
Il blocco dello stretto di Hormuz minaccia la filiera farmaceutica globale: paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e perfino farmaci oncologici dipendono da precursori petrolchimici che transitano da lì. Le scorte possono reggere ancora due o tre mesi; se il conflitto si prolunga, la crisi rischia di diventare strutturale. La guerra in Iran può sembrare lontana, ma Stati Uniti e Israele hanno lanciato la più massiccia campagna aerea degli ultimi anni contro infrastrutture iraniane. Da allora Hormuz è di fatto una zona di guerra: il traffico commerciale è crollato, i prezzi dell’energia sono schizzati. Ma c’è una domanda rimasta ai margini del dibattito: cosa succede ai farmaci? Non alle scorte già nei magazzini, ma alla capacità stessa di produrli. Il petrolio non muove solo le economie: muove anche le medicine. Una quota decisiva delle materie prime necessarie alla sintesi farmaceutica passa proprio da quello stretto. Prima di arrivare in farmacia una compressa di paracetamolo percorre migliaia di chilometri in una catena chimica che parte dal petrolio. Lo stesso vale per la metformina, per antibiotici come amoxicillina e ciprofloxacina, e per molti oncologici, che dipendono anche da energia e materiali plastici derivati dalla nafta. Non sono anomalie: sono i processi standard della farmaceutica moderna. Il punto più critico della catena è l’India, che produce circa il 20% dei farmaci generici globali e quasi la metà di quelli consumati negli Stati Uniti. Ma questa produzione dipende da principi attivi cinesi e da precursori petrolchimici legati a doppio filo ai flussi energetici del Golfo. I costi sono già saliti del 30%. Il conto alla rovescia è iniziato. Le scorte coprono circa due mesi, ma erano pensate per condizioni normali, non per una crisi prolungata nello snodo da cui passa una quota essenziale delle materie prime globali. Basta seguire una singola pillola: la metformina di un diabetico dipende da derivati del gas del Golfo, da intermedi cinesi, da solventi che transitano oltre Hormuz e da imballaggi petrolchimici. Una compressa, più dipendenze, un solo punto critico. Il metanolo decide se il farmaco viene prodotto. La plastica se arriva sugli scaffali. L’energia se si conserva. Oggi l’intera filiera farmaceutica converge su una vulnerabilità comune. La domanda allora è inevitabile: chi ha deciso questa guerra aveva chiaro che avrebbe potuto mettere a rischio l’approvvigionamento di una quota decisiva dei farmaci essenziali e in America addirittura il 50% delle medicine generiche?
Angelo Santoro

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