
Si chiama “The Premature Burial”, fu pubblicato la prima volta nel 1844 e, se non ricordo male, lo lessi quando avevo quattordici anni, non dormii per alcune notti, lì nacque il mio rapporto con l’infinito. Nel racconto di Edgar Allan Poe si parla dell’incubo principe per i claustrofobici, ovvero la sepoltura da vivi. Supplizio che viene rappresentato benissimo anche da Uma Thurman nel film “Kill Bill 2”, scena riprodotta dal vero in Gran Bretagna, da un uomo di origine polacca che ha sepolto viva, nello Yorkshire, sua moglie Michelina Lewandowska. La sfortunata signora è riuscita a salvarsi usando l’anello di fidanzamento che l’ha liberata dalla scatola di cartone nella quale era stata chiusa prima di essere sepolta. Dall’estremo della sepoltura passando per l’ascensore le sofferenze per i claustrofobici sono enormi, praticamente illimitate. L’aereo, come una stanza troppo affollata o una metropolitana valgono le parole dei Baustelle “Certe notti da nevrastenia da soffocare, apro la finestra e volo via si fa per dire. Come la ginestra nata sulla pietra lavica mi vedo lottare come mosca nel bicchiere, eppure Dio lo lascio fare”. Ed è giusto lasciare stare Dio nonostante la claustrofobia? Ma davvero la claustrofobia è una patologia riferibile solo alla paura degli spazi chiusi oppure è qualcosa di riferibile alla vita e connaturata ad essa? Leggi tutto: http://www.toscanalibri.it/it/scritti/dalla-claustrofobia-all-infinito_3106.html

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