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DAGLI ECCESSI DEL REFERENDUM ALLA SCELTA DI PRESENZIARE AL “BOARD OF TRUMP”, LA POLITICA HA DECISO DI FARSI DEL MALE

Finirà male. La politica italiana è entrata in un soffocante cul de sac da cui uscirà massacrata. Il guaio è che a rischiare di fare la stessa fine sarà l’intero Paese. Immemori dell’antico proverbio secondo cui “di buone intenzioni è lastricato l’inferno”, ci siamo infilati, in nome di due commendevoli proponimenti – fare giustizia della malagiustizia, e portare la pace a Gaza – in altrettante situazioni belliche a dir poco orribili: la guerra politica-magistratura, riesplosa con la stessa forza deflagrante dei tempi di Tangentopoli, e la partecipazione, seppure mascherata, all’ultima invenzione di Donald Trump, il “Board of peace” che per ironia della sorte s’inaugura proprio mentre Washington potrebbe attaccare Teheran.

di Enrico Cisnetto | 23 Febbraio 2026

Finirà male. La politica italiana è entrata in un soffocante cul de sac da cui uscirà massacrata. Il guaio è che a rischiare di fare la stessa fine sarà l’intero Paese. Immemori dell’antico proverbio secondo cui “di buone intenzioni è lastricato l’inferno”, ci siamo infilati, in nome di due commendevoli proponimenti – fare giustizia della malagiustizia, e portare la pace a Gaza – in altrettante situazioni belliche a dir poco orribili: la guerra politica-magistratura, riesplosa con la stessa forza deflagrante dei tempi di Tangentopoli, e la partecipazione, seppure mascherata, all’ultima invenzione di Donald Trump, il “Board of peace” che per ironia della sorte s’inaugura proprio mentre Washington potrebbe attaccare Teheran, rischiando di trasformarsi immediatamente  in “Board of war”. Vediamo le due situazioni e gli effetti che possono generare.

Un po’ tutti gli attori in campo, governo in primis, stanno trasformando il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – che, è bene ricordarlo, non è la riforma della giustizia, ed è sottoposta al giudizio popolare in quanto riforma costituzionale che in Parlamento non ha avuto la necessaria maggioranza qualificata – in un sanguinario regolamento di conti. La progressiva degenerazione della campagna a un mese dal voto ha toccato toni di violenza verbale tanto da aver indotto il presidente Mattarella a partecipare ad una riunione ordinaria del Csm, per la prima volta in 11 anni, allo scopo di richiamare tutti ad un maggiore senso di responsabilità e ad un doveroso rispetto “vicendevole” delle istituzioni (senza omettere che qualcosa non funziona nell’autogoverno della magistratura, così come altrove). Il fatto è che al botta e risposta oltre ogni limite tra i fautori del Sì e quelli del No, esercizio in cui si sono particolarmente distinti il ministro Nordio e il procuratore Gratteri, si sono aggiunte così tante voci fuori luogo che ormai le migliori argomentazioni per invitare a votare a favore del Sì e del No si attingono tra quelle del fronte opposto. Anche perché la gran parte delle forze di governo che hanno votato la riforma che separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei magistrati giudicanti opta per il sistema processuale di tipo accusatorio, sono culturalmente legate al sistema opposto, quello inquisitorio (che prevede le carriere unite). Al pari delle forze di opposizione non liberali che previlegiano l’interesse dello Stato (sistema inquisitorio) a quello dell’individuo (sistema accusatorio). Una confusione, accentuata dallo spettacolo di giustizialisti incalliti che vestono candidamente panni garantisti e viceversa, che certo non indurrà gli italiani ad andare alle urne. Anche perché, se la pietanza che viene servita è una doppia contrapposizione – governo contro magistratura, e viceversa, e sinistra contro destra, e viceversa – difficilmente si andrà oltre la mobilitazione degli elettori di stretta osservanza. Sia chiaro, il quesito referendario ha certamente un elemento di merito, ma è normale che abbia anche un sostanziale valore politico. Ma se la sollecitazione all’elettore poggia esclusivamente sulla delegittimazione dell’avversario, è inevitabile che a rendersi interessate siano solo le rispettive tifoserie.

Se poi alla giusta e tanto ferma quanto misurata richiesta del presidente della Repubblica di abbassare i toni, replica immediatamente la presidente del Consiglio con un video in cui critica una sentenza per farne ricavare al cittadino spettatore la convinzione che è ora di dare una lezione a certi magistrati, contravvenendo al sacro principio che le sentenze si rispettano ed eventualmente si appellano, ma non si criticano e tantomeno si strumentalizzano, allora voi capite che è breve il passo verso un conflitto istituzionale, peraltro destinato a non vedere alcun vincitore ma solo soccombenti. Come dice Davide Giacalone, non fa bene alla salute del Paese che la destra al governo, invece di obbedire al precetto “legge e ordine”, alimenti il disordine aizzando la piazza contro le sentenze e mostrando che questa – inveire contro l’indirizzo politico dei magistrati – è la cifra della sua politica giudiziaria, e non quella di aggiustare i meccanismi che non funzionano. È un errore grave, non fosse altro perché induce a credere che abbia ragione il fronte del No quando attribuisce al governo l’intendimento di imporre il controllo politico sulla magistratura. Ed è speculare all’errore di quella parte della magistratura che pretende di giudicare le leggi anziché applicarle, decidendo di disapplicare quelle che non le piacciono. Con il plauso della sinistra forcaiola. E non meno grave è stato l’errore del ministro Nordio quando ha parlato di “sistema paramafioso” del Csm, costringendo il Capo dello Stato – che pure non aveva mancato di spendere parole roventi sulle derive correntizie e spartitorie del Consiglio superiore – a intervenire per evitare un conflitto tra organi costituzionali (si veda la War Room di venerdì 20 febbraio condotta da Alessandro Barbano, qui il link).

Ormai è chiaro: i sondaggi indicano una costante risalita del No e Meloni si sente costretta, suo malgrado, a impegnarsi nella campagna. Se le prime mosse sono rivelatrici di quel che accadrà di qui al 22-23 marzo, lo fa non difendendo le ragioni di fondo della riforma – che le sono culturalmente estranee – ma evocando le “surreali decisioni dei giudici” in una logica amico-nemico, reinterpretando il Berlusconi del “non mi fanno lavorare”. E lo fa e farà senza citare, o facendolo il minimo indispensabile, l’appuntamento referendario, con ciò credendo – illudendosi – che una eventuale sconfitta del Sì non risulti, renzianamente parlando, una sua débâcle personale. Certo, la presidente del Consiglio ha già detto che, nel caso, non si dimetterà. Ma il logoramento politico sarà inevitabile – e c’è da scommettere che i primi a usarlo saranno i suoi alleati – così come è già in atto quello istituzionale, visto il disinteresse sostanziale – al di là di qualche frasetta di circostanza – mostrato nei confronti di Mattarella. Poi ci saranno le conseguenze della scelta di aver trasformato una riforma in una vendetta nei confronti della magistratura. E questo strascico ci sarà in entrambi i casi, perché se passerà il No i magistrati si sentiranno forti e legittimati, e se passerà il Sì desiderosi di rivincita. Qui avrebbe fatto (e farebbe) bene, dalle parti di palazzo Chigi, un ripasso (ammesso che ce ne sia una qualche lontana conoscenza) delle massime del filosofo e generale cinese Sun Tzu, che nel più vecchio (oltre 2500 anni fa) e famoso testo di strategia militare, “L’arte della guerra”, spiega come “sottomettere il nemico senza combattere” ma soprattutto invita ad “ingaggiare la battaglia solo quando si è certi di vincere”. Invece, ignorare tanta saggezza legittima il sospetto di chi, come il mio amico Francesco Cundari, teme che “la vera posta in gioco del referendum non sia la separazione delle carriere, ma l’accentramento del potere, cioè l’affermazione del modello orbaniano, prima sulla giustizia e domani, sulla scia di un eventuale successo nel referendum, con il premierato, magari accompagnato (o surrogato) da un’ulteriore torsione della legge elettorale in senso maggioritario”.

E a proposito di torsioni, presenterà il conto – salato – anche quella che si è voluta fare per soddisfare il desiderio (ordine?) di Trump di avere l’Italia a bordo di quella inguardabile creatura pensata per celebrare la consacrazione monarchica planetaria del presidente americano ribattezzata “Board of peace”, ma che sarebbe meglio ribattezzare “Board of Trump”. Si è scelto l’escamotage di declassarci a semplici “osservatori”, anche se lo statuto non lo contempla, per evitare una violazione costituzionale, visto che l’art. 11 della nostra Carta prevede che l’adesione a organismi sovranazionali deve avvenire “in condizioni di parità con altri Stati”. Cosa che non è, visto che Trump presiede il Board a vita – avete capito bene, non fino a quando rimarrà alla Casa Bianca, ma per sempre! – e avrà il potere assoluto di decidere chi deve farne parte (finora autocrati della peggior specie e paesi marginali, tanto che di europei ci sono solo Ungheria e Bulgaria) previo pagamento di un lauto ticket d’ingresso (1 miliardo di dollari!), e di nominare a suo esclusivo piacimento un comitato esecutivo, che evidentemente sarà composto solo da fedelissimi.

Ma così è anche peggio. Primo perché per giustificare la scelta del governo, il ministro e vicepresidente del Consiglio Tajani ha detto in Parlamento che la Costituzione ci impone di ripudiare la guerra, e dunque se c’è un tavolo internazionale dove si discute di pace, l’Italia non può non esserci. Peccato che quella ottenuta da Trump a Gaza sia una pace per modo di dire, visto che il disarmo di Hamas non c’è stato, il disastro umanitario dei profughi palestinesi è ancora in corso, e non è terminata l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Forse non è un caso che il Vaticano – la cui postura diplomatica è determinante su queste questioni, specie durante il pontificato di un Papa americano – abbia respinto al mittente la richiesta di Trump di partecipare, scelta definita con stizza “molto spiacevole” dalla Casa Bianca. Inoltre, con tutto il rispetto scappa da ridere nell’apprendere che la “forza di stabilizzazione internazionale” varata dal “club della pace” sia composta da militari di Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania. E infine, appare evidente che l’intento di Trump sia fondamentalmente quello di distruggere l’Onu (il fatto che se lo meriterebbe non giustifica) e ogni altro caposaldo del multilateralismo e ogni presidio del diritto internazionale. Così più “osservatori” del Board siamo “osservanti” di Trump (a questo proposito si veda la mia War Room di giovedì 19 febbraio, qui il link).

Tutte circostanze che avrebbero richiesto quantomeno prudenza, considerato che le motivazioni di questo passo, voluto esclusivamente da Giorgia Meloni, sono tutte politiche, e vanno ricercate nell’ostinazione della presidente del Consiglio a voler mantenere una relazione speciale con Trump, nonostante che questa non solo non abbia prodotto alcun risultato per noi, ma rechi danni rilevanti al nostro Paese in sede europea. Siamo di fronte a scelte fondamentali di politica estera, che determinano il posizionamento internazionale dell’Italia, che vengono assunte senza una discussione politico-parlamentare degna del tema e un confronto con l’opinione pubblica. Scelte che incrociano anche le competenze del presidente della Repubblica in qualità di garante dell’unità nazionale e di rappresentante dello Stato a livello internazionale, che assicura il rispetto dei trattati e dei vincoli derivanti dall’appartenenza ad organizzazioni sovranazionali, e che presiede il Consiglio Supremo per la politica estera e la difesa ed in questa qualità ha il comando delle Forze Armate.

Dunque, non è difficile capire come le reiterate tensioni tra palazzo Chigi e il Quirinale, e il ripetersi di circostanze di conflitto istituzionale, rappresentino un pericolo per il sistema politico e per l’Italia intera. Reso ancor più esplosivo dal crescente e sempre più evidente fastidio che il Paese prova nei confronti della contrapposizione permanente e immanente che permea tutta la vita pubblica, dalla politica all’economia, dallo sport al Festival di Sanremo, passando per la giustizia e i casi di cronaca (a questo proposito si veda la mia War Room di mercoledì 18 febbraio, qui il link). Un “conflittismo” di cui è colpevole in primis la politica, che mette bocca persino sui comici che devono esibirsi sul palco dell’Ariston, ma che viene amplificato sia dai media, che strizzano l’occhio al populismo e aizzano le tifoserie, sia dalla incontrollata quantità di contenuti che web e social fanno diventare virali. Tuttavia, a tutto c’è un limite, e penso di non sbagliare nel credere che gli italiani si siano finalmente stancati di vivere in questo clima arroventato. E non tollerino più che il “conflittismo” sia opera di chi ha responsabilità istituzionali di primo piano. La disaffezione verso il voto ne è la prova più plastica, e se verrà confermata anche nel prossimo referendum, ne sarà l’ulteriore dimostrazione.

L’ho già detto e torno a ripeterlo: tutto fa pensare che una “rottura” come quella del 1992 sia dietro l’angolo. 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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