
Il caso Garlasco, dopo settimane di ricostruzioni, approfondimenti e interminabili dibattiti televisivi, sembra aver progressivamente esaurito la propria capacità di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica. Il presunto caso Minetti, che avrebbe potuto raccoglierne il testimone alimentando nuove curiosità, si è invece spento prima ancora di trovare una vera centralità nel dibattito. Ed ecco allora che la scena si sposta sul caso Ranucci. È ancora presto per capire se questa vicenda riuscirà davvero a monopolizzare l’interesse nazionale. Gli ingredienti, tuttavia, sembrano esserci tutti: politica, giornalismo, presunti retroscena, accuse incrociate e una narrazione destinata a dividere. Uno scenario che, ancora una volta, rischia di consentire alla politica di allontanarsi dal confronto sui programmi e dalle questioni che incidono quotidianamente sulla vita dei cittadini. Del resto, quando si invocano verità, giustizia e trasparenza, ogni altra priorità sembra poter attendere. Soprattutto in prossimità di una campagna elettorale. “È un mio caro amico” è una frase che, da sola, possiede una forza narrativa difficilmente trascurabile. È il genere di espressione destinato ad alimentare sospetti, interpretazioni e ricostruzioni di ogni tipo, soddisfacendo tanto chi vede trame occulte ovunque quanto chi, più semplicemente, pretende chiarezza. Resta naturalmente il compito della magistratura e dei fatti accertati distinguere ciò che appartiene alle suggestioni da ciò che ha reale consistenza. E non si può escludere che, nel confronto pubblico, emergano anche riflessioni sul ruolo del giornalismo investigativo, sui suoi limiti e sulle responsabilità che comporta quando un’inchiesta produce effetti rilevanti sul piano politico e mediatico. Nel frattempo, però, la sensazione è che la politica continui a mostrare maggiore interesse per le vicende ad alto rendimento mediatico che per l’ordinaria amministrazione. La riorganizzazione della sanità pubblica, la bonifica dell’amianto ancora presente in molte scuole, il progressivo impoverimento delle famiglie alle prese con il caro vita, gli investimenti nella manutenzione del territorio e nella prevenzione del dissesto idrogeologico restano temi che raramente conquistano le prime pagine. Eppure sono proprio questi i dossier che incidono sulla qualità della vita dei cittadini, molto più delle polemiche che ciclicamente infiammano il dibattito pubblico. Anche sul caso Ranucci il Parlamento rischia di dividersi secondo uno schema ormai consolidato. Da una parte chi metterà in discussione il metodo e l’attendibilità delle inchieste di Report; dall’altra chi rivendicherà il valore del giornalismo d’inchiesta come strumento essenziale di controllo del potere. Un confronto che potrebbe protrarsi a lungo senza produrre conseguenze concrete, trasformandosi nell’ennesimo esercizio di contrapposizione politica. Il rischio è che tutto questo finisca per assolvere alla funzione più utile per chi governa e per chi aspira a governare: spostare il baricentro del dibattito su vicende capaci di polarizzare l’opinione pubblica, mentre le questioni strutturali continuano a rimanere sullo sfondo. Nel frattempo, le candidature saranno decise nelle segreterie dei partiti e agli elettori resterà sempre meno spazio per incidere realmente sulle scelte. Se questa dovesse diventare la cifra della prossima campagna elettorale, non ci sarebbe da stupirsi se l’astensionismo continuasse a crescere. Perché quando la politica privilegia le distrazioni rispetto alle soluzioni, il primo a perdere interesse è proprio il cittadino.
Angelo Santoro

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