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Dopo il No, la riforma possibile: separare le funzioni, riequilibrare il sistema

Due giorni dopo il referendum consegna alla politica una certezza e una responsabilità. La certezza è il No degli italiani a quella specifica riforma costituzionale. La responsabilità è non archiviare il tema della giustizia. Perché il voto non ha chiuso il problema. Ha respinto una soluzione. E allora la domanda diventa inevitabile: da dove si riparte? Il primo punto, giuridicamente chiaro, è che l’impianto bocciato non è recuperabile per parti. Era una revisione costituzionale organica. È caduta interamente. Per riproporla servirebbe un nuovo iter, lungo e complesso, secondo l’articolo 138 della Costituzione. Ma proprio qui si apre uno spazio politico nuovo. Quello di una riforma diversa.

di Cesare Mannucci | 26 Marzo 2026

D

Due giorni dopo il referendum consegna alla politica una certezza e una responsabilità.

La certezza è il No degli italiani a quella specifica riforma costituzionale.

La responsabilità è non archiviare il tema della giustizia.

Perché il voto non ha chiuso il problema.

Ha respinto una soluzione.

E allora la domanda diventa inevitabile: da dove si riparte?

Il primo punto, giuridicamente chiaro, è che l’impianto bocciato non è recuperabile per parti.

Era una revisione costituzionale organica.

È caduta interamente.

Per riproporla servirebbe un nuovo iter, lungo e complesso, secondo l’articolo 138 della Costituzione.

Ma proprio qui si apre uno spazio politico nuovo.

Quello di una riforma diversa.

Più mirata.

Più equilibrata.

Forse più condivisibile.

Il referendum ha mostrato una diffidenza precisa.

Non tanto verso il principio della distinzione tra le funzioni, quanto verso alcuni strumenti utilizzati per realizzarla.

A partire dal nodo dei Consigli superiori e dal meccanismo del sorteggio.

E allora una prima strada possibile è quella di separare i piani.

Distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede una revisione costituzionale.

Sul piano ordinario, il legislatore ha margini di intervento significativi.

Può rafforzare ulteriormente la distinzione tra le funzioni di giudice e pubblico ministero.

Può rendere ancora più rigorosi i passaggi di carriera.

Può intervenire sui criteri di valutazione professionale.

Può, soprattutto, mettere mano al sistema elettorale del CSM.

È questo, oggi, il punto più sensibile.

Il peso delle correnti è percepito come uno dei principali fattori di criticità del sistema.

Ridurne l’influenza senza ricorrere a soluzioni estreme come il sorteggio costituzionalizzato potrebbe rappresentare un terreno di convergenza.

Un sistema elettorale misto, più trasparente, meno condizionato dalle appartenenze interne, è una delle ipotesi sul tavolo.

Parallelamente, resta aperto il capitolo costituzionale.

Ma qui il metodo dovrà cambiare.

Se si vorrà tornare a discutere di due CSM distinti o di una separazione più netta delle carriere, sarà necessario costruire un consenso più ampio.

Coinvolgere non solo la maggioranza, ma anche una parte dell’opposizione.

E forse, soprattutto, ascoltare di più la magistratura senza trasformare il confronto in uno scontro.

Il referendum ha detto una cosa chiara.

Non basta avere ragione nel merito.

Occorre convincere nel metodo.

Perché le riforme costituzionali non si impongono.

Si costruiscono.

C’è poi un aspetto più profondo, che il voto ha riportato al centro.

Il delicato equilibrio tra indipendenza della magistratura e percezione di imparzialità.

Due esigenze che non sempre coincidono.

E che ogni riforma è chiamata a tenere insieme.

Separare le funzioni può rafforzare la percezione di terzietà del giudice.

Ma indebolire, se mal calibrato, il legame del pubblico ministero con la cultura della giurisdizione.

Tenere insieme le carriere può garantire maggiore autonomia dall’esecutivo.

Ma alimentare il sospetto di una eccessiva contiguità tra accusa e giudizio.

È questo il vero nodo.

Ed è un nodo che non si scioglie con slogan.

Richiede equilibrio.

Gradualità.

E soprattutto una visione.

Il tempo non è infinito.

La legislatura si avvia verso il suo ultimo tratto.

E all’orizzonte si profila il tema della legge elettorale.

Un’altra riforma destinata a incidere sugli equilibri del sistema.

Il rischio è quello di sovrapporre troppi cantieri senza chiuderne nessuno.

Per evitarlo, la politica dovrà fare una scelta.

Ripartire da ciò che unisce, non da ciò che divide.

Costruire una riforma della giustizia possibile.

Non perfetta.

Ma condivisa.

Perché dopo il No, il vero banco di prova non è dimostrare chi aveva ragione.

È dimostrare di aver capito perché gli italiani hanno detto no.

Cesare Mannucci

Pubblicato in : CornerBlog, Editoriale, La parola al Sindaco

Info Cesare Mannucci

Direttore Responsabile ad interim, già Vice Direttore vicario di PensaLibero.it, svolge una intensa attività giornalistica da oltre 40 anni. Ha cominciato nel settimanale L’Eco di Milano e provincia, come collaboratore, per ricoprire poi incarichi di responsabilità come caposervizio, caporedattore sino alla condirezione dello stesso. E’ stato collaboratore esterno del quotidiano del pomeriggio La Notte (gruppo Rusconi Editore), e per oltre 24 anni giornalista al quotidiano nazionale Il Giorno (Eni e poi Poligrafici Editoriale) per il quale si è occupato di cronaca nera, amministrativa, sindacale e giudiziaria. Componente del Cdr de Il Giorno in qualità di fiduciario. E’ stato anche collaboratore del quotidiano della Cei, L’Avvenire e dell’Unione Sarda. Ha svolto, inoltre, intensa attività politica come Sindaco del comune milanese di Mediglia, Vicepresidente vicario del consiglio direttivo del Parco Agricolo del Sud Milano, per il quale è stato componente del consiglio d’amministrazione di Fedenatur la rete dei parchi periurbani della Comunità Europea (con sede a Barcellona) in rappresentanza della Provincia di Milano. Componente del comitato tecnico intercomunale per la trasformazione del Consorzio dell’Acqua Potabile di Milano (Cap) in società di capitali (Cap Holding SpA). E’ stato anche delegato per la Lombardia al congresso nazionale dell’ Associazione nazionale comuni italiani (Anci) del 1999 a Catania. Capo Segreteria a Milano di un noto europarlamentare (2016). Consigliere comunale all’opposizione a San Donato Milanese, cittadella che ospita Metanopoli e il quartiere generale dell’Eni (2017-2022). Da giugno 2022 Consigliere comunale di minoranza a Dresano (Mi). Dal 2023 al 2024 Responsabile della comunicazione di un conosciuto europarlamentare pavese. Direttore Responsabile de “Il Giornale dei Laghi” mensile della Gestione Navigazione Laghi-Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (dal luglio 2025)

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