
Due notizie, apparentemente distanti, raccontano in realtà la stessa inquietudine. Da un lato l’inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta “Squadra Fiore”, un gruppo clandestino accusato di aver costruito e venduto dossier illegali utilizzando dati sensibili sottratti a banche dati protette, con il coinvolgimento di ex appartenenti alle forze dell’ordine e ambienti legati ai servizi. Dall’altro, la norma contenuta nel decreto sicurezza che prevedeva un incentivo economico di circa 615 euro agli avvocati per ogni pratica di rimpatrio volontario conclusa, fermata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per evidenti profili di incostituzionalità. Due piani diversi – uno penale, l’altro legislativo – ma un punto in comune: lo Stato di diritto che incespica. E quando lo Stato di diritto inciampa, non è mai un incidente casuale. È il segnale di una fragilità più profonda.
Nel caso dei dossieraggi, ciò che emerge è qualcosa di ancora più grave di una semplice attività illegale. Parliamo di un sistema parallelo che avrebbe avuto accesso a informazioni riservate, utilizzandole per costruire dossier su commissione, con finalità economiche e, verosimilmente, anche di pressione e condizionamento. Un intreccio pericoloso tra potere, informazioni e interessi privati. Non è solo un reato. È una distorsione del funzionamento democratico. Perché quando le informazioni diventano merce, quando i dati sensibili vengono utilizzati fuori da ogni controllo, il rischio è quello di una democrazia opaca, dove il confine tra legalità e malaffare si fa sempre più sottile. E la presenza, anche solo indiretta, di figure legate agli apparati dello Stato rende il quadro ancora più inquietante. Non siamo di fronte a un episodio isolato, ma a un possibile sistema.
Sul fronte normativo, la vicenda degli avvocati “a premio” per i rimpatri apre un’altra crepa, meno spettacolare ma altrettanto significativa. L’idea di incentivare economicamente il difensore affinché convinca il proprio assistito a lasciare il Paese introduce un elemento che entra in rotta di collisione con uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: l’autonomia della difesa. Non a caso il Quirinale è intervenuto con fermezza, facendo capire che così com’è la norma non può essere firmata. Perché un avvocato non può essere messo nella condizione di avere un interesse economico diretto nell’esito della scelta del proprio assistito. Non è solo una questione tecnica. È una questione di principio. E quando i principi vengono piegati a esigenze politiche contingenti, il rischio è quello di compromettere l’equilibrio complessivo del sistema.
Ma c’è un ulteriore elemento che lega queste due vicende, ed è quello dei costi. Nel caso dei dossieraggi, il danno non è solo morale o istituzionale, ma anche economico: utilizzo illecito di risorse, possibile distrazione di fondi, intrecci con società e interessi privati. Nel caso degli incentivi agli avvocati, il costo sarebbe stato diretto, a carico dello Stato, per sostenere una misura discutibile sotto il profilo giuridico. In entrambi i casi, a pagare è sempre lo stesso soggetto: il contribuente. Ed è qui che il quadro diventa ancora più critico. Perché non siamo di fronte solo a errori o deviazioni, ma a un sistema che rischia di produrre costi sproporzionati proprio mentre mette in discussione i suoi stessi fondamenti.
La lezione che si può trarre è semplice e al tempo stesso amara. Lo Stato di diritto non si difende solo con le leggi, ma con la coerenza delle scelte. Quando le istituzioni tollerano zone d’ombra o introducono norme ambigue, il rischio è quello di aprire spazi che altri – spesso meno legittimati – sono pronti a occupare. I dossieraggi e gli incentivi impropri sono due facce della stessa medaglia: quella di un sistema che, sotto pressione, rischia di smarrire la propria bussola. E quando la bussola si perde, la direzione diventa incerta. Anche per uno Stato.
Cesare Mannucci

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