
A quattro giorni dal devastante terremoto che si è abbattuto sul Marocco nella notte tra venerdì e sabato, il bilancio ufficiale conta oltre 2.900 morti e 5.500 feriti, ma il numero delle vittime sembra destinato a salire. Intanto, mentre il regno arabo è ancora alle prese con le difficili operazioni di soccorso, il ciclone sub-tropicale Daniel si è abbattuto sulla Libia, dove ha distrutto due dighe risalenti agli anni Settanta e provocato più di 5mila vittime nella sola località di Derna, in Cirenaica, e circa 10mila dispersi. I danni maggiori si registrano proprio a Derna, ma è tutto il nordest del paese a essere sott’acqua. È l’ennesimo evento estremo che colpisce il bacino del Mediterraneo in questi mesi, probabilmente la peggiore catastrofe per l’ex Giamahiria e una delle più gravi per il Nord Africa. Othman Abdel Jalil, ministro della Sanità del governo della Cirenaica – non riconosciuto dalla comunità internazionale – ha riferito che il bilancio potrebbe aggravarsi col passare delle ore, tanto che il totale dei dispersi potrebbe essere superiore a 100mila unità. Oltre alla città di Derna, infatti, sono stati coinvolti anche i centri di Susah (8mila abitanti), Al Marj (80mila), Al Bayda (250mila) e aree dell’entroterra difficilmente raggiungibili. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha precisato che sta seguendo da vicino l’emergenza. “Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso la vita e il nostro pensiero a tutte le persone colpite”, ha affermato l’UNSMIL in una nota, assicurando sostegno alle autorità locali per far fronte all’emergenza.

Marocco ancora nel caos?
In Marocco, intanto, i soccorritori sono ancora al lavoro, ma le operazioni di assistenza sono complicate, soprattutto nelle città e nei paesi più danneggiati dal sisma dell’8 settembre, nella regione rurale di Haouz e lungo la catena montuosa dell’Atlante. Una situazione di emergenza senza precedenti per il paese, in cui però a far discutere è anche la reazione del sovrano, re Mohammed VI, che per tre giorni non si è recato sui luoghi del sisma. Il sovrano – secondo critiche sempre più diffuse – non avrebbe predisposto sufficienti aiuti in risposta all’emergenza. Le polemiche intorno alla reazione della casa reale non si placano: il silenzio del sovrano avrebbe infatti ripercussioni concrete sulla gestione degli aiuti, in un sistema di potere fortemente centralizzato come quello marocchino. In base al protocollo, nessun esponente del governo e delle istituzioni può esprimersi sull’argomento se non è il re a farlo per primo. Il regno nordafricano ha ricevuto numerose offerte di aiuto a livello internazionale, giunte da Stati Uniti, Belgio, India e anche da Israele, con cui i rapporti sono migliorati dal 2020. Per il momento, però, si tratta di iniziative rimaste senza risposta. Nonostante l’estensione dei danni, al momento Rabat ha accettato aiuti solo da parte di quattro paesi: Emirati Arabi Uniti, Qatar, Regno Unito e Spagna. Per il ministro dell’Interno, la scelta è dettata dal fatto che “la mancanza di coordinamento in casi come questo si rivelerebbe controproducente”.

Disastri naturali e problemi politici?
Nel caso marocchino, il disastro naturale si affianca alle principali questioni geopolitiche regionali. Dai paesi il cui aiuto è stato accolto da Rabat resta esclusa anche la Francia, ex potenza coloniale con cui i rapporti sono tesi da tempo. Il Marocco non ha un ambasciatore in Francia da mesi e il presidente Emmanuel Macron ha dovuto rinviare una visita prevista a Rabat lo scorso inverno e mai riprogrammata. Ad alimentare la ‘maretta’ tra Eliseo e Dar al Makhzen, il palazzo reale di Rabat, potrebbe aver contribuito anche, due anni, fa il caso del software spia Pegasus, utilizzato dai servizi segreti marocchini per ascoltare una serie di politici francesi, aggiuntosi alla disputa sul Sahara Occidentale, una causa nazionale per Rabat. A differenza della Spagna, infatti, Parigi continua a rifiutarsi di riconoscere la sovranità del Marocco sull’area, per non entrare in contrasto con l’Algeria. Quanto alle critiche rispetto alla condotta del sovrano, secondo Le Parisien, al momento del terremoto il re si trovava in Francia per sottoporsi a delle visite mediche. Un’informazione che le autorità francesi non confermano né smentiscono. Una foto – che lo ritrae seduto attorno a un tavolo con primo ministro e altre personalità del governo a Rabat – è stata diffusa dai media assieme a un messaggio: “Pregate in tutte le moschee del Regno per la misericordia delle anime delle vittime”.
Occasione di distensione?
Loro malgrado, il terremoto in Marocco e il ciclone in Libia potrebbero inaspettatamente trasformarsi in occasioni di riconciliazione a livello regionale. Subito dopo il sisma, infatti, il governo di Algeri ha definito il Marocco come “paese fratello” e riaperto il suo spazio aereo, chiuso da due anni, per far passare gli aiuti umanitari. Allo stesso modo, il ministero degli Esteri di Rabat ha espresso “piena solidarietà alla sorella Libia” in seguito alla tempesta e alle inondazioni che hanno colpito la parte orientale del paese nordafricano. Il disastro portato dal ciclone Daniel si inserisce poi nelle complesse dinamiche politiche intra-libiche. Il Governo di unità nazionale della Libia (Gun), l’esecutivo con sede a Tripoli e guidato da Abdulhamid Dbeibah, ha stanziato 2 miliardi di dinari libici (circa 350 milioni di dollari) per la ricostruzione delle città di Bengasi e Derna, le più flagellate dal disastro. Il governo, l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, destinerà dunque i fondi alla ricostruzione delle aree distrutte dall’acqua fuoriuscita dalle dighe. È un fatto degno di nota, se si considera che le zone colpite rientrano sotto il controllo dell’esecutivo parallelo basato in Cirenaica, dominato di fatto dal generale Khalifa Haftar e dal suo autoproclamato Esercito nazionale libico.
Il commento
di Aldo Liga, ISPI MENA Centre
“Le catastrofi naturali che hanno colpito i due estremi del Maghreb, lasciando una scia di morte e distruzione inedita per dimensione e intensità, rischiano di avere ripercussioni anche a livello politico. In Marocco, la monarchia e il governo dovranno far fronte alle potenziali conseguenze sul settore turistico, ai costi della ricostruzione, all’impatto sull’opinione pubblica di ritardi e inefficienze nonché della perdita di infrastrutture fondamentali come strade e scuole. I rischi del combinato disposto fra crescenti fragilità e miseria, incertezze economiche e mancate risposte da parte delle autorità rischia di avere delle ripercussioni politiche e sociali importanti. In Cirenaica poi, le inondazioni e la devastazione di Derna fanno emergere con violenza fragilità e disfunzioni radicate in quasi dieci anni di divisioni, centri di potere in competizione fra loro, negligenza e corruzione endemica, e rischia di sfociare in disordini e proteste contro le autorità dell’est, accusate di aver privilegiato logiche particolaristiche e interessi personali rispetto alla sicurezza della popolazione”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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