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DALLE MIE PARTI 25 APRILE E 1 MAGGIO SI TENGONO LA MANO. IL RACCONTO

I Lazzerini avevano due difetti. Primo. Erano socialisti, del socialismo del progresso e della dignità dei lavoratori senza troppi distinguo. Secondo. Parlavano. Nel senso che dicevano quello che pensavano e lo dicevano liberamente. Di Samuele Bartolini

di Samuele Bartolini | 25 Aprile 2010

Io l’ho conosciuto mio bisnonno. Nella mia famiglia han fatto tutti in fretta a fare i figlioli e con l’aria che han respirato son campati tutti a lungo. Era un contadino figlio di contadini, ma io lo chiamavo nonno perché bisnonno era troppo lungo da dire. Per noi in casa è sempre stato i’Lazzerini. Portava il cappello, la giacca e la cravatta rossa. Se li portò dietro anche da disteso in pace nella cassa da morto. Mio nonno non sapeva né leggere né scrivere. Eppure andava nei campi vestito così, da signore, e tutti gli porgevano il saluto per la strada.
Ma andiamo per ordine.
In Valdarno i Lazzerini erano conosciuti e stimati come gran lavoratori e rispettosi di chi dava loro pane e lavoro. Erano tempi arcaici quelli, intorno alla metà degli anni ’20 del secolo scorso. L’Italia era per gran parte agricola e i Lazzerini erano una famiglia di mezzadri, sette fratelli sette, che abitava in un casolare sulle dolci colline del Valdarno aretino, a Laterina. Il fattore di una famiglia di nobili aveva dato loro in gestione i campi con il bestiame e i vitigni tutt’intorno. I Lazzerini producevano il vino, una volta al mese portavano ad Arezzo le vacche per la compravendita e contrattavano il prezzo con gli acquirenti per conto del padrone. Il fattore si fidava di loro perché il loro lavoro portava profitto e i Lazzerini ne beneficiavano. In casa appesi al soffitto penzolavano come trofei spalle di prosciutto e salami. Il vino a tavola non mancava mai, c’era sempre da mangiare per tutti e con sette fratelli da sfamare ogni giorno potrete capire…
Ma i Lazzerini avevano due difetti. Primo. Erano socialisti, del socialismo del progresso e della dignità dei lavoratori senza troppi distinguo. Secondo. Parlavano. Nel senso che dicevano quello che pensavano e lo dicevano liberamente. Una sincerità col sale in zucca che non lasciava scampo ai tarli dell’ipocrisia. E questo creava problemi. Inevitabilmente. Erano gli anni ’20. Dicevamo. Tempi di battaglie sociali. Infuriavano le lotte contadine fra rossi e neri: comunisti e socialisti, da una parte, fascisti, dall’altra. E anche ai Lazzerini, proprio perché non potevano starsene zitti in disparte, era toccata la loro parte. Da socialisti qual’erano, le avevano prese e le avevano date. Dei sette fratelli solo il più piccolo di 17 anni non era stato ancora coinvolto nelle baruffe: mio nonno.
Ma come ai suoi fratelli, presto toccò anche a lui. Almeno un assaggio. Una sera risaliva a piedi la strada che porta alla chiesa di Laterina. Era l’inizio della bella stagione e le ‘funzioni’ in canonica rappresentavano uno dei rari momenti in cui, tra un’avemaria e un paternoster, maschietti e femminucce potessero scambiare qualche occhiatuccia di passione. Socialismo e credo religioso si mischiavano nei cuori della gente semplice. Non c’era scandalo. E se poi da uno sguardo poteva nascere un amore, tanto meglio. Mio nonno risaliva a passi spediti la strada diretto alla chiesa quando da un’anfratto spunta un uomo, lo trascina in un angolo e gli molla un ceffone. Tutto di nascosto e senza parole. Solo un ceffone che però stava a significare: “Sta’ attento. Come le hanno prese i tuoi fratelli, le prenderai anche te”. Anche lui parlava. Anche lui non aveva peli sulla lingua e questo era il segnale. I fascisti lo tenevano d’occhio e di lì a poco lo avrebbero picchiato a sangue. Come facevano o cercavano di fare coi fratelli più grandi. Lui, però, era il più giovane. Doveva salvarsi e la famiglia fece in fretta a decidere che fare. Mio nonno se ne andò dal paese. Prese un treno diretto a Livorno. Trovò lavoro come operaio al montaggio delle traversine dei binari ferroviari. Tornò in Valdarno dopo un anno, quando la buriana era passata. Per tutto il Ventennio, però, rifiutò la tessera del Partito fascista. Fece venire diversi mal di testa a sua moglie, mia nonna. Santa donna. Fu discriminato fino alla Liberazione, ma non smise mai di fare il contadino e di essere rispettato e stimato come produttore di vino.
In lui, forse, 25 aprile e 1 maggio si son sempre tenuti per mano. Prima ancora che venissero festeggiati.

Samuele Bartolini

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