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Dalle operazioni bancarie alle nomine nelle società pubbliche ecco silenzi, parole e scelte dei politici che gli italiani devono sanzionare

di Enrico Cisnetto | 24 Febbraio 2020

Ci sono due modi, per la politica, di dimostrare di non essere all’altezza dei suoi compiti di fronte allo svolgersi della competizione nel mondo del business. Il primo è intromettersi laddove a prevalere dovrebbe essere il mercato, il secondo è astenersi laddove in ballo c’è anche l’interesse generale, oltre che quelli particolari. Negli ultimi anni, la febbre alta della politica italiana si è potuta misurare proprio con questo termometro degli eccessi: o elefante nella cristalleria o non pervenuta.

 

Di fronte ad una stagnazione economica che non demorde e che ora, per di più, volge al peggio candidandosi a diventare recessione, Banca Intesa ha deciso di smuovere lo stagno limaccioso del nostro sistema creditizio – gamba fondamentale, ma ultimamente un po’ acciaccata, della nostra economia votata all’industria manifatturiera e dei servizi terziari ad essa collegati – lanciando una pubblica offerta su Ubi, con l’obiettivo di rilevarne una quota sufficiente per rendere possibile una fusione e trasformare così Intesa da prima – che è già di gran lunga – a primissima banca nazionale. Un’operazione, dall’evidente profilo ostile tanto che così è stata definita e come tale respinta da un nucleo di soci Ubi che assomma circa il 18% del capitale ed è il più prossimo al vertice dell’Istituto, che se dovesse andare in porto cambierebbe in modo significativo il volto del sistema bancario, con tutto quel che ne consegue sull’industria e l’intera economia. Non sfuggirà anche ai meno preparati, infatti, che questa eventuale aggregazione rafforzerebbe, ed esclusivamente sul mercato domestico, il soggetto già più forte – qualcuno osserva, fin troppo forte – tanto che per prevenire più che probabili interventi dell’Antitrust e delle stesse autorità di vigilanza bancaria, l’offerta avanzata da Banca Intesa già incorpora la decisone di cedere un’elevata quantità di sportelli (400-500) a Bper e le attività di bancassurance alla controllante di quest’ultima, Unipol. Nello stesso tempo, l’operazione, se realizzata, toglierebbe dal mercato delle aggregazioni bancarie – esigenza, questa della riduzione del numero degli istituti esistenti a favore di poli creditizi di maggiori dimensioni, sicuramente esistente e da soddisfare – due pedine importanti come Ubi, che è la terza banca italiana, già frutto di varie aggregazioni, dopo Intesa e Unicredit, e la Popolare dell’Emilia-Romagna (Bper), grande tra le medie, entrambe nella condizione di essere soggetto e oggetto dei nuovi raggruppamenti cui è necessario dar vita. La conseguenza è anche rendere più difficile la sistemazione di alcune situazioni che tolgono il sonno alle autorità, prima tra tutte il Monte dei Paschi di Siena, che il Tesoro deve restituire ai privati in virtù degli impegni assunti a suo tempo con la Commissione europea. Inoltre, in una fase in cui si mostra indifferibile la creazione di nuove realtà creditizie europee – da realizzarsi attraverso operazioni cosiddette cross-border, cioè tra istituti di nazionalità continentali diverse – certo non è questa operazione quella che ci consente di fare in modo che su qualcuna di queste realtà transnazionali in fase di creazione sventoli il tricolore.

 

Insomma, ci sono dinamiche di mercato – e questa di Intesa-Ubi è una di quelle – che richiedono una valutazione che vada al di là degli aspetti meramente finanziari in relazione agli interessi degli azionisti coinvolti, coinvolgendo quello che viene continuamente evocato, spesso a sproposito, come “sistema paese”. Ed è per questo che produce un rumore assordante il silenzio assoluto e totale della politica e delle istituzioni che abbiamo registrato nei giorni successivi all’annuncio del takeover di Banca Intesa, vuoto riempito solo da una stampa plaudente e per nulla analizzante (ma si sa, gli editori non se la passano bene e delle banche hanno un bisogno maledetto). A colpire, in particolare, è il silenzio di quei mondi che ci hanno abituato a sguaiate manifestazioni verbali, specie in sedi televisive, proprio nei confronti dei banchieri “brutti e cattivi”, gente che ha acquisto il consenso che li ha portati in parlamento e al governo riempiendosi continuamente la bocca di strali contro i “poteri forti”, fino a indicarli al popolo perché da esso siano disprezzati e dileggiati. Tanto più che le funzioni di supervisione e controllo sono tutte nelle mani della Vigilanza unica – quella, cioè, della Bce – cui spetterà vagliare, se l’operazione andrà avanti, la richiesta di autorizzazione. E questo sia perché, pur con tutti i suoi limiti, la Vigilanza domestica ha altri occhi rispetto a quelli dei signori di Francoforte che hanno spesso dimostrato di fregarsene altamente degli interessi italiani, e sia perché l’eventuale “placet” informale che con tutta probabilità è stato dato a Intesa per proseguire nell’iniziativa, non significa affatto che sia scontato il via libera formale.

Sia chiaro, non c’è certo dispiacere da parte nostra per non aver visto volare parole in libertà, questa volta. Anzi, è il caso di dire finalmente. Né stiamo sostenendo che, anche se pacate, le parole che avrebbero dovuto essere spese per l’operazione Intesa-Ubi dovessero per forza essere di critica. Ma il silenzio no, quello appare davvero intollerabile, anche perché non è certo segno di una maturità liberale della serie “lasciamo fare al mercato”. Esso è semplicemente figlio dell’ignoranza imperante, della pressoché totale incapacità di analisi, della pavidità diffusa, del sentirsi tutti dei Davide, ma senza il coraggio di affrontare il gigante Golia.

 

Lo diciamo perché la formazione di un sistema bancario più moderno e maggiormente capace di selezionare il merito di credito, concedendo con più facilità a chi lo merita e smettendo di sostenere le cause perse che inevitabilmente diventano “sofferenze”, è condizione indispensabile per riattivare il motore degli investimenti, a sua volta leva fondamentale per rimettere l’economia sui binari dello sviluppo. Dunque, pur essendo giusto che il processo delle ristrutturazioni e aggregazioni bancarie si svolga nel mercato e con regole del medesimo, è non meno opportuno che chi per compito istituzionale custodisce – o dovrebbe custodire, se solo ne avesse coscienza e capacità – l’interesse generale, vigili affinché il sistema paese non esca danneggiato, anzi esca rafforzato, da quanto avviene nel libero mercato.

 

Faro, questo dell’interesse sistemico, che dovrebbe essere alla base dell’ormai prossima girandola di nomine nelle società pubbliche o a partecipazione statale, talmente importante che non a caso molto di quanto si osserva in questi giorni sul palcoscenico della politica è ad esse collegato. Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna e varie altre società che hanno i board in scadenza rappresentano non solo arterie importantissime del nostro sistema industriale ed economico, ma anche quel che rimane – ahinoi, assai poco – delle grandi imprese che un tempo resero l’esile Italia una delle maggiori potenze economiche del mondo. Per questo, dare stabilità, attraverso la continuità manageriale, laddove si è fatto bene, sarebbe una scelta lungimirante e saggia. Viceversa, laddove è opportuno e necessario cambiare – come nel caso del Paschi, la grande decaduta del sistema bancario, il cui rilancio è fondamentale, e nelle due importanti controllate di Ferrovie, Rfi e Trenitalia, vitali per tornare a fare dell’alta velocità ferroviaria uno strumento cruciale dello sviluppo e della modernizzazione del Paese – occorre scegliere le figure con le competenze giuste, non per più o meno presunte fedeltà o obbedienze politiche.

 

Sappiamo che in questi casi gli auspici non servono, ma sarebbe opportuno che gli italiani, invece di rendersi facilmente suggestionabili dalle “sparate mediatiche” che lasciano il tempo che trovano, si attrezzassero a valutare partiti e leader politici anche e soprattutto per le scelte fatte e per le parole spese o non spese, su temi essenziali come questi. Facciamogli sentire un po’ di fiato sul collo.

 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, banca italiana, banche, bce, commissione, commissione europea, consenso, figlio, francoforte, governo, italia, mercato, merito, mondo, monte dei paschi, Monte dei Paschi di Siena, parlamento, politica italiana, processo, recessione, siena, sistema bancario, sviluppo, tesoro, unicredit

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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