I numeri veri ci dicono che (essendo l’astensione pari a un quarto degli elettori) la coalizione di sinistra ha ottenuto alla Camera il consenso del 22,19 degli aventi diritto al voto, quella di destra del 21,89, Grillo del 19,20.

Sembra ovvio. Ma la classe dirigente politica della seconda Repubblica non vede o non vuole vedere l’ovvia realtà del Paese per due ragioni. Primo, perché è tanto lontana da quanto accade nella società, al di fuori del Parlamento, da interessarsi soltanto al numero dei seggi nel Parlamento stesso. I quali, come è noto, non fotografano affatto gli indirizzi veri dell’opinione pubblica. Secondo. Perché è una classe dirigente cresciuta nel dogma del bipolarismo, anzi, miracolata dal bipolarismo. Al punto da non voler prendere atto del suo tramonto neppure di fronte all’evidenza: di fronte cioè alla semplice constatazione che, nonostante per vent’anni abbia funzionato una legge elettorale nata esattamente allo scopo di imporre il bipolarismo, i poli (vendetta della storia) alla fine sono diventati non due, ma tre.
Guardiamo i numeri veri, ovvero quelli che si riferiscono non ai soli votanti, ma alla totalità dei cittadini. Guardiamoli attentamente, perché da essi si capisce che una grande coalizione come quella perseguita con successo dal presidente Napolitano sarebbe stata auspicabile sulla base del buon senso anche se la sinistra avesse per un pugno di voti conquistato la maggioranza dei seggi, oltre che alla Camera, anche al Senato.
Dunque, i numeri veri, quelli che fanno giustizia della cecità e del dogmatismo, ci dicono che (essendo l’astensione pari a un quarto degli elettori) la coalizione di sinistra ha ottenuto alla Camera il consenso del 22,19 degli aventi diritto al voto, quella di destra del 21,89, Grillo del 19,20. Ancora più pietose sono le percentuali dei partiti di Bersani e Berlusconi: rispettivamente, il 19,07 e il 16,22 per cento. Il comico (anzi, il tragicomico) attende per sé la maggioranza assoluta, senza la quale promette le barricate: è quindi inutilizzabile come partner di governo. Possono seriamente PD e PdL sperare, con elezioni anticipate, di governare l’Italia attraverso quella che gli scriteriati propagandisti descriverebbero come una strepitosa vittoria elettorale, ma che in verità permetterebbe alla loro intera coalizione di superare, anziché la barriera di un quinto, quella di un quarto o al massimo di un terzo del corpo elettorale?
Certo, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in presenza di una bassa affluenza alle urne, i presidenti e i primi ministri, per effetto del sistema maggioritario, governano spesso con percentuali di consenso basse. Ma il sistema è consolidato da secoli, mancano emergenze drammatiche come quelle italiane. E non solo italiane. Il primo ministro lussemburghese Juncker, grazie alla fortuna di avere alle spalle un piccolo e prospero Paese, è infatti sincero e dice spesso: “Tutti i dirigenti politici europei sanno esattamente cosa si deve fare. Purtroppo nessuno sa come essere rieletto dopo averlo fatto”.
Soprattutto in Italia, occorrono scelte da far tremare i polsi, anche impopolari, se si vuole dire finalmente (e prima che sia troppo tardi) la verità ai cittadini. Tutti sanno quali sono. Soltanto degli irresponsabili possono pensare di imporre queste scelte con un consenso che va da un quinto a un terzo dei cittadini. (“Consenso” si fa per dire, perché è ben noto come moltissimi voti siano espressi per il PD o il PdL “turandosi il naso”).
Di più. Andiamo al nodo della legge elettorale e dei suoi principi. Qualunque costituzionalista spiega che i sistemi proporzionali sono preferibili in Paesi profondamente divisi. L’Italia del 1946 scelse il proporzionale purissimo proprio perché altrimenti avrebbe rischiato la guerra civile. E infatti nel 1953 ci furono le barricate e i morti per le strade quando la legge definita dalle sinistre “truffa”, previde un pur modestissimo premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato il 50 per cento dei voti. (Il 50 per cento, non il 29 per cento come è avvenuto nel 2013!).
L’Italia non si trova nella guerra civile materiale, ma in una guerra civile virtuale, strisciante, che si trascina con polemiche devastanti da un ventennio. Una legge elettorale responsabile dovrebbe puntare a governi sostenuti dalla più larga percentuale possibile di cittadini. Non a governi di giocatori d’azzardo compulsivi che sperano, accrescendo di qualche piccolo punto la loro miserabile percentuale, di vincere attraverso un colpo di fortuna la maggioranza assoluta in Parlamento. Ci si stupisce ipocritamente del discredito verso la democrazia e della delegittimazione dei governanti. Ma come si può ignorare quella che ne è forse la causa principale? Come si può non vedere che si tratta di governanti delegittimati in partenza dai numeri, perché il 70-80 per cento dei cittadini si è ben guardato dall’esprimere loro la fiducia attraverso il voto?
Certo, larghe maggioranze richiedono partiti veri e autorevoli, capaci di spiegare ai loro elettori la necessità della moderazione (non capi e capetti che cercano una facile popolarità presso le rispettive tifoserie, sollecitandone gli istinti peggiori). Certo, larghe maggioranze richiedono l’arte della politica che in tutto il mondo (e da sempre) si chiama anche mediazione, compromesso, ricerca paziente di equilibri condivisi. Tutte cose difficili sino a che non saranno tacitati gli analfabeti della politica ( e i provocatori in mala fede) i quali liquidano tutto ciò come “inciucio”.
De Gasperi nel 1948 cercò accordi e evitò di governare da solo, pur avendo ottenuto il 44,74 per cento del consenso tra gli italiani. Berlinguer, anche se il suo partito fosse risultato il primo e anche se avesse ottenuto una solida maggioranza parlamentare, mai avrebbe osato rivendicare il potere allorché nel 1976 il PCI, votato dal 32,10 per cento dei cittadini, raggiunse da solo un consenso reale di dieci punti superiore a quello ottenuto dall’intera coalizione di Bersani nel 2013. Craxi, Forlani e i leader del quadripartito furono sbeffeggiati da Corriere della Sera e Repubblica, che li dichiararono delegittimati e arcisconfitti nelle elezioni del 1992. Si preoccuparono enormemente per quella che anch’essi riconobbero come una grave ferita politica. Ma li votò pur sempre il 43,09 per cento dei cittadini, dando loro la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato. Ottennero più voti di quanti mai ne abbiano avuti i vincitori delle elezioni in tutta la seconda Repubblica. Due milioni in più di Berlusconi, dichiarato unanimemente trionfatore nelle elezioni del 2008.
Da De Gasperi in poi, tuttavia, si trattava di politici non ancora avvelenati dal dogmatismo bipolarista. E di statisti, i quali pertanto guardavano al seguito reale nel Paese. Nel loro mondo e nella loro storia nasce fortunatamente il presidente Napolitano. Anche per questo invita alla prudenza e alla mediazione. Guarda ai numeri veri e al consenso vero. Senza il quale, la delegittimazione della democrazia apre la strada ai rischi peggiori.

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