Può un’agenzia privata influire sulle politiche economiche pubbliche intaccando la credibilità di rimborso di uno Stato, che invece deve occuparsi di interessi collettivi?

Può un’agenzia privata, che persegue interessi privati, influire sulle politiche economiche pubbliche intaccando la credibilità di rimborso di uno Stato, che invece deve occuparsi di interessi collettivi finanziando opere e servizi anche con debito? Quali poteri forti si celano dietro il sistema di classificazione del rating?
Queste domande, complicatissime, forse stanno perdendo rilievo da sole. Si tratta solo di indizi (e prima di mostrare soddisfazione sarebbe opportuno attendere dati più robusti), ma sembra che i mercati stiano cominciando a snobbare le agenzie di rating.
Il 10 luglio Piazza Affari chiudeva con un calo dell’1% (peraltro in linea con Madrid e non troppo peggio delle altre piazze europee), lo spread a 280 punti base (poco in rialzo) con buona risposta del collocamento dei BOT. Il titolo più colpito è risultato Telecom Italia, non a caso un’azienda fortemente indebitata. Primo indizio: a risultare penalizzato è l’azionario e non (come dovrebbe essere per natura) l’obbligazionario? A sostegno c’è il caso USA dell’agosto 2011.
All’onta del downgrade Wall Street risultò dapprima scossa (-5,5%), poi recuperò chiudendo la settimana a -1,5%. Nel frattempo però scese il rendimento dei titoli, che favorì domanda e prezzo e quindi il venditore, cioè il governo americano.
Fra gennaio e febbraio di quest’anno sono state declassate Francia e Gran Bretagna. I mercati hanno dimenticato in due giorni (rispettivamente CAC40 a +1,4% e Ftse100 a +0,7%).
Il 20 settembre e il 5 ottobre 2011 due declassamenti per l’Italia (uno da S&Poor’s, l’altro da Moody’s). Il primo causò un crollo in giornata di Piazza Affari dell’1,7%, ma poi il recupero in settimana fece registrare +3,7%.
Il secondo sembra addirittura una pacchia: la giornata del 5 ottobre si chiuse sfiorando il +4% nella settimana più spettacolare degli ultimi due anni (+12%). Secondo indizio: le più generali condizioni favorevoli rendono i mercati indifferenti alle agenzie di rating, se non subito entro la fine della settimana.
Ragionando per estremi, se questi indizi fossero confermati da serie storiche più stabili si verificherebbe una situazione intrigante. Primo: sarebbe il mercato azionario a dover temere i declassamenti, fino al paradosso che chi dovrebbe essere tutelato dalle agenzie ne diviene vittima.
Secondo: gli Stati possono stare tranquilli e snobbare serenamente i declassamenti, seppure entro certi limiti. Anzi a volte devono tifare downgrade.
Sarà mica che nel medio periodo chi fa bene le macchine viene premiato dal mercato e chi si distrae a giocare con le azioni fa pessime macchine e viene penalizzato? Perché se così fosse le agenzie di rating non avrebbero più ragione di esistere. No non succede, non può succedere, ma se succede …

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