Quand’è che Milano e più Milano che mai? Non c’è dubbio, nei primi giorni di dicembre: allorché i primi freddi, la nebbia, le precoci sere avvolgono la città e il suo modo “d’essere Milano”. Le vie del centro si infittiscono di gente, il cielo si fa basso. Chi può permettersi allegria la scoppietta in qua e là, chi non ne ha motivo passa svelto di ombra in ombra. E’ questo il tempo in cui la città pare rivelare meglio la propria memoria, il tempo andato, un racconto da ascoltare necessariamente in dialetto. Perché se i milanesi discorrono in meneghino, risultano arguti, imaginifici, ironici; se lo fanno in italiano, appaiono fatui e supponenti. E se diciamo dialetto milanese, è inevitabile non ripensare ai versi di Delio Tessa (1886-1939), grande poeta dialettale (e forse già questa definizione è limitante) che, con estremo disincanto, seppe raccontare la quotidianità, le pochezze umane e i loro cupi destini. Lo fece, appunto, usando il dialetto e – come scrive Franco Brevini in “Poeti dialettali del Novecento” – aggiornando “perentoriamente la poesia dialettale al più corposo espressionismo”. Ecco così il dialetto piegato a una lingua poetica disgregata, a momenti spiazzante, ma bene sfruttata in tutto il suo potenziale sonoro. “La più tipica operazione della poesia di Tessa – afferma ancora Brevini – consisterà nell’esporre una materia tradizionale, ottocentesca, vernacolare alle ustioni del presente, istituendo la caratteristica tensione, che sconcerta i suoi lettori, tra gli ingredienti e il loro trattamento”. Leggi tutto:
http://www.toscanalibri.it/it/scritti/delio-tessa-cosi-antico-cosi-moderno_2613.html

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