
Almeno 500 caccia americani si sono alzati in volo destinazione Iran dalle basi NATO italiane a sostegno della campagna militare Epic Fury: lo ha detto questa mattina il Segretario generale della NATO Mark Rutte. Tutta l’Europa ha partecipato con le proprie basi con un numero di missioni di volo tra 4000 e 5000.
Il significato della dichiarazione di Rutte a pochi giorni dal vertice NATO di Ankara pone un problema di decodifica. Reagire con dati di fatto all’accusa che l’Amministrazione americana rivolge agli europei di non averla sostenuta nell’intervento contro l’Iran pur continuando a invocarne l’ombrello protettivo? Oppure stabilire subito il piano di lavoro fornendo informazioni che l’opinione pubblica ignorava? Rutte ha ottenuto che i protagonisti del vertice di Ankara del 7 e 8 luglio prossimi decidano se dovrà essere il momento della resa dei conti o quello di un rilancio dell’Alleanza. In quella sede ci si attende che gli Stati uniti porteranno il tema della revisione dell’utilizzo delle basi dell’Alleanza del Nord Atlantico.
Tema centrale attraverso il quale sempre più nell’ultimo decennio gli Stati Uniti leggono i loro rapporti con gli Europei, vedi in ultimo alle voci Meloni e Starmer: la prima per il rifiuto di concedere la base di Sigonella per il volo dei bombardieri americani sull’Iran, il secondo per aver negato la base delle isole Chagos nell’Oceano Indiano a supporto della medesima missione Epic Fury. Rutte insomma avrebbe anticipato le mosse dell’amico-nemico americano.
Al tempo del rifiuto italiano di autorizzare l’atterraggio di alcuni asset statunitensi il 31 marzo scorso, l’Avanti! ebbe già modo di chiarire che esso andava compreso attraverso la lente dei trattati e anche delle clausole segrete che storicamente legano l’Italia agli Stati Uniti. In quella circostanza il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano aveva informato il Ministro della Difesa Guido Crosetto dell’esistenza di un piano di volo di caccia-bombardieri americani in transito diretti in Medio Oriente, con atterraggio intermedio previsto a Sigonella.
In assenza di una formale richiesta da parte americana di concessione della base come piattaforma di decollo, il governo italiano aveva negato il suo utilizzo. La base siciliana di Sigonella è gestita congiuntamente dall’Aeronautica Militare Italiana e dalla NAS, Naval Air Station, componente aere della Marina militare americana. È piattaforma di decollo dei droni Global Hawk e degli RQ-4D della NATO, utilizzati nelle attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione, molto efficaci grazie a sistemi a pilotaggio remoto. In Sicilia sono anche presenti la Defense Logistics Agency, DLA, per l’approvvigionamento e il supporto logistico nel Mediterraneo, e a Niscemi, Caltanissetta, il sistema di comunicazione satellitare Mobile User Objective System, MUOS, che integra e coordina le forze navali, aeree e terrestri degli Stati Uniti su scala globale.
Il tema del supporto NATO è in parte fuorviante. Gli articolo 3 e 9 del Trattato dell’Alleanza Atlantica, riguardanti la cooperazione per la difesa collettiva e il ruolo del Consiglio Nord Atlantico, non impongono la concessione di installazioni militari. A parere degli esperti la disciplina dell’uso delle basi rientra infatti nella normativa che regola gli accordi specifici tra Stati, non in accordi multilaterali. E qui occorre farsi strada nell’intrico delle norme dei molti Trattati siglati tra Italia e Stati Uniti, sapendo che di esse sono parte spesso essenziale le norme segretate per motivi di sicurezza nazionale e internazionale.
Ricordo qui soltanto en passant l’accordo di Stay behind che portò alla costruzione della struttura segreta di Gladio per il contrasto a un’eventuale invasione da parte dell’Unione Sovietica o delle forze del Patto di Varsavia. L’intesa segreta fu siglata il 26 novembre 1956 dal servizio segreto militare italiano dell’epoca, il SIFAR guidato dal generale Giovanni de Lorenzo, e dalla CIA. Gladio fu desecretata e sciolta dal governo Andreotti nel 1990 a seguito delle indagini del magistrato Felice Casson che nell’inchiesta sulla strage neofascista di Peteano del 1972, dimostrò che era stato utilizzato esplosivo dello stesso tipo nascosto nei NASCO, quei depositi di armi che si scoprì appartenere a Gladio.
Per limitarci alle intese sulla garanzia della sicurezza reciproca e di quella di ambito NATO, sono attualmente in vigore: il BIA, Bilateral Infrastructure Agreement, risalente al 1954, che definisce i limiti dell’utilizzo delle basi americane in Italia ribadendone la sovranità italiana. È proprio di esso che si avvalse il governo italiano per rifiutare la base di Sigonella. Si devono richiamare anche gli accordi in materia di alta tecnologia per la rilevanza che essa assume nel quadro della sicurezza, quali il Joint Statement sulla Cooperazione Scientifica e Tecnologica su intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, transizione energetica e scienze della vita, l’Accordo quadro di Cooperazione Spaziale (ASI – NASA) per lo sviluppo di tecnologie aerospaziali, dalla costruzione dei moduli per la Stazione Spaziale Internazionale alla partecipazione italiana al programma lunare Artemis, e dagli anni ‘90 l’Accordo in materia di Ricerca ed Energia per lo sviluppo congiunto su energie rinnovabili, sicurezza nucleare e fusione, l’Accordo PCSC, Preventing and Combating Serious Crime per la prevenzione e il contrasto alla criminalità e al terrorismo, e l’Accordo “HSPD-6” per la sicurezza dei trasporti aerei e delle frontiere attraverso lo scambio di informazioni relative alle liste dei sospetti di terrorismo e ai foreign fighters. Infine lo Shell Agreement, il memorandum d’intesa firmato nel ’95 per superare il contrasto sorto 10 anni prima tra l’Italia di Bettino Craxi e l’Amministrazione di Donald Reagan sul caso Sigonella, regola i limiti della sovranità italiana e l’autonomia di comando degli Stati Uniti all’interno delle basi. Oggi nelle basi di Aviano, Pordenone, e Ghedi, Brescia, l’Italia ospita le bombe atomiche statunitensi modello B61 secondo gli “accordi della doppia chiave”, protocolli bilaterali sottoscritti nel contesto dei rapporti dell’Alleanza Atlantica tra fine anni ’50 e inizi ’60, e classificati cioè secretati, ancora imbarazzanti per i governi italiani che non hanno mai ufficialmente messo in discussione la scelta di Paese non-nucleare dell’Italia. Quei protocolli riguardano tra l’altro l’addestramento di piloti italiani all’uso di ordigni atomici statunitensi in caso di conflitto globale. Sotto il vincolo della clausola che richiede il consenso politico di entrambi i governi all’operazione, l’accordo prevede che gli Stati Uniti forniscano la bomba e la custodia tecnica, mentre l’Italia metta a disposizione la base, l’aereo e il pilota.
La polemica è già in corso: 500 missioni di volo sono decollate dal territorio italiano e diverse migliaia da tutta l’Europa, autorizzate o meno dai governi. La rilevanza del tema è tale che va ben oltre ciò che sarà deciso ad Ankara fra qualche giorno. Ha a che fare con la collocazione del nostro Paese nella cornice geopolitica dei rapporti internazionali, che è ormai diversa anche da quella di qualche anno fa, e ha a che fare con il “Nuovo Ordine” mondiale che, sottoposto alle scosse di un assestamento che pare ancora di là da venire, già non tollera però che ci si chiami fuori, che non si sia della partita o che si cerchi una terza via che né il richiamo all’autorità del Diritto Internazionale né a quella degli organismi multilaterali globali è più in grado di indicare. E, ultimo ma non ultimo, il tema ha a che fare con un Presidente americano che spesso agisce e reagisce in preda a impulsi irrazionali, e che si sente sotto assedio.
Il Senato USA ha approvato ieri la risoluzione per limitare i poteri del Commander in chief. Lo ha fatto con 50 voti contro 48 confermando il voto della Camera dei Rappresentanti che si era già espressa il 3 giugno contro il War Powers Act: il voto non ha piena forza di legge ma comunica il disagio dilagante anche all’interno dei repubblicani nei confronti delle politiche trumpiane. Il dissenso istituzionale riguardo al tentativo di estendere i poteri presidenziali non è una novità né per l’Amministrazione Trump né per la storia dei rapporti tra Congresso e Presidenza negli Stati uniti d’America. Indica però che il punto di non ritorno dei rapporti tra l’attuale Amministrazione e la democrazia americana rappresentata dalle sue istituzioni si avvicina pericolosamente. Per gli europei il problema è che l’Alleato americano, l’eroe tragico di decisioni di politica internazionale spesso nel passato non irreprensibili, assomiglia sempre di meno al protagonista dei momenti in cui si è speso a difesa dei diritti umani e dei popoli aggrediti nel mondo da regimi dittatoriali e imperialistici antidemocratici. In queste strette occorre che gli europei facciano presto e bene. Non sembra abbiano altre opzioni in campo che la scelta di contribuire alla costruzione di un’Unione Europea politica che agisca come attore unico a nome dei popoli che le danno vita, e che quei popoli garantisca dalle crisi che la trasformazione dell’Alleanza Atlantica potrà riservare da oggi al futuro.
Claudio Rocco

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