
Una volta si viveva meno si lavorava di più si aveva meno tempo. Ma quando si trattava di decidere chi fosse un eroe, un simbolo o un martire, ci si prendeva tutto il periodo necessario. Si studiava, si rifletteva, si valutava. Poi, solo dopo, arrivavano le domande: è la scelta giusta? Abbiamo fatto bene? Il dubbio era parte del processo. Era un esercizio di responsabilità non un riflesso automatico. E non parliamo di secoli fa, ma di ieri. Oggi tutto accade in un attimo. La scienza, la tecnologia e soprattutto la rete ci trascinano a velocità stellare. Come una navicella di Star Trek passiamo da un nome sconosciuto ad un’icona globale in un lampo. Ti giri e il tuo vicino di casa non è più quello che salutavi sull’uscio: è già una figura sacralizzata, le mani giunte, lo sguardo rivolto al cielo. Chi lo avrebbe mai detto che il predicatore del quartiere sarebbe diventato martire solo per essere stato ucciso? E allora – con coerenza – dovremmo riconoscere come martiri tutte le donne ammazzate dopo anni di violenze, tutti i bambini morti sotto le bombe a Gaza, a Kiev, in Sudan o in Myanmar. Ma se allarghiamo troppo il concetto il rischio è che non riconosceremo più i martiri veri. Quelli come Salvo D’Acquisto, ucciso dopo che si era autoaccusato della morte di due soldati tedeschi per salvare alcuni civili. Oggi il meccanismo è un altro. Sei sul palco, parli, esprimi le tue idee. Basta un pazzo, un colpo di fucile, e sei un martire. È accaduto a Charlie Kirk. In un attimo il lutto diventa mito. Il personaggio diventa figura pubblica, poi simbolo, poi icona. E chi invece sparisce in silenzio viene dimenticato, sepolto alla svelta, magari con una ruspa, per far prima. La rete e i social moltiplicano la voce di chiunque. Tutti parlano, tutti gridano. E ognuno ha ragione, anche quando ha torto marcio. Oggi perfino i terrapiattisti hanno il loro spazio. Una volta li rinchiudevano, oggi fanno dirette e podcast. La libertà d’espressione, che Voltaire difendeva fino alla morte, è diventata un’arma a doppio taglio. In questo caos la parola “martire” perde il suo significato. Diventa un’etichetta veloce, senza contenuto. E la cosa che dovrebbe preoccuparci di più non è la retorica, ma la velocità. Le guerre scoppiano per una scintilla, per un drone, per un incidente. Le morti diventano post. I funerali diventano hashtag. Charlie Kirk è stato ucciso come Martin Luther King di cui sappiamo tutto, ma chi era Kirk? Cosa ha fatto, oltre ad essere un sostenitore di Trump? È giusto metterli sullo stesso piano? La domanda resta sospesa. Intanto il mondo va avanti, sempre più veloce. Forse troppo. Meglio toglierlo. Cosa? Il “forse”.
Angelo Santoro

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