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Dalla riforma elettorale alle politiche di sviluppo, per rompere il circolo vizioso del declino

La politica di questi tempi si attorciglia intorno alla riforma elettorale. Sono soprattutto i governanti a farlo, sia pure cavalcando a spron battuto, e surrettiziamente,  le vicende giudiziarie che riguardano qualche cittadino italiano intento a sfidare il Presidente della Repubblica e, ahimè, le violenze razziste che di questi tempi si scaraventano su cittadini stranieri.  Lo fanno con ragione, ovviamente.

di Antonio Corvino | 21 Luglio 2026

La politica di questi tempi si attorciglia intorno alla riforma elettorale.

Sono soprattutto i governanti a farlo, sia pure cavalcando a spron battuto, e surrettiziamente,  le vicende giudiziarie che riguardano qualche cittadino italiano intento a sfidare il Presidente della Repubblica e, ahimè, le violenze razziste che di questi tempi si scaraventano su cittadini stranieri. 

Lo fanno con ragione, ovviamente.

È nella cattura, ahimè si, proprio nella cattura del consenso popolare che si giocano le sorti del potere.

Soprattutto in un contesto caratterizzato da palese disinteresse dei cittadini ai destini delle istituzioni che si traduce nella rinuncia al voto.

In un corpo elettorale che si ritrae e si estranea lasciando a più o meno il 50% degli elettori l’onere o il privilegio di indicare chi deve governare, le politiche di marketing finalizzate a catturare l’interesse di gruppi sociali, categorie, caste, realtà non meglio precisate, diventano preponderanti.

Quindi temi come la sicurezza, interpretata in una prospettiva di garanzia di inclusione o di esclusione, l’immigrazione anch’essa giocata sul versante dell’identità condita di paure, odio o rancore o, al contrario, di necessaria integrazione, la povertà con le piogge di  bonus e prebende prendono il sopravvento.

Anche le questioni internazionali, a cominciare dal futuro dell’Unione Europea sempre più  orientato al riarmo e alla trasformazione dell’economia continentale in economia di guerra sulla falsariga dell’America trumpiana, seguono strade ambigue.

Esse sono attente a non scoprirne  i reali obiettivi e le inevitabili conseguenze economiche, sociali, finanziarie, essendo prigioniere della  preoccupazione  di  creare o alimentare schiere di tifosi da una parte o dall’altra, a favore o contro gli USA suprematisti e xenofobi e loro alleati, per esempio.

Rimangono totalmente  ignorati i temi dello sviluppo e dei percorsi necessari a rimetterlo in movimento, magari puntando sul progresso culturale e civile oltre che sulla crescita che pure quella peraltro langue da molto tempo in un’Italia in via di invecchiamento, spopolamento e depauperamento, nonostante  i 200 e passa miliardi di euro del famoso PNRR tutto giocato su una fantomatica e incomprensibile “resilienza” laddove sarebbe stato urgente mettere in campo una strategia di attacco sulle infrastrutture ed i servizi come per esempio ha fatto la Spagna che corre nonostante un PNRR piccolo piccolo rispetto a quello italiano.

Forse è arrivato il momento di guardarsi a fondo e capire cosa si è rotto in questo paese non solo  in termini assoluti ma  anche rispetto al resto del contesto occidentale per vedere magari di rimettere in piedi quanto rovesciato.

Perché  certamente vanno disegnati programmi sul fisco, sulla sanità, sulla scuola, sullo Stato Sociale e tutto il resto ma  bisogna affrontare anche la questione dell’alimentazione della fonte della ricchezza che tutto questo renda possibile in un paese che ormai sembra aver perso anche la cognizione di essa.

Da dove nasce la ricchezza, il cosiddetto PIL.

In quale maniera si alimenta.

Con quali percorsi e protagonisti viene realizzata.

Con  quale ruolo dello Stato e dei privati.

E allora bisogna prendere atto che qualcosa è andato storto.

Che qualche decisione, anzi più di qualche decisione assunta nel passato è stata controproducente e magari provare a rimediare.

L’Italia è diventata il paese campione delle privatizzazioni.

Nessuno come il bel paese ha dismesso i propri assi economici, produttivi, nemmeno la Grecia, a ben guardare.

La Francia si è ben conservata anche la sua industria automobilistica con quella strategica aeronautica per esempio.

L’Italia regalò l’Alfa Romeo e ha lasciato scappare la Fiat dopo averla ben nutrita.

Ha dismesso tutti i suoi settori produttivi, strategici o meno. A cominciare dal siderurgico e dal chimico, giusto per ricordarne qualcuno.

Il crinale tecnologico è abbarbicato alla superstite Leonardo sempre più orientata alla produzione bellica laddove ci sarebbe da sviluppare finalmente, se non altro, la produzione di sicurezza spaziale e cibernetica per liberarsi dal ricatto Israelo-americano, magari.

Il fatto è che l’Italia è  diventata la terra in cui non solo ha attecchito ma ha raggiunto le sue estreme conseguenze l’idea  che il capitalismo interpretato dai potentati privati  fosse il  veicolo principe di sviluppo.

In essa attecchì senza alcuna ombra di dubbio anche l’idea che il capitalismo  libero da vincoli fosse addirittura la strada privilegiata per il progresso.

Tutto quanto in linea con la propaganda che anche la pace con proiezioni planetarie dipendeva dal trionfo del capitalismo senza limiti e controlli e tutto affidato ai privati.

Il fallimento dell’esperimento sovietico era la prova del nove che metteva in pace l’anima e scioglieva i dubbi.

Era addirittura consolante che la stessa  Cina emulasse, sia pure in chiave statalista, la via capitalista allo sviluppo.

L’Occidente galoppava. E tanto bastava. E l’Italia rimaneva in scia, sia pure arrancando e vendendo i suoi gioielli.

In realtà il capitale finanziario subentrato al capitalismo industriale, un tempo  costruito sulla proprietà dei mezzi di produzione, tesseva la sua tela già da molto tempo.

Il Club Bilderbeg prima, Davos poi, teorizzavano il governo unico del mondo che non aveva nulla a che fare con l’ONU e puntava alla regia della finanza.

Le centrali finanziarie proposero l’equazione “ indebitamento sta a sviluppo come  privatizzazione sta a efficienza” e arrivò il processo di dismissioni pubbliche e il ritiro dello  stato dall’economia che in Italia raggiunse l’apice.

L’autonomia delle banche centrali  nacque in questo clima di falsa efficienza e “responsabilità” contro  la cosiddetta spesa facile.

Il messaggio fu “cercatevi il fabbisogno finanziario sul mercato mondiale”. E pagate i relativi interessi ovviamente, la cui misura prese a dipendere da decisioni della finanza mondiale tutta concentrata ormai in America.

Niente più collegamento Tesoro-Banca centrale con conseguente divorzio, dimenticando che il problema stava, come evidenziato da Platone, Averroé  ma anche  dal Mefistofele Faustiano, nelle qualità dei governanti e delle loro politiche non nella capacità taumaturgica degli strumenti utilizzati.

In Italia fu soprattutto il Mezzogiorno a farne le spese con la cancellazione del suo radicato e diffuso sistema bancario e lo smantellamento dell’industria pubblica, da quella automobilistica a quella alimentare, a quella chimica e siderurgica con la improvvida soppressione dell’IRI, della SMEI, della GEPI, dell’ISVEIMER…

Sul versante bancario il Banco di Napoli fu la vittima più illustre e scientemente, quanto inopportunamente e colpevolmente, sacrificata.

Al processo ahimè non fu estranea l’intellighenzia cosiddetta progressista di questo paese che intanto aveva preso il posto della sinistra, superata, si disse, insieme alla destra, dopo la morte delle ideologie.

Essa aveva preso a braccetto Confindustria…

Efficienza, competenza, competitività e competizione, visione manageriale della gestione pubblica, le parole d’ordine a sostegno delle privatizzazioni.

Nacquero scuole e università per questo.

Private ovviamente e con il marchio dell’eccellenza, ci mancherebbe altro.

Sul panfilo Britannia, nell’estate del 1992, presero corpo, al netto di equivoci e illazioni e sull’esempio di quanto avvenuto in Gran Bretagna con il governo Tatcher, le indicazioni circa le privatizzazioni dell’Italia, complice la crisi monetaria italiana che aveva imposto una manovra all’epoca terrificante con svalutazioni e prelievi automatici del 6 per mille  sui conti correnti bancari.

Di sicuro sul panfilo di Elisabetta erano presenti i vertici dell’industria pubblica, rappresentanti di Confindustria e del governo italiano.

Seguirono negli anni a venire, i programmi e le dichiarazioni di alcuni che assursero al ruolo di “numi tutelari della patria” e che avrebbero gestito la politica europea, il cambio lira/euro, le privatizzazioni ( “lo Stato non deve produrre panettoni” disse un importante esponente politico e di governo).

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

In Occidente ed in Italia la programmazione economica fu cancellata e tuttora non esiste più.

Il bilancio dello Stato  è diventato un documento contabile finalizzato a quantificare tagli per far fronte agli interessi sul debito pubblico, armamenti e poco più.

Non è solo sui diritti e sui servizi fondamentali che si gioca il futuro del paese.

Esso si gioca sulle sue strategie economiche, se mai sarà  in grado di disegnarne.

Lo Stato prima torna ad occuparsi dell’economia, prima potrà rompere la catena globalizzazione/privatizzazione/debito/ impoverimento, invecchiamento, spopolamento, emigrazione dei giovani italiani in gran parte laureati e diplomati.

I partiti oltre che occuparsi di truffaldine o meno  riforme elettorali farebbero bene a interrogarsi sul futuro dell’economia di questo Paese e a darsi un programma.

Guardare la Spagna per farsene un’idea.

Antonio Corvino

Pubblicato in : Editoriale

Info Antonio Corvino

Di origini pugliesi, napoletano di formazione è un scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Già Direttore Generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, ha organizzato, in tale veste, dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, con il concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti.

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