Non finisce di stupirci la capacità del direttore artistico Stefano Vizioli di provocare il pubblico pisano con proposte decisamente anticonvenzionali, ma ci fa piacere constatare come questo pubblico sappia comprendere ed apprezzare queste provocazioni di qualità.
E’ decisamente il caso di questo originalissimo DON GIOVANNI che la regista, Cristina Pezzoli, ambienta in un “non spazio” convenzionale costituito da un delirante Circo Nero all’interno del quale la storia assume a tratti atmosfere da incubo onirico quasi che i personaggi, in ogni momento, raccontassero più le parti profonde ed ombrose della loro anima piuttosto che ciò che stanno vivendo.
Uno sdoppiamento a nostro avviso estremamente funzionale perché capace di far emergere quella componente interiore, quasi infera, che abbraccia tutti i personaggi senza che questo possa minimamente interferire sullo svolgersi della vicenda che ben conosciamo.
In qualche modo ci è sembrato che Cristina Pezzoli abbia voluto raccontare un’altra parte del Don Giovanni, quella nascosta, e che l’ambientazione così particolare, ottimamente realizzata dalle scene di Giacomo Andrico, che ha curato anche i riuscitissimi costumi, coadiuvato da un grande light designer come Valerio Alfieri, sia parte integrante di questa conoscenza più profonda dei protagonisti della storia.
Elemento di grande suggestione le coreografie ideate da Arianna Benedetti ed eseguite dal Nuovo BallettO di ToscanA che hanno pertinentemente accompagnato l’intero svolgimento dell’opera con un originale prologo nell’Ouverture suonata a sipario aperto ed un balletto che racconta con eleganza il tentato stupro di Don Giovanni a Donna Anna.
Non tutte le scene ci hanno convinto ma riteniamo che un simile allestimento non possa essere giudicato parzialmente: è l’effetto d’assieme che conta, la tenuta emotiva dell’intera opera, la capacità di essere coerente con un disegno iniziale che affronta l’immortale protagonista da una posizione estremamente interessante quella dell’eterno bambino incapace di prendere sul serio la vita, le donne, la morte e Dio.
Non quindi l’eroe del male, l’angelo ribelle, il trasgressore per scelta, ma il bambino che gioca, che si diverte, che irride e provoca, che s’incaponisce e batte i piedi fin quando non ottiene quello che vuole. Gioca con tutto e con tutti, anche con la morte, e per questo, almeno nella percezione che abbiamo avuto in questa lettura, anziché destare rispetto come accadeva in altri contesti nei quali giunge al finale consapevole e determinato, desta compassione. La compassione che si deve a coloro che “non sanno quello che fanno”, quindi non comprendono neppure loro i loro gesti più estremi.
Neppure come impenitente libertino questo Don Giovanni mostra una dignità ed una maturità: nonostante l’ostentazione di un eros travolgente, la donna, anzi le donne, non sono che una parte di questo eterno giocare ma nessuna di loro è in grado di lasciare una traccia della propria presenza, nessuna rappresenta per lui un’incontro: al massimo è una conquista effimera, una bandierina da aggiungere al suo gran pavese, un nome scritto sul celeberrimo catalogo.
Ma intorno a lui, in fondo, il mondo non è molto meno colpevole: ognuno recita la propria parte, ognuno mostra i propri limiti, le proprie piccolezze, i propri egoismi.
Ha ragione la Pezzoli quando dice che le opere di Mozart e Da Ponte “…riescono a cogliere la natura dell’uomo con una finezza infinita, con umorismo, ironia e anche melanconia” e la sua scelta di regia e di ambientazione ben ricostruisce questo “specchio dell’anima” dove i personaggi si riflettono incontrando i propri demoni interiori in un gioco di rimandi che li avvolgerà trascinandoli verso un epilogo ferale, non solo per Don Giovanni, ma per ognuno di loro.
Dal punto di vista musicale, la bacchetta della giovane direttrice Erina Yashima ha letto e fatto interpretare correttamente dall’Orchestra Arché la partitura mozartiana, sempre molto attenta ai dettagli tanto da farle sfuggire ogni tanto i cantanti. Si è trattato in ogni caso di una buona performance che mostra la sensibilità della direttrice e il suo lavoro svolto a fianco del M° Muti in occasione del triennio 2016/19 dell’apprendistato “Sir George Solti” con la Chicago Symphony Orchestra Association (CSOA).
Ben omogeneo il cast il cui livello complessivo si è dimostrato decisamente più che soddisfacente:
Daniele Antonangeli (Don Giovanni) si mostra spigliato e sempre a suo agio sulla scena; la sua voce cresce qualitativamente lungo lo sviluppo dell’opera superando certi empasse dell’inizio e mostrando tutti i pregi della sua vocalità.
Pregevole la prova di Nicola Ziccardi (Leporello) le cui doti vocali e la sua capacità attoriale ben armonizzano col personaggio.
Piacevolissima sorpresa quella di Diego Godoy, Don Ottavio, che già dalla prima aria “Dalla sua pace” ha saputo conquistare il pubblico.
Positiva la prova di Francesco Vultaggio (Masetto) come pure quella di Paolo Pecchioli (Il Commendatore) che trova la giusta misura per una lettura convincente del suo personaggio.
Per quanto concerne le voci femminili le tre interpreti hanno saputo cogliere, con sfaccettature diverse, sia lo spirito della partitura mozartiana che le intenzioni sceniche della regista dando vita ad una più che positiva prova: Sonia Ciani (Donna Anna), Raffaella Milanesi (Donna Elvira) e Federica Livi (Zerlina).
Un plauso anche al coro Ars Lyrica diretto dal M° Marco Bargagna ed uno, meritatissimo, al pubblico che, al di là di qualche isolata contestazione ha apprezzato e applaudito lo spettacolo dimostrando di saper accettare anche proposte meno convenzionali senza pregiudizi.
Stefano Mecenate












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