
La tradizionale riunione a Davos dei miliardari del mondo ha spesso riservato sorprese, come quella volta che il leader comunista cinese Xi Jinping spiegò ai capitalisti le regole del mercato, ma stavolta c’è stato un finale grottesco con la foto di gruppo di molti detestabili leader accorsi giulivi al selfie con the Donald. Assenti giustificati gli invitati perseguiti per crimini contro l’umanità, attenti a star al largo della Svizzera, che scarcera i piromani di Crans ma applica i mandati dell’Aia.
Un bell’assortimento casuale (chi c’è c’è) di autocrati, dittatori, capi di Stato improbabili e di beneficati da Trump, come il presidente argentino ora diventato un agnellino senza motosega per riconoscenza verso Trump che lo ha salvato a novembre da una sconfitta elettorale. Unici europei il bulgaro e l’ungherese Orban, recentemente incensato in uno spot elettorale collettivo dei politici europei destra-destra anche estrema, tra i quali (possiamo dire purtroppo?) la nostra Presidente del Consiglio.
Per fortuna, l’Italia non c’era, anche se il nostro Governo dice di aver prenotato il posto ma grazie a Mattarella ha trovato la motivazione buona, addirittura costituzionale, per evitare l’imbarazzante passerella, forse anche preoccupato dal miliardo da versare per iscriversi al club (è l’usanza di Mar a Lago per i golfisti).
Nessuno ha grande stima dell’ONU, (anche li c’è il vizio del veto), ma onestamente non avremmo mai pensato che le Nazioni Unite venissero privatizzate su un palcoscenico in ossequio ad un Presidente autonominato a vita, che si era portato da Washington anche la cartella con la firma gigante dei decreti esecutivi, che piacciono tanto a chi detesta le lungaggini della democrazia parlamentare e non va più a votare.
Ciò detto, c’è però stato invece a Davos 2026 qualcosa di molto rilevante: due discorsi del Presidente del Canada Mark Carney e dall’ucraino Zelensky, che andrebbero letti integralmente in questo mondo senza principi e che hanno rivalutato la forza della parola, sostituita oggi dall’invettiva, dagli slogan, dai calembour social.
Due discorsi molto diversi eppure complementari, perché quello del liberale canadese ha scolpito con la nettezza delle opinioni chiare, l’essenza stessa della cultura occidentale, condannando l’atteggiamento remissivo di fronte alla legge della forza: “non si può vivere nella menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione”.
L’altro, l’ucraino, denunciando l’ipocrisia dentro la quale lotta da quattro anni, dovendo accettare umiliazioni, balletti e furberie anche di chi finge di donare armi non proprio efficienti (e non vorremo che tra questi ci fossero gli italiani, visto che le consegne sono segretate) e chi gli fornisce appoggio politico contraddetto in patria da tanti pacifisti d’occasione.
E’ stato giudicato un discorso critico con gli europei e il nostro Tajani si è persino offeso, protestando non con gli stessi giri di parole che usa con il collega Salvini, ma Zelensky ha semplicemente detto la verità sulla divisione europea, protestando che “L’Europa unita è invincibile”. Ce lo dice lui, perché da soli non lo capiamo.
Ma è con gli amici che si deve parlar chiaro e Zelensky l’ha fatto ricordando che quel che tocca oggi a lui potrebbe toccare a tanti sepolcri imbiancati con il ditino alzato del pacifismo solo elettorale.
Insomma, Carney, con uno splendido discorso che è difficile riassumere perché contava soprattutto il tono, ha dato un’anima all’Occidente, mentre Zelensky ha presentato a tanti ipocriti il corpo del martirio del suo Paese, la tragedia delle notti al freddo, degli Ospedali distrutti, della lotta solidaria in trincea dei suoi soldati, dei suoi estenuanti viaggi nel Mondo per rappresentare la tragedia di chi è aggredito dal più forte ma resiste perché non c’è maggior forza della convinzione di difendere la propria casa.
In questo, Davos 2026 è stato importante, non certo per la raffazzonata convocazione di un consiglio di amministrazione della pace, con tanto di slides su Gaza tutta grattacieli e alberghi della catena Trump.
Beppe Facchetti

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