Firenze fu come ‘presa a tradimento’ dal conflitto: fu in un primo tempo risparmiata dai bombardamenti e ciò alimentò l’illusione che il suo patrimonio storico-artistico-monumentale unico al mondo potesse fungere da baluardo.

Firenze fu come ‘presa a tradimento’ dal conflitto: fu in un primo tempo risparmiata dai bombardamenti e ciò alimentò l’illusione che il suo patrimonio storico-artistico-monumentale unico al mondo potesse fungere da baluardo. Ma tra il ’42 e il ’43 la prospettiva mutò al peggio e nel settembre ’43 avvenne la prima incursione aerea alleata; seguì una fase in cui parve riaffermarsi il rispetto per la città d’arte, quindi lo scrupolo fu sopraffatto nella primavera del ’44 dal prevalere delle esigenze militari, pur temperate da disposizioni tese a limitare i danni (con la distinzione tra parte antica ed espansione novecentesca della città), finché il 29 luglio il Comando tedesco impose lo sgombero degli edifici compresi in un’ampia fascia lungo l’Arno con il pretesto di attacchi o attentati nemici contro i ponti. Alcuni giorni dopo furono fatte brillare le mine: la distruzione, nel giro di poche ore, di una vasta porzione del centro antico non aveva precedenti nella storia della città. La decisione di risparmiare un solo ponte (da cui la delimitazione dell’area delle demolizioni, visualizzabile a pag. 55) aveva stabilito un compromesso tra le ragioni della guerra e della cultura. Su quale avrebbe dovuto essere il ponte da salvare scrisse Ranuccio Bianchi Bandinelli: “per la maggior parte degli uomini, il pittoresco è molto più accessibile del bello artistico, come ha dimostrato la preferenza accordata dai nazisti al ponte Vecchio piuttosto che a quello di Santa Trinita”.
Quanto alla ricostruzione, solo nel 1949 fu sancita la definitiva operatività del progetto concernente la zona destra dell’Arno, mentre venne stralciata la parte della zona alla sua sinistra, per la quale furono chiesti nuovi studi. Il piano fu il prodotto dell’impossibile composizione di aspirazioni/obiettivi contrastanti: come rilevò Giovanni Michelucci, scartate le ipotesi della ricostruzione à l’identique e della ridefinizione urbanistica sulla base di concetti contemporanei, il piano si ispirò all’idea di “ricostruire l’ambiente medievale nella sua misura umana e mistica, un ibrido che non si capiva bene se fosse un falso antico o un falso moderno”.
Il resto va lasciato alla lettura del volume. Il quale si inserisce nel rinnovato interesse al rapporto tra guerra e patrimonio storico-artistico che, come si assiste impotenti alla distruzione di autentici gioielli della storia umana (prima che di quella ‘patria’ di un popolo), si dischiude quasi inevitabilmente alla triste cronaca di certi giorni nostri.

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