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Dove va la Russia di Putin

La presenza in Siria e gli ultimi avvenimenti di Aleppo sono, forse, una buona occasione per una riflessione politica di tipo più generale sulla Russia odierna e la sua politica estera. I rischi che corre Putin, e il ruolo dell’America.

di Luciano Priori Friggi | 16 Febbraio 2016

La presenza in Siria e gli ultimi avvenimenti di Aleppo sono, forse, una buona occasione per una riflessione politica di tipo più generale sulla Russia odierna e la sua politica estera. Ragionando per esperienza, e in via preliminare, ne dovrebbe venir fuori lo stretto legame con la politica interna, e l’attualità del vecchio detto di von Clausewitz che «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», e proprio per questo è non solo «un atto politico, ma un vero strumento della politica».

I bombardamenti a tappeto sulle città siriane, le centinaia di migliaia di profughi, abbandonati a se stessi, e costretti a passare prima in Turchia e poi, in gran parte, in Europa, sono il frutto di una politica tesa ad un sostegno acritico al regime di Assad, ormai inviso — a causa della sanguinosa repressione indiscriminata degli anni scorsi — alla maggior parte dei siriani. L’Isis in fondo è funzionale alla permanenza al potere dello stesso Assad, e i “nemici” più colpiti dall’attivita’ del regime, coniugata con i bombardamenti russi, sono non a caso i “moderati”, cioè quell’opposizione non jihadista che rappresenta il pericolo vero per il regime di Damasco.

L’Isis, nata in Iraq tra le fila degli scontenti sunniti, dopo la caduta di Saddam, e rinforzata da elementi locali, in particolare militari, provenienti dal partito Baath, una volta passata in Siria ha trovato un terreno se non favorevole, molto spesso di certo non ostile (come all’inizio a Ramadi, in Iraq), proprio tra quelle popolazioni sunnite, la maggioranza nel paese, che vedevano ormai nel regime di Damasco un nemico sanguinario e senza scrupoli, disposto a qualsiasi nefandezza, pur di restare al potere. Queste stesse popolazioni non vogliono certamente finire nelle mani dell’Isis, ma temono d’altro canto il ritorno delle milizie di Assad, rinforzate oltretutto da quelle del loro nemico storico, l’Iran.

La “presa” di Aleppo, “Isis free” come risulta dal video qui sotto (attendere i primi sottotitoli) di circa tre mesi fa, e’ probabilmente vicina, in barba agli accordi di cessate il fuoco di Ginevra, ed ottenuta con l’assedio, la fame e, la distruzione, per ora parziale, della città. La città conta circa 2 mln di abitanti, e non sono certo né i russi, né il regime di Damasco a volersene far carico. Fino ad ora ha provveduto la Turchia, e in parte l’Europa, ma ora la Turchia è determinata a mettere uno stop, e ha chiuso le frontiere. Il dramma umanitario potrebbe raggiungere prossimamente dimensioni epocali.

Ma cosa ha spinto la Russia a una politica che, se praticata dagli americani, avrebbe visto la sollevazione del mondo intero, e che invece non sembra destare eccessive preoccupazioni in Putin, nemmeno di fronte alle accuse di crimini contro l’umanità delle organizzazioni umanitarie e dell’Onu?

L’Occidente è in una situazione delicatissima, intontito da una crisi economica ormai quasi decennale, confuso dalla propaganda russa, che non ha da invidiare nulla a quella dei tempi dell’Unione Sovietica, quanto a capillarità e soggetti coinvolti fuori dei propri confini (la novità tra i fan, per la verità non sempre disinteressati, è l’estrema destra, alla Le Pen, e una parte consistente del mondo cattolico), mentre la “guida” americana appare eccessivamente incerta o addirittura, pur in assenza di iniziative, sul banco degli accusati… di fronte, dicevo, a tanto smarrimento, l’attivismo di Putin appare pur sempre una “soluzione”. E, tuttavia, memori degli insegnamenti di von Clausewitz, dobbiamo scavare un po’ più a fondo, proprio nella direzione da lui tracciata, nel legame cioè tra politica interna e estera, almeno se vogliamo capire ciò che c’è dietro tanto “attivismo”.

Partiamo dunque dalla politica interna, cioe’ dalla struttura del potere russo. Utilizzerò per questo alcune osservazioni di Paolo Guzzanti fatte nel suo “blog” a margine di una discussione sulla Mitrokin e sui delitti londinesi dei russi:

«Non esistono nella Russia di Putin (e neanche in quella precedente) la figura del “ricco imprenditore ricattabile dalla mafia oligarchica”… Esiste una intera società di ufficiali del FSB e del SVR (tutti ex KGB) che restano in servizio permanente effettivo per tutta la vita… La presa del potere da parte del Kgb è consistita nell’arricchire tutti i gradi militari fedeli al governo, con la licenza in esclusiva – senza concorrenza – di una distribuzione commerciale. Mi sembra di ricordare – ma non ne sono sicuro e non ho tempo per cercare – che Lugovoj avesse ottenuto l’esclusiva delle acque minerali. Non doveva fare niente: solo incassare gli introiti. La Russia infatti non produce nulla di suo, di tecnologico, e neanche di scientifico, letterario, artistico, di ricerca che non sia militare. Produce e vende soltanto petrolio e gas. Gli affaristi non competono con gli affaristi, ma sono in competizione fra loro fra chi meglio serve le chiamate del governo e specialmente dei servizi segreti. Come dice il vecchio detto siciliano “Dove mamma mafia chiama, picciotto va e fa”. Così, dove FSB chiama, picciotto va e fa. E più è miliardario, più va e fa».

Guzzanti, di area berlusconiana da diverso tempo — il che dovrebbe rimandare al filo-putinismo — si limita a raccontare quello che sa, senza voler andare oltre. Tuttavia, a un livello più generale, la struttura economica russa ci dice che una simile società, senza una classe media, è strutturalmente incapace di pensare, e tanto meno praticare, la democrazia, mentre anche per il rapporto storico con la Chiesa ortodossa, il continuo ritorno allo “zarismo” diventa inevitabile. Quindi impero, quindi politica estera di potenza. Tendenza acuita di questi tempi dalla caduta del prezzo dell’oro nero, ormai quasi di latta, visti i prezzi precipitati sotto i $30 al barile. Da qui la guerra come prolungamento della politica interna. Perdere l’unica base del Mediterraneo, come mettere del tutto la sordina al problema ucraino, significherebbe per Putin trovarsi a fare i conti non più con la fanfara del patriottismo espansionista, ma con la pletora dei problemi interni, sempre più drammatici, per il crollo delle condizioni di vita della gente, proprio perché il paese è totalmente dipendente, come dice efficacemente Guzzanti, dal petrolio e dal gas. E il petrolio sotto gli $80 significa cominciare a lavorare in perdita.

La politica estera come soluzione di quella interna, dunque. A un livello più sofisticato la propaganda russa in Occidente punta tutto sull’ipotesi Eurasia. Lo sanno bene i berlusconiani filo-putinisti nostrani. E uno di loro, quando ho fatto conoscere le tesi di Guzzanti, mi ha risposto, senza starci troppo a pensare: “L’Eurasia sarebbe una potenza imbattibile e contro la sua realizzazione si muovono forze al confronto delle quali la presunta “mafia russa” impallidisce. Per questo so molto bene da che parte stare, a prescindere”. Ora, che l’Eurasia, che poi significa rottura dell’unità storica dell’Occidente, possa avere anche una remota possibilità di successo è un sognare a occhi aperti, e infatti lo scopo della sua riproposizione non è pratico, ma di penetrazione, di elemento di divisione. Nonostante la sua impraticabilita’ condiziona pero’ le nostre politiche nazionali e, a quanto pare, fa sognare le destre nostrane e i nostalgici delle Terza Roma cesaro-papista.

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Lasciando da parte il futuro un po’ piu’ distante da noi, che poi vuol dire peso accresciuto della Cina, molto di cio’ che succedera’ nel breve dipendera’ da chi vincera’ le elezioni americane. Per ora da Obama, preoccupato di non macchiare la propria presidenza con qualche decisione che dovesse risultare drammaticamente sbagliata, non c’e’ da aspettarsi molto di piu’ di quello che sta producendo oggi. Putin dunque giochera’ la sua carta medio-orientale in una situazione di vantaggio, e cerchera’ di portare a casa il massimo dei risultati. Quanto al giudizio su Obama, e sulla sua tattica attendista in M.-O., bisognera’ che passi del tempo per poter meglio valutarne i risvolti: in effetti contiene un elemento, magari in parte anche non voluto, di potenziale logoramento verso l’indaffaratissimo Putin di cui oggi non siamo in grado di misurarne la portata, ma che potrebbe risultare alla fine favorevole proprio all’antagonista di oltreoceano.

Pubblicato in : Primo pianoTag: Aleppo, America, anni, Assad, chiesa, cina, conti, crisi, crisi economica, democrazia, elezioni, europa, futuro, governo, iraq, ISIS, mondo, mondo intero, obama, organizzazioni, putin, Russia, terrorismo, usa, von Clausewitz

Info Luciano Priori Friggi

Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato a lungo in Master post-laurea e tenuto corsi presso l’università di Perugia. Giornalista economico e politico. Ha pubblicato “Ricominciare da Bastiat”, “Briganti contro l’Italia”, curato “Machiavelli teorico delle crisi” (con Introduzione e Intervista a S.Bertelli), “Dante” di M. Monnier (Traduzione e Postfazione).

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    17 Febbraio 2016 alle 08:12

    la Russia in Siria si sta mettendo in gioco – se non fa errori si avvia verso l’ingresso nell’UE

    Rispondi
    • Luciano Priori Friggi

      17 Febbraio 2016 alle 13:35

      Questa e’ sicuramente una idea innovativa. Mi permetto di dire pero’ che la confusione aumenterebbe esponenzialmente, visto che con questa opzione saremmo continuamente nel dubbio se incrementare le sanzioni o rifilargli l’euro.

      Rispondi

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