O Menelicche / le palle sono di piombo / e non pasticche”. Questa strofetta, benché clamorosamente smentita dai fatti, in quanto nel 1896 ad Adua il tentativo di conquistare l’Etiopia fu infranto dall’esercito del Negus Menelik, veniva ancora adoperata nei decenni successivi, quando si voleva dare a qualcuno, del sempliciotto.
Invece l’Etiopia aveva una solida organizzazione militare, relazioni diplomatiche con tutte le maggiori potenze europee e Menelik era attento alla modernizzazione, anche in campo militarei.
Ma si sa che il colonialismo ( ovunque, non solo in Italia) – usava una propaganda di bassa lega : a farne le spese fu appunto il Negus dipinto come un “primitivo” (accadde lo stesso con la seconda guerra d’Etiopia nel 1935) ma ancor più sua moglie, di cui cerchiamo qui di recuperare la figura storica, che mostra luci e ombre.
“Luce d’Etiopia”: così veniva chiamata dai sui sudditi l’ imperatrice Taitù. Un appellativo che sarebbe suonato strano in Italia, dove alla fine del XIX secolo era descritta come vanitosa, arrogante, crudele. Tanto che nella cultura popolare si diffusero detti ironici come ““Ha più vestiti lei della regina Taitù! ” oppure “Guarda! arriva la regina Taitù ”per dire che una donna era frivola.
Ma la realtà era ben diversa. L’imperatrice Taitù Batùl era tutt’altro che frivola. Carismatica, determinata, talora spietata come vedremo più avanti, ebbe un ruolo decisivo sul piano politico e militare. Appartenente a una delle più aristocratiche famiglie abissine, che vantava una discendenza da re Salomone e dalla regina di Saba, si era già sposata quattro volte e quando divenne moglie di Menelik contribuì alla sua scalata alla corona di Negus neghesti. Questa appartenenza a una famiglia molto potente contribuì a quella fierezza e indipendenza nei confronti del consorte che suscitava stupore in Italia. Non si era abituati a una donna che non fosse sottomessa al marito e ciò provocò commenti ironici che non erano giustificati perché la coppia faceva un intelligente gioco di squadraii.
Nella pagina che qui riportiamo del n, 12 della Graphic Novel di Gianfranco Manfredi Volto Nascosto che ha come scenario il conflitto italo -.etiopico del 1895-96 Taitù viene ricondotta a una regalità solenne, intonata al fasto di una corte erede di una civiltà millenaria.
Infatti nella biografia nel sito Unesco https://fr.unesco.org/womeninafrica/taitu-betul/pedagogical-unit/4 è definita “fine diplomatica”. Una delle vignette ci mostra anche che Taitù era devota fedele della Chiesa ortodossa etiope, una delle più antiche Chiese cristiane nata nel IV secolo.
Incoronata imperatrice nel 1889, Taitù guidò la fazione conservatrice ostile a ogni penetrazione delle potenze europee.Mantenne una linea dura anche nella paradossale vicenda del trattato di Uccialli. Il testo in italiano conteneva all’art 17 la formula che l’Etiopia si sarebbe servita dell’Italia per le relazioni internazionali . Ma il testo in amarico affermava che l’Etiopia poteva servirsi dell’Italia: non un vincolo, bensì un potere discrezionale. Quando il trattato venne denunciato (1893), Taitù respinse con fermezza le rimostranze del governo di Roma e spronò Menelik ad attaccare. Ma furono gli italiani a dare inizio al conflitto.
Nell’ opinione pubblica italiana prevaleva l’idea di una guerra contro un popolo primitivo, quindi a esito scontato. Eppure, che gli abissini fossero tutt’altro che primitivi, si sarebbe dovuto capire già prima della battaglia di Adua : l’esercito etiope disponeva di fucili Mauser tedeschi, Rermington di fabbricazione americana e di cannoni Hotchkiss francesi. L’esercito italiano disponeva del Vetterly a ripetizione ma gli ascari avevano il modello a colpo singolo. La sconfitta italiana derivò da errori strategici ma fu anche frutto di una sottovalutazione della tecnologia che Menelik seppe mettere in campoiii.
Taitù fece appello alla difesa del suolo etiope e guidò l’avanguardia del grande esercito imperiale. Nella battaglia di Adua (1 marzo 1896) assunse il comando dell’artiglieria e fu ancora lei a lanciare all’attacco la cavalleria della sua guardia personale.
E’ comprensibile che su di lei, in Italia, si accentrassero gli strali della propaganda bellica, tanto più che gli stereotipi di una società maschilista portavano inevitabilmente a considerare una regina-guerriera come una forsennata virago e Menelik come un uomo
debole, sottomesso alla moglie.
C’è, tuttavia, un lato oscuro, un episodio terribile, Pesò, sull’ imperatrice etiope la crudele vendetta sugli ascari eritrei truppe ausiliarie degli italiani. Considerati disertori, gli ascari furono condannati all’atroce supplizio della mutilazione della mano destra e del piede sinistro. Oltre all’orrore per l’evento in sé bisogna pensare che ridotti in tale stato questi sventurati e le loro famiglie erano destinati a un’esistenza di assoluta miseria.
Di questo è stata incolpata Taitù che fu definita sanguinaria e feroce. Ma oggi si ritiene che
questa punizione esemplare fosse stata decisa dal Consiglio dei ras che avrebbe applicato la legge tradizionale e che sarebbe stata una pena alternativa rispetto a chi voleva la pena di morte.
Ovviamente, è plausibile che il parere di Taitù, nota per essere inflessibile, abbia avuto un peso rilevante, forse determinante, nel Consiglio dei ras. Tanto più che Menelik, abile mediatore, era solito delegare le decisioni più ingrate alla moglie che ebbe fama di spietata ma ne guadagnò in autorevolezza presso la popolazione e, in specie, presso i ras.
La vittoria sugli italiani ebbe notevoli ripercussioni nella politica internazionale. Francia, Inghilterra e Russia stipularono trattati commerciali con l’Etiopia. Quando l’imperatore si ammalò e morì, Taitù assunse il potere ma lo esercitò in modo troppo autoritario e non ce la fece a conservare il trono. Riuscì, però, far eleggere imperatrice Zauditù, figlia di primo letto di Menelik.
La nuova sovrana era molto legata alla matrigna e la invitò a vivere con lei. Taitù, intelligentemente, rifiutò, ma la sua influenza a corte tornò ad essere rilevante. Trascorse l’ultimo periodo della vita in un palazzo accanto al Santuario mariano del monte Entoto che sovrasta Addis Abeba, la città che aveva voluto edificare nel 1886 in mezzo a un bosco di eucalipto. Qui, Menelik nel 1889 trasferì la capitale a seguito delle insistenze della moglie che battezzò la città “nuovo Fiore” (Adiss Abeba) ritenendo che sarebbe
stata emblema del rifiorire dell’ Etiopia.
Taitù è sepolta nell’ imponente Mausoleo del Monastero di Taeka Negest Ba’eta Le Mariam ad Addis Abeba. Oggi in tutto il mondo e ,in particolare, in Africa, è considerata un simbolo dell’emancipazione femminile e della lotta anticolonialista.
Gabriele Parenti
i Cfr A.Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Dall’unità alla marcia su Roma. Vol. 1, Mondadori, 2002.
ii Per approfondire si rinvia a G.Parenti, L’imperatrice Taitù da despota crudele a paladina dell’anticolonialismo, Testimonianze, n 2019 .
iii Sull’andamento della battaglia si rinvia a D.Quirico, Adua – la battaglia che cambiò la storia d’Italia, Milano, Mondadori 2004, E. Lombardi, Il disastro di Adua, Mursia 1994.

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