Chiudo il libro. Non mi lascerò trascinare in un’altra prigione. Angusta. Come quella in cui mi inviluppo. Poi giocata. In scatole misteriche. Molteplicità di sarcofaghi. Dove la prima maschera non è mai l’ultima. E. Non sarà mai il volto del faraone-dio. Del faraone. O. Di Dio.
Non intendo il perchè. Ma, ne vibro l’origine. Della forma lavorata al rovescio Nella pietra sfibrata nella sua alcova. Pronta. Per essere calco potente della moltiplicazione. Della molteplicità. Mentre la luce oscura riflette se stessa. E. Il suono, della voce muta, è l’accenno della sembianza implicita.
Pure, devastandosi dei rivoli di un’acqua più tenace. Che ne corrode la perfezione dello scavo. Alterato. Comunque vigile. Sin quando la roccia è compatta.
Ma, frantumatasi quale sarebbe il languido seno delle labbra? O. L’arco del nervo. Proteso a trattenere l’abbraccio dominante della roccia?
Il vuoto. Prigioniero. E. Libero.
Il non visto sottende il perfetto. Il viaggio nel perfetto. La adulterazione del perfetto. Il rimbalzo del perfetto.
Tutto e il tutto penetra. Si miscela, Si fonde. E’ origine o disgregazione. E’ dirompenza o impotenza. Il cavo risuono. E. L’annullamento.
Chiudo il libro. Nella dualità. Della emozione cospirata. Della indifferenza ostentata.
Tra le pagine, cade un passero. O. Voglio che sia un nido di passero. Morte. O. Filamenti per la vita.
Cade. Dall’organo spento. E, nella alternata ipotesi, tramo il rimbalzo della mia estraneità perpetuata .
Saverio Fanàl, era il nome del passero.
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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