
di Giulia Fabrizi*
Il 26 febbraio 2026, pochi giorni prima degli attacchi israeliani e statunitensi all’Iran, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stimava a 1.470.609 il numero di persone rientrate in Siria dall’8 dicembre 2024, data in cui la caduta di Bashar al-Assad ha riaperto il dossier dei milioni di siriani fuggiti dal regime prima e, soprattutto, durante la guerra. Oggi, però, questo processo si intreccia con una nuova crisi regionale, trasformando il rientro da scelta ponderata a necessità imposta.
A seguito dell’uccisione della Guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, il 28 febbraio, la riapertura del fronte militare tra Hezbollah e Israele – formalmente chiuso il 27 novembre 2024 con un cessate-il-fuoco fragile e ampiamente disatteso – ha innescato una crisi umanitaria in rapida espansione. In poco più di un mese, le operazioni militari israeliane in Libano hanno causato oltre 1500 morti e più di un milione di sfollati interni su una popolazione di nemmeno 6 milioni di abitanti. Nonostante il cessate il fuoco tra USA e Iran, annunciato tra il 7 e l’8 aprile, Israele non accenna ad arrestare la sua offensiva. In questo contesto, il nodo dei rifugiati siriani riacquista centralità, considerato che fino al 2024 il Libano ne ospitava, tra registrati ufficialmente e non, circa 1,5 milioni. Secondo l’UNHCR, tra il 2 marzo e il 2 aprile 2026, circa 221.910 persone hanno attraversato il confine dal Libano verso la Siria; di queste, 190.160 sono siriani, mentre 31.740 sono di nazionalità libanese. Se alcuni avevano già pianificato il ritorno, mentre altri lo valutavano da tempo, molti sono oggi costretti a rientrare con urgenza. Diventa dunque centrale interrogarsi sulle condizioni che li attendono: dopo oltre un decennio di guerra, il paese resta segnato da distruzione diffusa, gravi carenze nei servizi essenziali e una complessa transizione politica. La Siria è quindi pronta ad accoglierli?
Dall’esilio al ritorno: flussi in uscita e in entrata dalla Siria
Dall’inizio delle proteste a Dar’a contro il regime di Assad nel marzo 2011, fino alla sua caduta, circa 14 milioni di persone, pari a metà della popolazione siriana prebellica, hanno abbandonato le proprie case in cerca di sicurezza. Di questi, nel 2024, 7,4 milioni risultavano sfollati internamente, mentre quasi 6 milioni avevano lasciato il paese, rifugiandosi negli stati limitrofi o raggiungendo l’Europa. La brutalità e la repressione del regime sono stati tra i principali fattori che hanno spinto gran parte della popolazione a fuggire, soprattutto dai centri urbani sotto controllo dell’opposizione, dove la maggioranza sunnita è stata colpita in maniera rilevante. Anche diverse minoranze etniche e religiose – tra cui alawiti, curdi e cristiani nei territori occupati dallo Stato islamico – sono state coinvolte in modo sproporzionato, in un contesto ulteriormente aggravato dalla progressiva internazionalizzazione del conflitto.
Accolti sotto diversi regimi di protezione, i circa 5 milioni di siriani rifugiatisi nei paesi limitrofi – Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto – hanno vissuto per anni al centro di tensioni sociali, in condizioni precarie, e con limitate opportunità di integrazione. Dopo la caduta del regime, dunque, molti hanno deciso di rientrare, progressivamente incentivati dalle politiche dei paesi ospitanti, come la “go-and-see visit” del governo turco, il programma libanese di rimpatrio volontario e le recenti iniziative diplomatiche tedesche. Questi rientri, tuttavia, sono stati spesso promossi senza che ci fossero condizioni pienamente sicure e dignitose e a volte in mancanza di una chiara volontà da parte dei rifugiati stessi. Sebbene nel gennaio 2025 circa l’80% dei rifugiati intervistati dall’UNHCR esprimesse la volontà di tornare, solo il 27% si dichiarava pronto a farlo nell’anno successivo, prediligendo invece la possibilità di valutare le condizioni abitative, familiari e lavorative, prima di un eventuale ritorno definitivo.
Secondo l’UNHCR, dall’8 dicembre 2024 al 2 aprile 2026, 1.573.898 siriani, pressoché equamente distribuiti tra donne e uomini, e per il 41% in età adulta, sono rientrati nel paese. Nonostante i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) indichino che oltre la metà sia tornata nei propri governatorati di origine, non è ancora chiaro se si tratti di movimenti permanenti o temporanei. Di questi, 591.028 provengono dal Libano; dove i rientri hanno subito un’accelerazione significativa rispetto ai ritmi del precedente anno e mezzo, a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Di fronte agli ordini di evacuazione a Bekaa, dove si concentra una quota significativa dei siriani in Libano, così come nel governatorato del sud e nella periferia meridionale di Beirut, molti siriani faticano ad accedere ai già sovraffollati rifugi comunitari e a ottenere assistenza governativa. In molti casi, sono costretti a fare affidamento su reti di supporto informali, contando sull’ospitalità di parenti o valutando affitti temporanei e spazi all’aperto, come campi e ponti, sostenendosi con aiuti umanitari d’emergenza. La loro condizione in Libano è ulteriormente aggravata da discriminazioni su base nazionale, che spesso limitano o impediscono l’accesso ai servizi. Inoltre, per coloro che non sono registrati ufficialmente, la mancanza di documentazione restringe ulteriormente la libertà di movimento: coprifuochi, divieti di accesso a determinati comuni e la paura di essere arrestati confinano molti siriani in zone ad alto rischio o li costringono a lasciare il paese.

Tra distruzione e precarietà: ostacoli strutturali al rientro
Secondo un sondaggio condotto dal Norwegian Refugee Council tra dicembre 2024 e febbraio 2025, i principali ostacoli al rientro dei rifugiati includono instabilità economica, accesso limitato al mercato del lavoro e ai servizi essenziali, oltre alla diffusa distruzione di abitazioni e infrastrutture, alla persistente insicurezza e alle barriere legali e burocratiche, come la mancanza di documenti.
Nonostante la revoca delle sanzioni statunitensi ed europee nel corso del 2025, l’economia siriana resta profondamente compromessa, con un Pil stimato a 14,5 miliardi di dollari nel 2024 – meno della metà del valore pre-guerra – e un’inflazione altalenante che colpisce soprattutto i beni essenziali. Il mercato del lavoro ha subito perdite massicce negli anni di picco del conflitto, causando un aumento della disoccupazione dall’8% al 24% tra il 2010 e il 2024. Di conseguenza, il 90% della popolazione non riesce a garantirsi beni di prima necessità e il 75% – circa 16,5 milioni di persone – dipende da qualche forma di assistenza umanitaria.
A queste fragilità si sommano danni stimati a 108 miliardi di dollari, concentrati in larga parte nel settore infrastrutturale, aggravati ulteriormente dal devastante terremoto del 2023. La distruzione e la mancata manutenzione di sistemi idrici, igienico-sanitari e di gestione dei rifiuti limitano l’accesso ai servizi essenziali per quasi la metà della popolazione. Così, in alcune aree l’acqua è disponibile ogni tre giorni, mentre nella Siria meridionale e centrale, dove la capacità della rete elettrica si è ridotta del 75%, alcune comunità ricevono solo 45-60 minuti di elettricità al giorno. Anche il sistema educativo è stato duramente colpito, lasciando oltre 2 milioni di bambini senza accesso all’istruzione e metà delle scuole fuori servizio, poiché danneggiate, distrutte o adibite ad altri scopi. Sfollamenti continui, barriere linguistiche, classi sovraffollate (40-50 studenti) e salari estremamente bassi per gli insegnanti (circa 70 dollari al mese) minano la stabilità del sistema educativo e ne compromettono la qualità.
Governatorati come Aleppo, Homs e il Rif di Damasco, tra i più colpiti dal conflitto, sono anche — insieme a Damasco e Idlib — quelli che accolgono la maggior parte dei rientri, sollevando dubbi sulla loro capacità di assorbimento. A ciò si unisce una gestione degli aiuti prevalentemente emergenziale che, per oltre un decennio, ha frenato gli investimenti strutturali necessari alla ricostruzione. Oggi, inoltre, il ritorno dei rifugiati dipende in larga misura da agenzie onusiane come l’UNHCR, che operano con risorse drasticamente ridotte e budget finanziati solo per il 30%. Ne consegue che favorire rientri prematuri senza adeguati investimenti capillari rischia di compromettere i pochi progressi raggiunti fino ad oggi, ostacolando la reintegrazione e sovraccaricando ulteriormente sistemi già fragili.
Pur tornando nei governatorati di origine, la maggior parte dei rifugiati non può in realtà rientrare nelle proprie abitazioni. Le criticità abitative sono infatti particolarmente gravi: oltre 1,3 milioni di unità abitative risultano distrutte o gravemente danneggiate, mentre espropri, occupazioni e saccheggi sono stati fenomeni diffusi durante la guerra. Molti sfollati hanno occupato abitazioni precedentemente abbandonate, a cui si aggiungono le vendite all’asta, utilizzate per remunerare le forze armate del regime, e la pratica del ta’feesh, che ha comportato lo smantellamento sistematico di interi quartieri per la rivendita dei materiali. Queste dinamiche si inseriscono inoltre in una più ampia strategia repressiva attuata dal regime di Assad: la legge antiterrorismo n.63 del 2012 ha consentito il congelamento e il sequestro arbitrario delle proprietà degli oppositori e dei loro familiari, mentre la modifica dell’articolo 97 della legge sulla coscrizione militare ha introdotto la confisca immediata dei beni di chi non avesse prestato servizio o pagato l’esenzione di 8.000 dollari, estendendo tale misura anche ai familiari. Alle difficoltà materiali si sommano poi quelle amministrative, considerato che molti rifugiati hanno accesso limitato alla documentazione civile e ai titoli di proprietà, o devono ricorrere a intermediari per far valere i propri diritti. Per questo, dal 2025, il nuovo governo ha avviato il ripristino dei registri catastali danneggiati e tentato di sanare le violazioni legate alla legge n.63 attraverso commissioni amministrative e locali, seppur in assenza di una strategia centralizzata.
La questione abitativa resta centrale per la sostenibilità del rientro dei rifugiati: l’assenza di soluzioni adeguate costringe, innanzitutto, molti siriani a vivere in condizioni precarie tra tende, scuole o rifugi sovraffollati; al tempo stesso, le dispute irrisolte alimentano violenze e nuovi sfollamenti. Garantire il diritto alla casa e il ripristino dei diritti di proprietà resta quindi essenziale per la stabilità del paese e per il ritorno sicuro e dignitoso di milioni di siriani.
Oltre le macerie: questioni sociali e incertezze politiche
Sebbene le condizioni materiali restino il principale ostacolo al rientro, nelle aree con una forte presenza di minoranze le tensioni comunitarie rappresentano un deterrente significativo, rendendo la dimensione settaria una variabile cruciale nel determinare le possibilità di ritorno. Così, anche le aree meno colpite dal conflitto, come Tartous, Suwayda’ e Quneitra, non appaiono particolarmente stabili, continuando a essere segnate da episodi di discriminazioni e violenze.
Sin dai primi mesi della “nuova Siria”, la pregressa affiliazione al regime ha alimentato tensioni sociali e ritorsioni, soprattutto nelle ex roccaforti governative. Qui, dal dicembre 2024 si sono verificati diversi omicidi per mano di individui armati non identificati, che hanno colpito uomini appartenenti a gruppi sociali differenti, sebbene in prevalenza alawiti. La situazione di questi ultimi è infatti aggravata dalla loro significativa presenza nell’apparato statale e di sicurezza sotto Assad, condizione che ha alimentato la percezione di una responsabilità collettiva e trasformato l’intera comunità alawita in bersaglio di vendette e attacchi.
A queste tensioni si affiancano infatti episodi di violenza settaria su larga scala: nel marzo 2025, 1.334 persone sono state uccise nei governatorati costieri. Tra queste, 887 civili alawiti sono stati colpiti in attacchi mirati da forze governative o gruppi affiliati, mentre altre 445 vittime, di cui circa la metà civili, sono state causate da milizie pro-Assad. Pur con minore intensità, le violenze contro gli alawiti sono proseguite per tutto il 2025, accompagnate da discriminazioni diffuse, perquisizioni e confische arbitrarie, nonché esecuzioni extragiudiziali, costringendo oltre 36.000 persone a fuggire verso il Libano. Parallelamente, da gennaio 2025, scontri tra milizie druse e gruppi beduini sunniti hanno provocato ulteriori sfollamenti, culminando nelle violenze di Suwayda del luglio 2025, con circa 1.700 morti, prevalentemente civili, e la sostanziale interruzione del processo d’integrazione dei gruppi armati drusi nelle forze governative.
Nel tentativo di arginare le tensioni sociali, il governo ha avviato iniziative di giustizia di transizione, istituendo commissioni ad hoc – tra cui due dedicate ai massacri più recenti – e arrestando membri delle ex forze governative e dello Stato islamico; inoltre, al rientro, gli accertamenti sono limitati ai siriani con giudizi civili pendenti, incoraggiando così il ritorno di molti rifugiati. Tuttavia, la limitata risposta del governo alle violenze menzionate e l’integrazione nel nuovo apparato di sicurezza di figure già implicate in violazioni dei diritti umani, alimentano un clima di impunità, rafforzando la percezione di vulnerabilità e marginalizzazione tra le minoranze.
Le tensioni interne sono ulteriormente complicate dalla frammentazione territoriale, poiché il nuovo governo non esercita pieno controllo su diverse aree del territorio siriano, incluse parti di Suwayda’, parti intorno ad al-Hasakah, Qamishli, e Kobane, oltre ai territori occupati da Israele. Con le Forze democratiche siriane (SDF), dopo gli scontri all’inizio del 2026, sono stati concordati diversi cessate il fuoco e un’integrazione graduale nelle forze governative, ma altri gruppi armati restano autonomi e la minaccia dello Stato islamico persiste. Infine, le incursioni israeliane nel governatorato di Quneitra, le più recenti al 20 marzo 2026, continuano a provocare vittime civili, distruzione infrastrutturale e nuovi sfollamenti, minando la stabilità del paese.

Giulia Fabrizi
*Istituto Ispi

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