La magistratura chiamata a un ruolo di supplenza perché la ‘politica’ ha smesso di avere un ruolo.

Catastrofisti? Non proprio. Perché quello che sta avvenendo e quello che avverrà non è il frutto di un’aberrazione momentanea. Ma piuttosto la risultante di una “coazione a ripetere”, di una normalità perversa. Insomma, stiamo assistendo a un film già visto, e per anni e anni un film cui abbiamo assistito passivamente, facendo magari il tifo per questo o quel protagonista. Invece di abbandonare la sala o di chiedere la sospensione della proiezione come avremmo dovuto.
In questo film non ci sono colpevoli. Perché nessuno è innocente.
Non lo sono i magistrati. E non perché, all’Aquila, a Taranto e a Roma hanno praticato l’etica della convinzione e non quella della responsabilità. Il loro compito, dopo tutto, è e resta quello di applicare la legge e non quello di farsi carico, diciamo così, degli effetti collaterali delle loro iniziative. Ma perché la magistratura tende sempre più a funzionare non come contrasto di reati ma piuttosto come custode delle virtù, pubbliche e private che siano. Un mutamento di ruolo in atto da tempo. E particolarmente evidente nel caso dell’Aquila. Dove non c’è bisogno di aspettare la motivazione della sentenza per capire che il reato di “sbagliata previsione” non sta né in cielo né in terra. Mentre, tutt’al più si può attribuire a Boschi la colpa di essere stati corrivo rispetto alle, diciamo così, “istanze minimizzatrici” di Bertolaso & C. Una colpa, appunto, per cui ci si dimette (o si viene dimessi…) non un reato per cui si viene condannati, e in qualche modo a vita. Una distinzione elementare in qualsiasi stato di diritto, ma che la nostra magistratura tende a dimenticare anche per l’ottima ragione che a “custodire la virtù” c’è rimasta solo lei…
E qui possiamo chiamare in causa i politici. Prima della catastrofe perché colpevolmente indifferenti dopo perché cinici sino al midollo.
Così, all’Aquila, la catastrofe maturava da tempo, ma niente è stato fatto preventivamente per ridurne l’impatto. Dopo, poi, la coppia Berlusconi – Bertolaso l’ha cavalcata per fini politico-propagandistici: madonne pellegrine nelle “new town” testimoni di fronte al mondo nel G8 e, infine, supremo imbroglio, partigiani abruzzesi ad Onna. Per il Cavaliere, l’apice del successo nella realtà una specie di sciacallaggio “in positivo” ma sempre sciacallaggio.
A Taranto, poi, non compaiono né il “duo patacca” né gli speculatori edilizi ad un tempo colpevoli e beneficiari della catastrofe. A Taranto, protagonisti sono i simboli fisici e istituzionali della sinistra e delle sue conquiste – sindaco, presidente della regione, sindacati, Asl. Ma a Taranto la vicenda è sostanzialmente la stessa: silenzio e passività rispetto alle prepotenze del Padrone e alla sua costante violazione delle norme, in un’ottica in cui si ha la sensazione che la sorte dei lavoratori di Taranto sia l’ultimo dei pensieri.
Ma la sinistra non può chiamarsi fuori anche per un’altra ragione. Perché Riva, cui sono state vendute le aziende Iri a prezzo di saldo e senza garanzie, e che poi le ha condotte a suo piacimento, è uno dei tanti ”capitani coraggiosi” cui, negli anni novanta, sono state affidate le sorti della grande industria italiana. E sarebbe ora di fare un bilancio complessivo di quest’operazione. E della conseguente rinuncia a qualsiasi ruolo dello Stato in materia di politica industriale che ne è stata l’inevitabile conseguenza.
Possiamo ora uscire dal cinema della nostra metafora iniziale. Ma, prima di tornare ognuno a casa propria dovremmo guardarci tutti bene in faccia. Perché, con tutte le circostanze attenuanti del mondo, un po’ di colpa l’abbiamo anche noi, popolo italiano. Nel senso che abbiamo sviluppato, nel tempo, un rapporto profondamente perverso con la politica. Da una parte, infatti, continuiamo a credere alla sua onnipotenza insomma ci aspettiamo da lei di tutto e di più. Dall’altra poi abbiamo per i suoi rappresentanti il disprezzo più profondo.
E, allora, delle tre l’una. O aspettiamo possibili catarsi del ceto politico. O ci occupiamo più direttamente delle cose che ci riguardano. O ci affidiamo ad un Papa esterno: prete, funzionario europeo o demagogo di turno. Si accettano scommesse.

Caro Alberto,
quale che sia il corno del trilemma da te prospettato che scelgano gli italiani, temo che poi si dimenticheranno di essere stati loro a scegliere.