Italia a rischio attacco missilistico? Non da oggi
“Circa le possibili invasioni dell’Italia (da parte dell’Unione Sovietica, NdA), anche dopo il 18 aprile 1948, abbiamo oggi le testimonianze di autorevoli dirigenti di Paesi dell’est. Posso dirle che da parte della dirigenza governativa alla quale ho sempre partecipato si pensava che fosse del tutto improbabile una invasione unilaterale dopo il 1948. Era invece possibile che scoppiasse la guerra. E il pericolo reale vi fu nel 1950, nel 1956, nel 1962 (gravissimo, evitato per poche ore), nel 1968. In tal caso gli Stati Uniti non avrebbero usato la bomba strategica e sarebbe risultata inevitabile l’occupazione (sovietica, NdA) in Europa fino ai Pirenei e in Italia fino all’Aspromonte”. E’ il brano di una lettera scritta il 21 settembre 1991 dal politico democristiano Paolo Emilio Taviani allo storico Nico Perrone, docente all’Università di Bari dl 1977 al 2006, che la pubblica nell’imminente libro Il realismo di De Gasperi. Fanfani invece vuole i missili americani (ed. BastogiLibri). Il 22 Taviani ribadì. “Il pericolo del 1962 era effettivamente legato alla vicenda dei missili di Cuba il 27-28 ottobre 1962: la mattina del 28 ottobre siamo stati a due ore dalla guerra, che sarebbe inevitabilmente scoppiata…”. Curiosamente, o non tanto, il 27 ottobre Enrico Mattei, scomodo stratega dell’ENI, morì nell’“incidente” dell’aereo che lo recava a Milano: un attentato terroristico, secondo Amintore Fanfani.
La catastrofe fu scongiurata dall’accordo Kruscev-Kennedy: l’Urss rinunciò a installare missili a Cuba, gli Usa li avrebbe ritirati dalla Turchia. In quel momento (dichiarà tempo dopo Taviani in Senato) una divisione ungherese era pronta ad attraversare l’Austria per piombare in Lombardia, a ovest della base NATO di Vicenza, alla volta del Mezzogiorno.
Taviani (Genova, 1912-Roma, 2001) scrisse quel che sapeva. Plurilaureato, economista, docente universitario, studioso insigne di Cristoforo Colombo, sottosegretario agli Esteri con De Gasperi, a lungo ministro di Difesa, Finanze, Tesoro, Interno, Cassa per il Mezzogiorno, Programmazione economica, eletto senatore nel 1976 e nel 1991 nominato sentore a vita da Francesco Cossiga, per mezzo secolo fu protagonista della storia.
Anni difficili: 1943-1947
Perrone perlustra gli anni dal 1947 al 1962, a partire dal viaggio di Alcide De Gasperi negli Stati Uniti d’America e all’adesione alla Nato. In soli tre lustri si susseguirono diciotto diversi governi, tutti incardinati sulla Democrazia cristiana, affiancata dai partiti “centristi”: liberali, repubblicani, socialdemocratici.
Il 1° gennaio 1948 la Carta repubblicana enunciò il nuovo titolare della sovranità, il “popolo”, che “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. “Sovranità” significa dominio di sé, della politica estera e conseguentemente di quella militare che ne è la proiezione necessaria. Quali passi condussero l’Italia alla cessione di sovranità dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale e nella successiva condizione geopolitica di “terra di frontiera”?
Nella lunga età del bipolarismo USA/URSS campeggiano De Gasperi (originariamente Degasperi, come usava firmarsi); Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e dal 1959 al 1966 ministro della Difesa, ma anche (ed è questa tra le novità del libro) non solo interprete ma influente “suggeritore” di Pio XII negli anni delle scelte cruciali, dall’accostamento agli Stati Uniti alla “scomunica” dei comunisti; e infine Amintore Fanfani.
Prominenti emergono due personalità meno studiate ma determinanti: Alberto Tarchiani, “fratello” dal 1920, militante in “Giustizia e Libertà”, poi nel Partito d’azione, ambasciatore dell’Italia a Washington; e Randolfo Pacciardi, segretario del partito repubblicano italiano, tenuto ai margini del Comitato di Liberazione Nazionale, ma dai robusti legami con ambienti statunitensi e rafforzato dalla confluenza nel PRI di esponenti di spicco del dissolto Partito d’azione come Ugo La Malfa.
Per far comprendere l’importanza storica della svolta del marzo 1949, i suoi sviluppi, interpretazioni e declinazioni e quella successivamente assunta da Fanfani, Perrone evidenzia la profonda differenza della loro formazione politica e culturale. Per intenderlo giova ripercorrere sinteticamente i tre anni dalla liquidazione del ventennale governo Mussolini (monocolore dal 1924) al referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, seguito dalla fine dei governi di coalizione nazionale.
A riposizionare l’Italia nella Comunità internazionale in piena seconda guerra mondiale furono Vittorio Emanuele III e i suoi fiduciari, militari e diplomatici, nel luglio-ottobre 1943: dalla sostituzione di Mussolini con Badoglio alla dichiarazione di guerra contro la Germania (13 ottobre), passando attraverso la “resa senza condizioni” (Cassibile-Malta, 3-29 settembre).
Pur mortificante, la resa scongiurò la debellatio dello Stato, perché il Comando supremo alleato riconobbe il “governo del re” quale garante della sua esecuzione. Inoltre gli anglo-americani agirono “nell’interesse delle Nazioni Unite” ma senza informare preventivamente l’URSS, che dal canto suo realisticamente non aveva mai aspirato a esercitare sovranità diretta sull’Italia. La Corona garantì la continuità dello Stato e, per quanto in limiti circoscritti, fu la base della ripresa di iniziativa diplomatico-militare, come emerge dai verbali delle conversazioni svolte durante la firma della resa. Con la “cobelligeranza” del 13 ottobre 1943 il “governo del re” segnò un punto fondamentale a vantaggio dell’Italia, perché lo abilitò a divenire interlocutore anche di Stalin, irritato dall’essere stato tenuto ai margini della Commissione alleata di controllo sull’Italia.
A indebolire la Corona e il governo Badoglio fu semmai il Comitato centrale di liberazione nazionale (CCLN) costituito in Roma da esponenti di sei partiti dalla ancora labile consistenza: comunisti, socialisti, partito d’azione, democratici del lavoro, democristiani e liberali. Divisi sugli obiettivi ultimi, furono unanimi sino all’aprile 1944 nel rifiuto di collaborare con il governo Badoglio, nella pretesa di rappresentare gli italiani e di decidere le sorti della monarchia, con la richiesta dell’immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III e la rinuncia alla successione da parte del principe ereditario, Umberto di Piemonte, a beneficio del figlio Vittorio Emanuele, di soli sette anni e quindi sotto tutela di un Reggente di nomina politica. Gli anglo-americani ignorarono il CCLN ma trassero vantaggio dalle sue polemiche: indebolivano immagune e sostanza del Paese e il valore politico della resistenza militare e civile contro tedeschi e fascisti repubblicani.
Il libro ricorda quanto spesso è dimenticato. Il governo esarchico presieduto da Ferruccio Parri, insediato il 19 giugno 1945 in successione a Ivanoe Bonomi, capo di due governi dalla diversa e litigiosa composizione partitica, il 15 luglio dichiarò guerra al Giappone. Fu una decisione dal valore meramente simbolico, quasi captatio benevolentiae delle Nazioni Unite che nella Conferenza di San Francisco il 26 giugno precedente avevano varato la Dichiarazione di principi e lo statuto dell’ONU. Essa fu coerente con la dichiarazione di guerra contro la Germania del 13 ottobre 1943, e anticipò persino quella dell’URSS, deliberata da Stalin l’8 agosto 1945, tra l’uno e l’altro dei due lanci di bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki.
All’indomani della guerra nei partiti di massa, democristiani inclusi, prevalse l’opzione per la neutralità, anche dopo la denuncia della “cortina di ferro” sovietica scesa da Stettino a Trieste pronunciata il 5 marzo 1946 da Churchill a Fulton alla presenza di Harry Truman, presidente degli USA. Per comunisti e socialisti (da anni uniti nel patto di unità d’azione) la neutralità conferiva l’abito del pacifismo all’ostilità pregiudiziale nei confronti dei Paesi “capitalistici”; per i democristiani, come De Gasperi, essa era la versione aggiornata dell’“inutile strage” deplorata da Benedetto XV nel 1917. Per i liberali essa costituiva la premessa per riprendere il cammino verso la Federazione europea prospettata da Luigi Einaudi e da Giovanni Agnelli sin dal corso della Grande Guerra.
A differenza di quanto ritenuto o sperato da chi aveva fatto della monarchia il capro espiatorio della sconfitta, il cambio della forma dello Stato non incise affatto sulle condizioni riservate all’Italia dal Trattato di pace. De Gasperi non ne ottenne alcuna modifica sostanziale. A comprendere e a indicare la via nuova furono appunto Andreotti e gli “uomini di Curia” che misero da canto le pregiudiziali nei confronti degli USA, fortilizio di un ‘“Occidente” non cattolico ma cristiano, di quel cristianesimo aperto e adulto di lì a poco benedetto da Croce.
Fratellanze occidentali
Perrone coniuga l’esperienza maturata da De Gasperi dai suoi esordi di politico militante nell’impero asburgico, multietnico, plurireligioso e dalle diverse lingue ufficiali e ufficiose (l’italiano era tra le ultime, perché ottusamente Vienna non concesse mai un’Università a sud dell’arco alpino) con quella sino di presidente del Consiglio di un Paese collocato nell’ambito dell’impero statunitense prima che la generalità della dirigenza partitica italiana se ne rendesse pienamente conto. Lo intuirono i siciliani spintisi a proporre l’inclusione della Trinacria negli USA e vennero condotti a migliori consigli con lo statuto speciale, varato a beneficio perpetuo della loro isola (un po’ meno per l’Italia), anche per “disarmare” il separatismo e l’Evis.
La svolta di De Gasperi maturò nel suo viaggio negli Stati Uniti d’America (1947). A margine dei colloqui “politici”, al segretario della Democrazia cristiana fu impartito un corso accelerato di “occidentalizzazione”. Arthur H. Vandenberg gli spiegò che il Rotary Club Internazionale (approdato in Italia nel 1923 e costretto all’autoscioglimento nel 1938 per scongiurare la repressione da parte di Mussolini, ormai smarrito nelle nebbie della campagna d’opinione contro la “borghesia”) non era una congrega di assatanati. Non lo erano neppure e logge massoniche, come a De Gasperi fu poi ribadito da influenti massoni italo-americani quali Frank Gigliotti e Charles Fama quando la Costituente approvò la libertà di associazione e vietò le “società segrete”, formula riecheggiante l’antimassonismo clerico-fascista e la massonofobia mussoliniana.
A convincere anche ambienti ecclesiastici conservatori che non era più tempo di crociate contro l’Occidente concorsero i molti italo-statunitensi che praticavano il blando cattolicesimo delle loro terre d’origine, compatibile con i riti gnostici di Giordano Gamberini, futuro gran maestro del Grande Oriente d’Italia, e con lo scozzesista Manlio Cecovini, come documenta un imminente libro curato da Luca G. Manenti per Rubbettino. Quei cattolici italo-americani costituirono anche efficace alternativa alle predilezioni di molti anticlericali italiani per l’Inghilterra, anglicana, con robusti inneschi metodisti e presbiteriani, irriducibilmente ostili nei confronti della chiesa di Roma.
Due volte massone era il repubblicano Randolfo Pacciardi, che ebbe ruolo fondamentale in vista della seduta del governo che l’11 marzo 1949 approvò l’adesione dell’Italia alla Nato. Come documenta Aldo G. Ricci nell’edizione critica dei Verbali del governi De Gasperi curata per la Presidenza del Consiglio, per quanto paradossale i ministri approvarono senza neppure avere sotto gli occhi il testo sul quale erano chiamati a pronunciarsi. Esso venne letto dal presidente nella versione italiana.
E Fanfani volle i missili
Data l’importanza della delibera per il seguito della storia d’Italia, tale procedura può parere sconcertante; ma lo è meno di quella poi adottata da Amintore Fanfani che, dopo la sua visita negli USA (28-31 luglio 1958), ricambiata da quella di Eisenhower in Italia (3-6 dicembre 1959), sollecitò l’installazione in Italia di missili di medio raggio “Jupiter”, muniti di testate nucleari e distribuiti su suolo nazionale (concretamente trenta “vettori” allocati in Puglia e Basilicata, tre dei quali sempre pronti a operare, ma senza adeguate protezioni). L’“accordo” (25 marzo 1959) non ebbe la preventiva approvazione del Parlamento, in violazione della Carta costituzionale. Se ne discusse solo “a cose fatte”. L’Italia repubblicana fece un balzo all’indietro rispetto a quanto a suo tempo perentoriamente chiesto (ma mai ottenuto) da Giovanni Giolitti: la fine della diplomazia segreta (altra cosa dal segreto diplomatico) tessuta alle spalle del Paese, tenuto all’oscuro ma destinato a pagare le conseguenze di decisioni di Poteri sovrannazionali.
Nella lunga e intricata vicenda emerge la coerenza di De Gasperi: come negli anni della sua formazione politica aveva concepito gli italofoni quale parte integrante dell’Impero asburgico, così nel secondo dopo guerra vide l’Italia come “provincia” del nuovo impero, incardinato sull’egemonia militare degli USA. Lo enunciò il 30 novembre 1948 alle “Grandes conférences catholiques” di Bruxelles: l’Italia era “pronta ad imporsi quelle autolimitazioni di sovranità che la rendano sicura e degna collaboratrice di un’Europa unita in libertà e democrazia”. Nella grande svolta del 1948-1949 lo statista trentino poté contare sull’Italia del Risorgimento (liberali e repubblicani) e sui socialisti democratici, “euro-occidentali”, disprezzati e combattuti con ogni arma dal Fronte popolare nel quale era confluita l’ala massimalistica del disciolto Partito d’azione. Quella stessa compagine nelle elezioni politiche del 1953 fece fallire la riforma elettorale che avrebbe garantito stabilità di governo e autorevolezza allo Stato d’Italia.
Quando l’Europa non nacque (e perché non c’è)
Purtroppo anche in altri lembi del Vecchio Continente tanti politici camminavano con la testa rivolta al passato remoto. Fu così che la possibile Federazione Europea morì in culla. La Comunità Europea di Difesa (CED), perno dell’Europa mai nata, venne bocciata dall’Assemblea Nazionale francese il 30 agosto 1954, mentre l’impero coloniale di Parigi andava in frantumi. Fu la grande occasione perduta, che rese e rende l’Europa priva di identità propria e subalterna alla NATO (Istituzione diversa dall’anglo-americana Alleanza Atlantica). L’Euratom rimase a sua volta una insegna su un edificio sempre fermo alle fondamenta.
Memori di quel passato occorre alzare lo sguardo da minute cronache partitico-elettorali nostrane, spacciate come alta politica, e volgere l’attenzione ai fondamentali della Storia. Non lo ha fatto l’Unione Europea che ha aumentato a dismisura il numero dei suoi componenti (grandi, medi, minimi) senza il correttivo necessario: sostituire il vincolo dell’unanimità con il voto a maggioranza, almeno per le decisioni di rilievo vitale. Urge riflettere mentre nel différend tra Federazione russa e Ucraina la Nato mira a spostare i suoi arsenali sempre più a ridosso dell’antico impero russo, obliando l’impegno assunto con Gorbacev (Cremlino, 9 febbraio 1990, poco conta se scritto o meno: la lealtà è caposaldo nei rapporti tra gli Stati come tra persone, diversamente vigono l’anarchia e la “legge del più forte”): il “sì” della Russia alla riunificazione tedesca in cambio dell’impegno della Nato a non spostare di un solo pollice la sua giurisdizione verso est.
Dal panorama globale tornando all’“aiuola che ci fa tanto feroci”, se è vero che “la sovranità appartiene al popolo” è altrettanto vero che esso può esercitarla solo se effettivamente informato di tutti i vincoli derivanti dalla cessione di sovranità, in specie in politica estera e militare, e abilitato a pronunciarsi sulla propria sicurezza nella sede deputata: il Parlamento.
Aldo A. Mola

Missile Jupiter. Nico Perrone ricorda analiticamente la dislocazione dei trenta missili Jupiter con testata nucleare “accampati” tra Puglia e Basilicata dal febbraio-settembre 1960, il loro potenziale offensivo e l’esposizione a “incidenti”. In caso di conflitto con armi strategiche avrebbero attirato sull’Italia la ritorsione nemica con missili ancor più devastanti. La pace reggeva sull’ equilibrio del terrore. E oggi? Quanto è ampio l’Ombrello e quante mani lo sorreggono quando tirano impetuosi venti di guerra?

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