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Donne e politica: la discriminazione come dogma

Quella che rivendica, protesta, punta il dito è né più né meno che la lobby delle donne già presenti e affermate in politica, nel giornalismo e nelle università, un’élite che ha scelto la scorciatoia per conquistare più posti, esattamente come qualsiasi corrente di partito.

di Giorgio Ragazzini | 18 Febbraio 2021

Introducendo il suo libro Illusioni Italiche, Luca Ricolfi si chiedeva: “Come mai siamo liberi di credere (quasi) tutto quello che vogliamo anche riguardo ai fatti? Perché adottiamo con tanta facilità credenze empiriche false, o semplicemente indimostrate?” Per le risposte rimando senz’altro alla lettura dell’ancora utilissimo volume del 2010. Sul fatto che “oggi quasi nulla si frappone alla nostra volontà di credere”, penso però che non possano esserci dubbi, specialmente se si frequentano i cosiddetti “social”.

Rientra nelle “credenze empiriche non dimostrate” il modo in cui di norma si spiega la sotto-rappresentazione delle donne in politica, stigmatizzata anche di recente nella composizione del governo Draghi. Il solo dato di fatto del minor numero di donne nei ruoli che contano implicherebbe che l’altra metà del cielo venga discriminata. Invece a nessuno viene in mente (giustamente) di sostenere che nella scuola sono discriminati i docenti maschi, anche se la loro presenza nella scuola primaria ammonta al solo 3,6% del totale, al 22% nelle medie e al 34% nelle superiori.

Le principali teorie sulla minore presenza di donne nel ceto politico sono tre. Quella culturale, per cui pesa ancora fra le donne l’idea che la politica sia una faccenda più adatta agli uomini; quella situazionale, che individua il maggiore ostacolo nella difficoltà di conciliare gli impegni familiari con il tempo da dedicare alla politica; quello della discriminazione di genere, secondo il quale i colleghi maschi delle donne impegnate in politica impediscono di fatto la loro ascesa ai vertici dei partiti e delle istituzioni.

È evidente che ciascuna delle tre spiegazioni presa in sé deve suggerire rimedi diversi: la prima sul piano educativo e culturale, la seconda su quello del welfare (maggiore accesso agli asili nido e alle scuole dell’infanzia, più assistenza domiciliare per le persone malate o anziane, parità fra uomini e donne nelle faccende domestiche e nella cura dei figli), la terza dovrebbe consigliare una rigorosa valorizzazione della competenza indipendentemente dal genere, mentre la soluzione delle quote non può che confliggere con il fondamentale criterio del merito.

Come verificare allora quali siano in concreto le cause della minore presenza delle donne nelle assemblee elettive e nei governi nazionali e locali?

L’ipotesi culturale e quella situazionale (donne meno interessate alla politica o troppo occupate per impegnarvisi) dovrebbero trovare una conferma in una presenza femminile minoritaria nelle basi dei partiti, mentre quella discriminatoria implica una presenza femminile di base non lontana dal 50%, che via via si assottiglia per il boicottaggio dei maschi.

Nel 2006 (già da anni si discuteva di quote rosa) chiesi a tutti i partiti di inviarmi le percentuali delle iscritte. Li ebbi solo dai Democratici di Sinistra, eredi del Pci, con una tradizione di attivismo femminile molto accentuata e da Radicali Italiani, con un passato e un presente di grandi battaglie per e con le donne. Le iscritte ai primi erano il 31% del totale, mentre sorprendentemente nei secondi la quota scendeva al 20%. E parliamo di iscritte, non di militanti. Ed è legittimo d’altro canto pensare che nei partiti più tradizionalisti le percentuali fossero ancora più basse.

Se così stanno le cose, e in attesa che qualcuno riesca a avere dati più completi e aggiornati, non si capisce come potrebbe esserci la parità di genere nella dirigenza dei partiti e nelle istituzioni e come quindi si possa sostenere che la discriminazione sia qualcosa di più un possibile fenomeno marginale.

Anche dalla mia esperienza di dirigente provinciale nella Gilda degli Insegnanti posso ricavare una solida smentita della spiegazione discriminatoria. Pur rappresentando un universo largamente femminile e contando anche alcune brillanti colleghe nel gruppo fondatore, la direzione nazionale e quelle provinciali erano formate prevalentemente da uomini, senza che mai sia stata evocata una discriminazione di qualche tipo.

Dunque, quella che rivendica, protesta, punta il dito è né più né meno che la lobby delle donne già presenti e affermate in politica, nel giornalismo e nelle università, un’élite che ha scelto la scorciatoia della ripetizione dogmatica della loro esclusione senza onere della prova per conquistare più posti, esattamente come qualsiasi corrente di partito. Il meccanismo è quello ben descritto da Francesco Guicciardini: “Nega pure sempre quello che tu non vuoi che si sappia o afferma quello che tu vuoi che si creda, perché, ancora che in contrario sian molti riscontri e quasi certezza, lo affermare o negare gagliardamente mette spesso a partito il cervello di chi ti ode”. Il bello è che più viene messo “a partito” il cervello degli uomini, più si rinvigoriscono le richieste delle donne. C’è stata una riforma costituzionale sulla parità di genere, c’è il divieto di dare due preferenze elettorali dello stesso sesso, la Rai ha appena fatto un’insensata campagna per imporre il 50% di donne nei convegni, c’è tutto un darsi da fare in tutte le giunte commissioni gruppi per vantare la presenza delle donne, vige ovunque il fatuo imperativo “ci vorrebbe una donna”. La strada maestra è però quella di far valere le proprie capacità come persone e non in quanto donne, abbandonando le battaglie basate sul vittimismo e battendosi per esigere in tutte le scelte l’irrinunciabile criterio del merito.

Giorgio Ragazzini

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, draghi, governo, merito, persone, radicali, rai, scuola, soluzione

Info Giorgio Ragazzini

Fiorentino, insegnante di Lettere nella scuola media. Accanto all’attività didattica, si è occupato spesso di aggiornamento, progettando e organizzando seminari, corsi e convegni su vari temi, con una particolare attenzione alla relazione educativa e ai problemi disciplinari. Alcuni anni fa ha coordinato la stesura di un codice dei principi etici per la Gilda degli Insegnanti. Fa parte del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marisa Scapuzzi

    18 Febbraio 2021 alle 14:34

    Assolutamente sì , concordo in pieno , mai amato la definizione quote rosa , non è per me una questione di colore rosa o celeste , già discriminante , ma di persone , interessate e preparate o volenterose di imparare

    Rispondi

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