La disfatta umbra della innaturale alleanza Pd -5 Stelle, ampiamente prevedibile e prevista anche senza aver frequentato corsi di alta politica a Oxford, ripropone intatto il “che fare” della sinistra italiana per arginare il dilagare della destra di Salvini e di Meloni. Si è fatto un governo dei timorosi per rimandare il redde rationem e sperando di ridimensionare il bacino elettorale sovranista. Questa strategia del geniale Franceschini ha fallito già alla prima prova. Ed oggi non abbiamo neppure un embrione di alternativa . Del resto un governo incolore e di puro trasformismo, egemonizzato dai 5 Stelle, che si è rivelato incapace di smantellare i decreti Salvini, di abolire la costosissima Quota 100 e di riorganizzare la spesa sociale ora fagocitata dal Reddito di cittadinanza, un esperimento fallito dato che non è riuscito a trovar lavoro a nessun beneficiario, che appeal poteva avere presso gli elettori di sinistra? I giallorossi sono stati capaci , questo si, di far approvare una legge contraria alla democrazia parlamentare, il cosiddetto taglio dei parlamentari, e di mettere in dirittura d’arrivo una riforma della giustizia fondata sul fine processo mai, con l’abolizione de facto della dell’istituto garantista della prescrizione. Con questo capolavoro in meno di due mesi ci si stupisce del clamoroso flop umbro? Non sarebbe serio né utile chiedere le dimissioni di Zingaretti, ma un cambio di rotta politica si impone di necessità. E se Zingaretti non vuol fare la figura del Don Abbondio della sinistra italiana deve metterla in cantiere da subito. La casa è già crollata, bisogna costruirne una ex novo. Nella speranza che il governo tiri a campare almeno fino a Natale, il pd deve aprire un dibattito vero sul futuro , con la presa d’atto che l’alleanza con i 5 Stelle è stata una sciocchezza e certamente non è da qui che può ripartire il lavoro di creare un fronte alternativo al sovranismo, cioè non può aver valore strategico. Andare alle prossime scadenze regionali, prima fra tutte quella emiliana di gennaio senza rivedere la strategia politica sarebbe suicida. Peggio se dovesse precipitare la situazione politica nazionale e si dovesse andare al voto politico anticipato. Si prenda atto che il centro sinistra deve prender le mosse da quel che c’è e che non è poco. Un partito di sinistra tradizionale il Pd, un partito in formazione di centro liberaldemocratico, Renzi, forze sparse di centro e di sinistra da unire, Calenda, Bonino, Bersani ecc. Se dalla rotta dei 5 Stelle verrà fuori qualcosa di affine bene, altrimenti meglio lasciarli andare per la loro strada che Di Maio vuole comunque delineare come ambigua. Sarà in grado il Pd di guidare questa lunga attraversata nel deserto, per usare una metafora abusata, da cui potrà domani uscire una vera alternativa democratica al salvinismo? O preferirà perseverare nell’errore con il conforto dei tanti che preferiscono salvarsi l’anima che puntare pragmaticamente al governo del paese?
Luigi Vimercati (lavocemetropolitana.it)

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