Non possiamo escludere colpi di coda dei maggioritari sotto la veste del ritorno al “mattarellum”. Ma, a questo riguardo, ci rassicura obbiettivamente il fatto che i due maggiori partiti non sarebbero in grado di gestirlo.

Sul primo, invece, siamo proprio al “minimo sindacale”: contestazioni addolorate, ma dignitose dei referendari; urla scomposte di Di Pietro; infine, almeno nei due partiti maggiori, un sollievo manifesto accompagnato, ma non mascherato, nel Pd, da alcune clausole di stile. E, a questo riguardo, fa fede la dichiarazione di Bersani: “Sono addolorato, ma adesso occorre agire in Parlamento”. Una reazione che ricorda molto quella di una famiglia all’indomani della dipartita di un congiunto un po’ fastidioso “siamo addolorati, ma la vita continua”.
Per il Pd è l’opportunità di chiudere, magari subendola, la fine di un’avventura in cui si era imbarcato, per esigenze propagandistiche, su pressioni altrui e con una buona dose di ipocrisia. E, diciamolo pure, di malafede.
Bisognava, in sintesi, non esporsi alle censure, anche interne dei bipolaristi; altrettanto incapaci di motivare politicamente la loro scelta, quanto disposti a denunciare come vero e proprio reato le posizioni favorevoli al proporzionale.
Occorreva, per altro verso, dare soddisfazione alla protesta popolare contro un “Parlamento di nominati”. Indirizzare questa protesta nei confronti di Berlusconi e il suo “porcellum” avrebbe fatto dimenticare due realtà imbarazzanti: il fatto che lo stesso Pd aveva subito senza fare le barricate lo stesso “porcellum” adattandosi pienamente al nuovo sistema; e, ancora, che il sistema precedente – il mattarellum – era, semmai, peggiore di questo per quanto riguardava la libertà di scelta e di giudizio degli elettori italiani.
Del resto, il Pd e l’opposizione nel suo insieme ha manifestato ipocrisia e malafede nella stessa presentazione della questione: da una parte si sosteneva a gran voce che la riforma era prioritaria al punto da costituire la ragion d’essere principale di qualsiasi governo di emergenza; dall’altro ci si guardava e ci si guarda bene dall’indicare, in qualsiasi modo, la natura della riforma proposta al punto di non presentare alcuna iniziativa al riguardo.
La sentenza della Corte (ne vedremo tra poco le motivazioni) ha, qui ed oggi, il grandissimo merito di porre fine a questo insieme di pantomime e, nel contempo di indicare, sia pure indirettamente, al Parlamento un quadro preciso in cui operare.
Ci permettiamo, a questo riguardo, di formulare alcune ipotesi di lavoro; se non altro per chiarire, in primo luogo a noi stessi, i termini della discussione.
E’ molto probabile, in primo luogo (avremmo voluto scrivere “certo”, ma la categoria non appartiene ai politici italiani…), che si affermerà definitivamente l’impianto proporzionale già presente nella legge attuale. Non possiamo escludere colpi di coda dei maggioritari sotto la veste del ritorno al “mattarellum”. Ma, a questo riguardo, ci rassicura obbiettivamente il fatto che i due maggiori partiti non sarebbero in grado di gestirlo.
Berlusconi può sognare quanto vuole il ritorno ai bei tempi del rapporto con la Lega ma sa, o dovrebbe sapere benissimo, che questa prospettiva oltre ad essere elettoralmente perdente e politicamente suicida, porterebbe a sconquassi e prese di distanza laceranti sia nella Lega che, soprattutto, all’interno dello stesso Pdl. Con il risultato di aprire vere e proprie autostrade all’espansione del Centro.
Per Bersani poi, la foto di Vasto diventerebbe un “caro ricordo”. Perché il segretario sa benissimo, e saranno in tanti a ricordarglielo, che presentarsi, qui ed oggi, alle elezioni in nome della sinistra pura e dura sarebbe, anch’esso, un suicidio politico.
Credetemi: il “mattarellum”oggi è uno strumento impraticabile. E, allora, ci muoveremo nell’ambito del proporzionale. Reso corretto dalla soppressione del premio di maggioranza e invulnerabile alla fobia contro i piccoli partiti dall’introduzione, sul modello tedesco, di una clausola di sbarramento. Rimarrebbe il problema centrale: come garantire agli elettori il diritto di scegliere i loro rappresentanti?
La via maestra sarebbe, ovviamente, le reintroduzione del voto di preferenza, possibilmente plurimo; ma si tratta di una prospettiva per cui esiste, da parte di molti, una ripugnanza incoercibile. Niente paura però perché, a risolvere il problema c’è il metodo adottato, a suo tempo per l’elezione dei senatori. Chiunque può votare, nel suo collegio, per il candidato del partito a lui più gradito e l’insieme dei voti dei singoli partiti dà luogo, su scala regionale, ad una ripartizione proporzionale dei seggi. Scenari, insieme, logici e virtuosi. Ma è certamente possibile che questi non si realizzino e che la legge rimanga com’è. E non solo per le resistenze del passato. Ma anche per il terrore di eventi futuri; nel concreto per l’emergere di nuovi soggetti politici. Una prospettiva comunque più che probabile, ma assolutamente certa in uno schema proporzionale.

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