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Due giorni dopo il referendum consegna alla politica una certezza e una responsabilità.
La certezza è il No degli italiani a quella specifica riforma costituzionale.
La responsabilità è non archiviare il tema della giustizia.
Perché il voto non ha chiuso il problema.
Ha respinto una soluzione.
E allora la domanda diventa inevitabile: da dove si riparte?
Il primo punto, giuridicamente chiaro, è che l’impianto bocciato non è recuperabile per parti.
Era una revisione costituzionale organica.
È caduta interamente.
Per riproporla servirebbe un nuovo iter, lungo e complesso, secondo l’articolo 138 della Costituzione.
Ma proprio qui si apre uno spazio politico nuovo.
Quello di una riforma diversa.
Più mirata.
Più equilibrata.
Forse più condivisibile.
Il referendum ha mostrato una diffidenza precisa.
Non tanto verso il principio della distinzione tra le funzioni, quanto verso alcuni strumenti utilizzati per realizzarla.
A partire dal nodo dei Consigli superiori e dal meccanismo del sorteggio.
E allora una prima strada possibile è quella di separare i piani.
Distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede una revisione costituzionale.
Sul piano ordinario, il legislatore ha margini di intervento significativi.
Può rafforzare ulteriormente la distinzione tra le funzioni di giudice e pubblico ministero.
Può rendere ancora più rigorosi i passaggi di carriera.
Può intervenire sui criteri di valutazione professionale.
Può, soprattutto, mettere mano al sistema elettorale del CSM.
È questo, oggi, il punto più sensibile.
Il peso delle correnti è percepito come uno dei principali fattori di criticità del sistema.
Ridurne l’influenza senza ricorrere a soluzioni estreme come il sorteggio costituzionalizzato potrebbe rappresentare un terreno di convergenza.
Un sistema elettorale misto, più trasparente, meno condizionato dalle appartenenze interne, è una delle ipotesi sul tavolo.
Parallelamente, resta aperto il capitolo costituzionale.
Ma qui il metodo dovrà cambiare.
Se si vorrà tornare a discutere di due CSM distinti o di una separazione più netta delle carriere, sarà necessario costruire un consenso più ampio.
Coinvolgere non solo la maggioranza, ma anche una parte dell’opposizione.
E forse, soprattutto, ascoltare di più la magistratura senza trasformare il confronto in uno scontro.
Il referendum ha detto una cosa chiara.
Non basta avere ragione nel merito.
Occorre convincere nel metodo.
Perché le riforme costituzionali non si impongono.
Si costruiscono.
C’è poi un aspetto più profondo, che il voto ha riportato al centro.
Il delicato equilibrio tra indipendenza della magistratura e percezione di imparzialità.
Due esigenze che non sempre coincidono.
E che ogni riforma è chiamata a tenere insieme.
Separare le funzioni può rafforzare la percezione di terzietà del giudice.
Ma indebolire, se mal calibrato, il legame del pubblico ministero con la cultura della giurisdizione.
Tenere insieme le carriere può garantire maggiore autonomia dall’esecutivo.
Ma alimentare il sospetto di una eccessiva contiguità tra accusa e giudizio.
È questo il vero nodo.
Ed è un nodo che non si scioglie con slogan.
Richiede equilibrio.
Gradualità.
E soprattutto una visione.
Il tempo non è infinito.
La legislatura si avvia verso il suo ultimo tratto.
E all’orizzonte si profila il tema della legge elettorale.
Un’altra riforma destinata a incidere sugli equilibri del sistema.
Il rischio è quello di sovrapporre troppi cantieri senza chiuderne nessuno.
Per evitarlo, la politica dovrà fare una scelta.
Ripartire da ciò che unisce, non da ciò che divide.
Costruire una riforma della giustizia possibile.
Non perfetta.
Ma condivisa.
Perché dopo il No, il vero banco di prova non è dimostrare chi aveva ragione.
È dimostrare di aver capito perché gli italiani hanno detto no.
Cesare Mannucci

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