accompagna fa aumentare il valore nominale dei corsi azionari e obbligazionari di cui la speculazione fa incetta, per rivenderli non appena la riduzione dell’interesse fa schizzare in alto il loro valore ed è così che guadagna in pochi secondi e senza il minimo rischio, profitti colossali. La liquidità per queste operazioni origina dalle stesse banche centrali che, con questa metodologia, hanno creato la completa dissociazione tra economia e finanza: è solo la seconda che beneficia del nuovo potere d’acquisto da loro creato, generando bolle immani. Ora la BCE vorrebbe stimolare la crescita nell’eurozona con le stesse misure che fanno prosperare la speculazione.

La politica di Draghi

Nel 2011/12 la BCE aveva adottato il LTRO, Long Term Refinancing, ossia un sostegno finanziario al sistema bancario (1,3 trilioni! ad un tasso dell’1%) contro garanzie di titoli di stato e, successivamente, applicava tagli seriali ai tassi di interesse fino al 0.15 dello scorso luglio, quando applicava, pure, un tasso negativo sui depositi delle banche presso l’istituto di emissione per incentivarle a prestare denaro all’economia reale. Ricordiamo che LTRO appartiene al repertorio delle «espansioni gratuite» di credito tipicamente inflazioniste perché equivalgono a immettere nel sistema una ricchezza che ancora non esiste e che messa in circolo come ricchezza reale per essere consumata ancor prima di essere prodotta ma nella speranza che generi maggior ricchezza di quella che viene prestata. Tutto ciò rientra nell’ortodossia monetaria moderna: anticipare un capitale che non esiste e abbassare il tasso di interesse al limite dello zero come se la quantità di capitale tendesse infinito! Tale tecnica, che volgarmente si chiama «stampa di moneta» a fronte di collaterale inflazionato (come ad es. i titoli di stato) potrebbe funzionare se il futuro fosse sempre prospero e lo sviluppo a tassi crescenti tale da consentire la reintegrazione e il riflusso del capitale anticipato. Questo, ovviamente, non si verifica mai perché il debito cresce in modo esponenziale proprio perché, non essendoci sviluppo, non viene mai ripagato e per evitare collassi e dare l’illusione della crescita si deve continuare nelle espansioni gratuite. Ma questo capitale fittizio, a cui si è dato il nome rassicurante di «liquidità», non si distribuisce, come già accennato, uniformemente nell’economia, ma avvantaggia solo il settore finanziario che non produce nulla. Paradossalmente ogni nuova ondata di liquidità mentre dà l’illusione di sviluppo, come la morfina dà quella della salute, rende il denaro sempre più scarso. Infatti tassi di interesse a zero mentre espropriano i risparmiatori, rendono impossibile la formazione di capitale reale. In compenso, abbassano il costo di indebitamento dei governi che possono continuare a divorare risorse. Se fossero obbligati a finanziarsi nel mercato dei capitali piuttosto che ottenere fondi per via indiretta dalla banca centrale, la disciplina fiscale sarebbe assicurata. Qualora infatti i governi spendessero più di quello che incassano, il mercato dei capitali spingerebbe in alto i tassi facendo aumentare il costo dei prestiti che frenerebbe la loro dissipazione. In secondo luogo, la riduzione seriale dei tassi di interesse ha permesso il salvataggio apparente del settore bancario dell’eurozona. Infatti, con un rapporto attivo/capitale di 26 a 1, cioè ogni prestito di 26 euro è garantito da un capitale di 1 euro, una minima riduzione dell’attivo, capitalizzato ad un tasso di interesse di mercato, azzererebbe il capitale bancario rendendolo totalmente insolvente. Draghi, in sostanza, dal 2011 non è riuscito a cambiare nulla di questa situazione.

Le ultime misure adottate, ancora una riduzione del costo dei prestiti alle banche dallo 0.15 allo 0.05 e un aumento del tasso negativo sui deposti alla BCE da -0.10 a -0.20% che corrisponde ad una tassa su denaro ozioso, sono vistosamente contraddittorie e controproducenti. Infatti, le banche, aumentando i prestiti devono incrementare le loro riserve che venendo depositate presso la BCE, non sfuggono alla tassazione. Così con un tasso negativo, il denaro è diventato una patata bollente di cui le banche si sbarazzeranno evitando di depositarlo presso l’istituto di emissione per impiegarlo in acquisto di titoli di stato, così da incoraggiare, per la gioia dei governi, sempre più debito ma introducendo, al tempo stesso, più rischio nei loro bilanci. Alla fine, il tasso di interesse negativo si tradurrà in una ulteriore tassa sullo sviluppo.

Il nuovo LTRO (Targeted Long Term Refinancing) riguarda nuova liquidità, questa volta a favore dell’economia reale, emessa a fronte di asset backed Securities (ABS), cioè cartolarizzazioni di crediti ad imprese a società immobiliari, ecc. Già il nome è evocativo: sono stati proprio gli ABS sui mutui a scatenare la crisi del 2008. Ma il vero problema è inerente a questi stessi strumenti quali collaterali delle emissioni: il grado di liquidità cioè la vendibilità immediata e senza perdite, dovrebbe essere la loro intrinseca caratteristica, il che postula la solidità indiscussa degli emittenti, non l’intervento della banca centrale che ne sostiene artificialmente il valore. Ora, poiché nella situazione attuale la solidità creditizia non c’è l’ha nessuno, la garanzia di buon fine dovrà assumersela la BCE stessa ma acquistandoli in massa e facendone lievitare il prezzo creerà il presupposto per un’altra epica bolla. Così Draghi lungi dal liberare l’eurozona dalla trappola del debito, lo aumenterà trasformando il suo istituto in un hedge fund. Se tutto il programma funzionasse sarebbe raggiunto l’obiettivo di traguardare l’inflazione al 2%, svalutare un po’ l’euro e permettere più export. Liberi di illudersi che queste misure monetarie stimolino investimenti e produttività. A essere ottimisti è realistico prevedere una stagflazione cioè stagnazione più inflazione, cosicché i poveri consumatori /contribuenti non avranno neppure il beneficio della discesa dei prezzi.

Siccome questo pacchetto fallirà, a Draghi rimarrà (Germania permettendo) l’ultima carta: il quantitative easing, l’acquisto su larga scala di titoli del debito pubblico direttamente dai governi, come avviene in USA, Giappone e Regno Unito, ma senza risultati. Quanti trilioni sono dovuti entrati in circolo per produrre aumenti di pil irrisori? Perché per l’eurozona dovrebbe essere diverso?

Un’occasione mancata

Capiamo le difficoltà del Presidente a muoversi in solitudine in un’unione monetaria che non è un’unione politica, guidata, nella maggioranza dei casi, da incompetenti ed irresponsabili. Capiamo che, per i paesi più deboli l’euro è una valuta troppo forte e ammiriamo gli sforzi dell’Uomo che, non potendo costringere le loro economie a diventare più tedesche cerca di far diventare l’euro, la valuta della Germania, un po’ più italiana. Ma con questo guazzabuglio ha, ancora una volta, alzato il prezzo da pagare in futuro per avere, oggi, l’illusione della crescita. Così ha perso l’occasione per dimostrarsi un governatore innovativo che si sarebbe rivolto ai capi di governo pressappoco in questo modo: «Signori, finora vi ho aiutato ma, la festa è finita. Il fine della banca centrale non è quello di salvare i governi ma di controllare e assistere il sistema bancario, prevenirne il dissesto, intermediare il risparmio e farlo affluire all’industria e commercio senza i quali non esisterebbe né Stato né industria bancaria «La banca centrale deve essere un’istituzione autonoma e indipendente. Tollerare che siano le pressioni dei governi a determinare la misura delle emissioni bancarie, invece che del sistema industriale, sarebbe una condotta del tutto errata». Per combattere la deflazione dovete smettere di indebitarvi e dovete tagliare drasticamente la spesa e, almeno nella stessa misura, le tasse, smantellando lo stato social-.burocratico «Dovrebbe essere ovvio che quando si è in recessione il capitale deve essere reso disponibile per investimenti e occupazione. «Mentre io mi dedicherò a raddrizzare il settore bancario affinché abbia bilanci sani per sostenere il vostro sviluppo e non il vostro consumo, voi dovrete ricostruire le vostre economie perché sono i successi in questo campo che poi promuovono e legittimano le unioni politiche e non il contrario». Con un discorso di questo tenore, immaginario, i mercati sarebbero collassati, come drogati minacciati di astinenza, ma sarebbe iniziata quella grande purga di cui l’organismo economico ha bisogno per risanarsi e senza la quale non sarà mai possibile una vera e legittima ripresa. Avrebbe anticipato una riforma radicale di questo assurdo sistema monetario del quale siamo ostaggi ma destinato presto o tardi a crollare in ogni caso e in forma più drammatica. Se Draghi lo avesse pronunciato sarebbe passato alla Storia come un caposcuola. Invece, l’Uomo, troppo osservante dell’ortodossia monetaria trasformatasi ormai in fede bigotta, sarà ricordato solo per quell’epico whatever we take che invece di salvare l’euro a tutti i costi ne sta sanzionando la crisi irreversibile.

Pubblicato in : Primo piano

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

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