
Piercamillo Davigo, con la brutalità che gli è tipica, ha descritto uno scenario che molti preferiscono non guardare in faccia: un pubblico ministero che, perso il naturale freno della prossimità di carriera con il giudice, potrebbe trasformare l’azione penale in una leva di pressione e intimidazione anche contro i magistrati giudicanti. Lo ha detto senza giri di parole, partendo da un dato strutturale: «Il pubblico ministero è collega del giudice. Se li separano, non sarà più collega del giudice, ma sarà sempre collega degli altri pubblici ministeri».
Lo scenario di Davigo non è fantascienza: con la politica accade da trent’anni
L’allarme di Davigo non nasce nel vuoto. Da almeno trent’anni, in Italia, la politica vive dentro un ciclo ricorrente: ipotesi di reato fragili, “castelli accusatori” montati su teoremi, titoli e conferenze stampa prima dei processi, anni di gogna, e poi—quando va bene—archiviazioni, assoluzioni, ridimensionamenti, smentite in aula. I nomi cambiano, il meccanismo resta.
Berlusconi; Toti; i genitori di Renzi; l’inchiesta grottesca per omicidio sull’assessore Granelli a Milano per due piste ciclabili sbagliate; le ricostruzioni poi smentite sull’urbanistica milanese e sulla Mensa dei Poveri, finita con una smentita già in primo grado dopo aver travolto decine di vite—compresi politici di primo piano. Casi diversi, contesti diversi, ma una costante: l’azione penale come fatto politico, prima che giudiziario; e le conseguenze personali e pubbliche che si consumano “a prescindere” dall’esito.

Davigo, involontariamente, mette a fuoco anche un sottinteso: se persino i giudici, oggi, vengono “risparmiati” dal fuoco di fila di certe iniziative, non è perché il sistema abbia anticorpi perfetti. È perché esiste un vincolo informale—la colleganza—che funziona da deterrente. In altre parole: cane non mangia cane.
Ed è qui che la sua frase successiva diventa rivelatrice, perché descrive esattamente la tentazione dell’abuso come dinamica ordinaria, non come eccezione: «Ma senti un po’, ma vogliamo vedere se questo giudice è solo cretino, visto che mi assolve tutti gli imputati, o è anche ladro? Diamo un’occhiata ai suoi conti correnti». Non è solo una battuta cinica: è la fotografia di un potere che, quando non trova argini, cerca scorciatoie.
Il nodo vero: può definirsi “civile” un Paese dove un pm può arrestare impunemente?
A questo punto conviene essere netti. Il problema non è solo lo “scenario Davigo” applicato ai giudici. Il problema è più elementare e più grave: siamo davvero sicuri che un Paese in cui un pubblico ministero può chiedere misure devastanti (arresti, interdittive, sequestri mediaticamente letali), senza che l’errore produca conseguenze proporzionate, possa chiamarsi civile? La risposta è no. Perché il costo dell’errore—quando arriva—non lo paga chi sbaglia: lo paga l’indagato, la sua famiglia, la sua reputazione, e spesso anche l’istituzione che rappresenta.
Qui entra la riforma della giustizia (e il referendum) con un punto che molti fingono di non vedere. Senza toccare l’indipendenza della magistratura—che l’art. 104 della Costituzione tutela in modo chiaro—si introduce però un principio di controllo e di equilibrio: evitare che il potere si auto-riproduca in forma chiusa e autoreferenziale; evitare che le carriere e le correnti si trasformino in un sistema di cooptazione; evitare, soprattutto, che chi esercita l’azione penale possa contare su un “ecosistema” dove i controllori sono selezionati dagli stessi controllati.
In questo quadro, il sorteggio (o comunque meccanismi che riducano la cattura correntizia) non è una stravaganza: è una tecnica istituzionale per ridurre conflitti d’interesse strutturali. Il punto non è “punire” i pm, né sottometterli alla politica. Il punto è impedire che il pm scelga—direttamente o indirettamente—il contesto che lo giudica o lo disciplina. Davigo, paradossalmente, lo conferma: se il freno reale è la colleganza, allora il sistema non è sano. È solo stabilizzato da una rete di relazioni.
Serracchiani e l’argomento del chirurgo: sublime, ma fuori dal mondo
Ho sentito Debora Serracchiani contestare il sorteggio dicendo, in sostanza, che lei il chirurgo pretende di sceglierselo; quindi anche il CSM andrebbe “scelto”. È un’argomentazione che a Davigo piacerebbe molto, proprio perché è assurda in modo quasi perfetto.
Se seguiamo quella logica, i giudici diventano primari assunti da qualcuno. Ma da chi? Dalle parti in causa? E chi paga, tra accusa e difesa? E come si garantisce l’uguaglianza processuale se uno “sceglie” e l’altro no? È la confusione tra servizio sanitario (dove scegli un professionista, dentro un sistema di responsabilità e mercato regolato) e funzione giurisdizionale (che deve essere terza per definizione, non “selezionata” da chi ha interesse nell’esito).
Questo, purtroppo, è anche il livello medio di una parte del fronte del No: slogan facili, metafore sbagliate, paura agitata come argomento, e pochissima comprensione dei meccanismi istituzionali che servono proprio a impedire la cattura del potere.
La “grande verità” di Davigo: l’unica remora all’abuso è l’amicizia con la vittima potenziale
Davigo, da ex pm, ci consegna una verità che dovrebbe far riflettere chiunque, anche chi non ama la sua prosa: in un pezzo del sistema giudiziario italiano, l’abuso di potere non è frenato da responsabilità effettive e da controlli solidi, ma da equilibri informali. Lo dice in modo persino beffardo: «Ci sono stato 42 anni in magistratura. Se fai un accertamento patrimoniale su un giudice, quello si terrorizza. Muore di spavento, il più delle volte».
Ecco il punto politico e civile: siamo in mano a un potere che può essere enorme, immediato, asimmetrico—e dove la remora principale, spesso, non è una responsabilità misurabile, ma la prossimità personale con la potenziale vittima.
Rifletteteci con calma, quando dovrete decidere se questo sistema—così com’è—meriti davvero di restare intatto. Perché se la stabilità si regge sulla colleganza, non è stabilità: è un equilibrio fragile. E un Paese moderno non può permettersi che la libertà, la reputazione e la vita delle persone dipendano dall’“amicizia” tra chi esercita il potere e chi potrebbe subirlo.
Luca Rampazzo

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