
Fa piacere constatare che una proposta che avevo avanzato lo scorso anno, nel corso della campagna elettorale regionale, sia oggi al centro di una proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti.
Parlo dell’idea di utilizzare lo strumento delle Zone Economiche Speciali di Prossimità, le ZESpro, per affrontare uno dei problemi più seri e meno considerati dello sviluppo italiano: la desertificazione commerciale e, più in generale, l’impoverimento economico e sociale dei territori.
La proposta di Confesercenti parte dalla necessità di tutelare e rilanciare i negozi di vicinato, le piccole attività, i mercati rionali e il tessuto economico dei centri storici e delle periferie.
È un obiettivo che condivido pienamente e che si collega direttamente alla riflessione che avevo portato nel dibattito politico regionale: per alcune aree del nostro territorio non sono sufficienti gli strumenti ordinari di sostegno all’economia.
Avevo proposto, infatti, l’istituzione di Zone Economiche Speciali dedicate ai territori montani e ai centri storici e alle aree interne maggiormente colpite dallo spopolamento.
L’idea di fondo era semplice: se un territorio parte da condizioni di svantaggio strutturale, non possiamo pretendere di affrontare il problema offrendo gli stessi strumenti destinati alle aree economicamente più forti.
Occorre creare un differenziale competitivo.
Trasformare lo svantaggio in un’opportunità.
I Comuni montani, i piccoli borghi, le aree interne e molti centri storici della Toscana rappresentano una parte fondamentale del patrimonio identitario, paesaggistico e culturale della Regione.
Ma sono anche territori nei quali il calo demografico, la chiusura delle attività commerciali, l’aumento dei costi logistici e la carenza di servizi rischiano di alimentare un circolo vizioso difficile da interrompere.
Quando chiude l’ultimo negozio non viene meno soltanto un’attività economica.
Si perde un servizio, un presidio sociale, un luogo di relazione.
E quando chiudono progressivamente più attività, il territorio diventa meno attrattivo per chi ci vive, per chi vorrebbe investire e persino per chi potrebbe scegliere di trasferirvisi.
Per questo avevo proposto di intervenire attraverso un regime fiscale e contributivo di particolare favore nelle aree individuate come ZES, con l’obiettivo di trasformare lo svantaggio geografico in un vantaggio fiscale e amministrativo.
Non si tratta di distribuire semplicemente contributi a pioggia. Si tratta di costruire condizioni strutturali che rendano conveniente aprire, investire, assumere e restare in quei territori.
La stessa logica oggi applicata alle attività di prossimità.
La proposta delle ZESpro va nella stessa direzione quando individua nella desertificazione commerciale un’emergenza economica e sociale e immagina per determinati perimetri urbani strumenti specifici di sostegno.
Tra gli strumenti ipotizzati rientrano regimi fiscali di vantaggio, semplificazione amministrativa, accesso a un Fondo nazionale per contributi e investimenti e un Osservatorio presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
È un cambio di prospettiva importante: non considerare la chiusura dei negozi come un inevitabile effetto collaterale della trasformazione economica, ma come un fenomeno sul quale le istituzioni possono e devono intervenire.
La prossimità, infatti, non è soltanto una questione commerciale.
È una componente della qualità della vita e della sicurezza sociale dei territori.
Ed è proprio questo il punto sul quale ritengo che si possa sviluppare un ragionamento ancora più ampio.
Montagna, borghi e centri storici: territori diversi, problema comune.
La mia proposta nasceva con un’attenzione particolare alle aree montane, ai Comuni marginali e ai centri storici colpiti dallo spopolamento.
Le ZES potrebbero essere individuate, ad esempio, nei Comuni classificati come montani o parzialmente montani, con particolare attenzione a quelli caratterizzati da elevati indici di marginalità, ma anche nelle porzioni di borghi e centri storici che abbiano registrato significativi fenomeni di spopolamento, abbandono edilizio o riduzione del tessuto economico.
In questi territori servono strumenti capaci di intervenire contemporaneamente su più fronti.
Penso a crediti d’imposta sugli investimenti, defiscalizzazioni per i primi anni di attività, riduzioni delle imposte locali e forme di decontribuzione per le nuove assunzioni, con una particolare attenzione ai giovani e alle donne.
L’obiettivo non deve essere semplicemente quello di compensare una difficoltà, ma quello di rendere economicamente conveniente una scelta che oggi, troppo spesso, non lo è.
Non una spesa, ma un investimento.
Qualcuno potrebbe obiettare che una politica di questo tipo comporterebbe un costo per la finanza pubblica.
Io penso che occorra rovesciare il ragionamento.
Quanto costa allo Stato e alle comunità locali un territorio che perde popolazione, imprese, negozi, servizi e valore immobiliare?
Quanto costa mantenere servizi pubblici in territori nei quali la base economica e demografica continua a ridursi?
Quanto costa il degrado di immobili e fondi commerciali lasciati vuoti? Quanto costa, infine, l’emigrazione dei giovani che non trovano condizioni sufficientemente attrattive per costruire il proprio futuro nei luoghi in cui sono nati?
Le ZES possono rappresentare una risposta proprio perché intervengono sulle condizioni che determinano le scelte economiche.
E una parte significativa dell’intervento può essere costruita attraverso misure fiscali, contributive e amministrative, senza sottrarre risorse agli investimenti pubblici necessari per infrastrutture, servizi e collegamenti.
Non dobbiamo scegliere tra investimenti pubblici e incentivi fiscali: dobbiamo utilizzare entrambi gli strumenti in modo intelligente e coordinato.
Dalla proposta al confronto istituzionale.
Il fatto che oggi il tema delle ZESpro entri con forza nel dibattito nazionale dimostra che la questione che avevamo posto è reale e urgente.
Naturalmente, una proposta di legge e una proposta politica non sono automaticamente la stessa cosa.
Le ZESpro nascono con un focus specifico sulle attività di prossimità e sulla rigenerazione commerciale urbana; la mia proposta guardava in particolare alla condizione delle aree montane, dei borghi e dei centri storici soggetti a spopolamento.
Ma la filosofia di fondo è comune: riconoscere che esistono territori nei quali le regole economiche ordinarie non sono sufficienti e che servono strumenti straordinari, mirati e territorialmente delimitati.
È proprio da questa convergenza che dovrebbe partire una riflessione politica seria.
Perché oggi non abbiamo bisogno soltanto di difendere ciò che resta. Dobbiamo creare le condizioni perché nuove imprese, nuovi professionisti, artigiani, commercianti e giovani possano scegliere nuovamente quei territori.
Una Toscana che non lasci indietro nessuno.
La Toscana non può essere raccontata soltanto attraverso le sue città più forti, i distretti produttivi e le aree maggiormente turistiche.
Esiste un’altra Toscana: quella dei piccoli Comuni, della montagna, dei borghi, delle aree interne e dei centri storici.
Una Toscana che custodisce una parte enorme della nostra identità e che, proprio per questo, non può essere condannata allo spopolamento.
Le ZES, nelle diverse declinazioni possibili, possono diventare uno degli strumenti per affrontare questa sfida.
La mia convinzione resta quella espressa già lo scorso anno: se vogliamo fermare lo spopolamento e la desertificazione economica, dobbiamo avere il coraggio di introdurre un vero shock positivo nelle aree più fragili.
Se oggi quella intuizione trova una nuova e più ampia dimensione nel progetto delle ZESpro, è una buona notizia.
Perché le idee politiche hanno davvero valore quando riescono a superare il momento nel quale vengono formulate e diventano patrimonio del dibattito pubblico.
Adesso è il momento di discuterle, migliorarle e, soprattutto, trasformarle in strumenti concreti.
Francesco Carbini

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