
C’è un dato che dovrebbe interrogare tutta la politica italiana, al di là delle appartenenze ideologiche: i giovani sono sempre meno presenti nelle istituzioni, ma non sono affatto disinteressati alla vita pubblica. Anzi. Dietro l’astensionismo crescente e la crisi della rappresentanza si nasconde una realtà molto più complessa di quella raccontata da certa retorica superficiale. Le nuove generazioni non hanno abbandonato la politica. Hanno abbandonato una politica che troppo spesso appare chiusa, autoreferenziale, litigiosa e incapace di ascoltare. I numeri parlano chiaro. I cittadini tra i 18 e i 35 anni rappresentano una quota sempre più ridotta della popolazione italiana e la loro presenza nelle assemblee elettive è marginale. In Parlamento gli under 35 sono una minoranza quasi invisibile. Nel frattempo, però, milioni di giovani continuano a impegnarsi nel volontariato, nell’associazionismo, nei movimenti civici, nelle battaglie per l’ambiente, i diritti e l’innovazione tecnologica. Non siamo di fronte a una generazione apatica. Siamo di fronte a una generazione che cerca luoghi diversi in cui esercitare la cittadinanza. Questo dovrebbe indurre una riflessione seria. Per troppo tempo la politica ha parlato dei giovani senza parlare con i giovani. Ha utilizzato slogan, campagne pubblicitarie e promesse elettorali, ma ha investito poco nella formazione politica, nella costruzione di comunità e nel dialogo intergenerazionale. La democrazia, invece, non si improvvisa. Si apprende. Per questo motivo la scuola, le università, le associazioni, i sindacati e i partiti dovrebbero tornare a svolgere una funzione educativa nel senso più alto del termine: non indottrinare, ma formare cittadini consapevoli, capaci di confrontarsi con idee diverse, di comprendere la complessità e di assumersi responsabilità collettive. In una stagione dominata dai social network e dalla comunicazione istantanea, il rischio è quello di sostituire il confronto con lo scontro permanente. Le urla producono visibilità, ma raramente costruiscono conoscenza. L’insulto genera consenso immediato, ma distrugge la fiducia necessaria alla convivenza democratica. La politica ha bisogno di recuperare il valore del dialogo.
In questo senso l’esperienza di Bettino Craxi conserva ancora oggi un insegnamento interessante. Al di là dei giudizi storici e delle inevitabili controversie che accompagnano ogni grande protagonista della Prima Repubblica, Craxi comprese molto presto che un partito incapace di rinnovarsi era destinato a diventare irrilevante. La sua stessa formazione avvenne nel movimento giovanile socialista. Da segretario del PSI fece del ricambio generazionale una delle sue battaglie più note. Lo slogan “Largo ai giovani” non era soltanto una formula comunicativa. Era l’idea che una democrazia vitale dovesse saper promuovere nuove energie, nuove competenze e nuove leadership. Ma c’è un aspetto della lezione craxiana che merita di essere riscoperto ancora di più. Dare spazio ai giovani non significava considerarli migliori per ragioni anagrafiche. Significava investire sulla loro crescita politica. Oggi il rischio del giovanilismo è tanto pericoloso quanto quello della gerontocrazia. Né l’età giovane né quella avanzata garantiscono automaticamente competenza, visione o senso delle istituzioni. Ciò che conta è la qualità della formazione, l’esperienza maturata e la capacità di mettere il bene comune davanti agli interessi personali. Per questo servono partiti che tornino a essere scuole di democrazia. Servono amministratori disponibili a trasmettere conoscenze e responsabilità. Servono dirigenti politici che vedano nei giovani una risorsa da valorizzare e non concorrenti da tenere ai margini. Le indagini più recenti mostrano che i ragazzi continuano a credere nella partecipazione, nell’Europa, nella cittadinanza attiva e nella possibilità di migliorare la società. Chiedono però credibilità, trasparenza e occasioni reali per incidere. La sfida è tutta qui. Non costruire una politica per i giovani, ma una politica con i giovani. Una politica che ascolti prima di parlare. Che formi prima di selezionare. Che includa prima di giudicare. Se riusciremo a farlo, non avremo soltanto più giovani candidati o più giovani elettori. Avremo una democrazia più forte, più aperta e più giusta. Perché il futuro non appartiene a una generazione contro un’altra, ma a una comunità capace di mettere in dialogo esperienza e innovazione, memoria e cambiamento.
È questa la vera riforma di cui l’Italia ha bisogno.
Riccardo Renzi

Lascia un commento