Spesso gli eventi, piu’ che la volonta’ umana determinano il corso della storia, innescando delle dinamiche inarrestabili. E’ il caso dell’evoluzione o meglio involuzione dell’Unione Europea.
Fino a quando la situazione politica ed economica e’ stata relativamente benigna, il progetto europeo e’ andato avanti, si e’ rafforzato con l’introduzione dell’Euro e con tutti i membri in sintonia.
Le crisi finanziarie e poi economiche del 2008 con le banche, del 2011, dei debiti sovrani, e quelle politiche internazionali con la Crimea e soprattutto 5 anni di “primavera araba” con guerre civili, terrorismo e profughi, hanno portato ad una paralisi dell’UE ed un conseguente ripensamento del progetto europeo. Sono emersi dubbi tra la gente, sono riaffiorati antichi pregiudizi nati da millenari conflitti militari, culturali e religiosi, gli stati membri hanno cominciato a perseguire interessi nazionali senza la solidarieta’ di una volta. In questo difficile contesto, senza precedenti, il prossimo 23 giugno arriva il referendum della GB, possibile detonatore di uno scoppio che potrebbe far crollare tutto l’edificio europeo.
Il rapporto tra la GB ed il resto di Europa da sempre e’ stato peculiare per motivi geografici, storici e culturali. L’Europa non era una priorita’ per l’impero britannico, ma doveva essere controllata perche’ non emergesse una rivale troppo potente. Storicamente la GB ha temuto per la sua indipendenza ed ha dovuto combattere, quando l’Europa era piu’ o meno unita sotto una guida centrale e cioe’ il Papa con il Sacro Romano Impero, Napoleone e Hitler. Per gli euroscettici di oggi l’opposizione di principio ad un potere autocratico paneuropeo, rappresentato da Bruxelles, e’ la continuazione di quelle storiche guerre. Quando la GB aderi’ alla Comunita’ Economica, la sua adesione fu dettata semplicemente da motivi economici, d’interesse senza l’idealismo ed i sentimenti che aveva ispirato gli stati fondatori. All’epoca la GB era considerata dal punto di vista economico, il grande malato d’Europa e solo dopo il suo ingresso nella CE gradualmente la sua economia si e’ ripresa fino a diventare uno dei suoi membri piu’ ricchi e con meno disoccupati. In questo contesto di prosperita’ diffusa, i sentimenti antiEU basati su un presunto deficit democratico, perdita di sovranita’, regolamentazione ossessiva, non erano molto avvertiti dalla gente in generale. Gli euroscettici sono in maggior parte anziani e costituiscono circa il 25% della popolazione, altrettanti sono filoeuropei ed il rimanente e’ agnostico sulla questione. Il problema e’ che l’euroscetticismo e’ alimentato dall’80% dei giornali per i quali un po’ di sciovinismo e xenofobia fanno vendere sempre bene, ed e’ maggioranza in quella fascia socio-economica anagrafica a cui appartengono i militanti del partito conservatore, quelli che selezionano ed approvano i candidati alle elezioni. Per cui avere un parlamentare conservatore filoeuropeo sarebbe come avere in Italia un parlamentare grillino che non sa usare internet. In pratica il governo ed il gruppo parlamentare conservatore sono divisi in due fazioni: gli euroscettici realistici e gli eurofobici. Con l’UE in ginocchio per la crisi dell’euro e dei rifugiati, gli eurofobici hanno preteso ed ottenuto il referendum. Cameron, consapevole degli effetti traumatici sull’economia a seguito di un eventuale Brexit, ha chiesto una trattativa con l’UE per ottenere ulteriori esenzioni al processo integrativo europeo e sperare cosi’ di vincere il referendum. Queste ultime concessioni sono solo di facciata, perche’ di fatto la GB e’ stata sempre semidetached: non e’ nell’eurozona; non aderisce a Shengen; ha esenzione dall’applicare norme europee nel settore della finanza, lavoro e giustizia. Come Cameron non si stanca mai di ripetere in questa campagna referendaria, la GB ha uno status speciale che le consente di aver il meglio di due mondi, cioe’ partecipare dove ci sono benefici nazionali (Mercato Unico) e optare di non partecipare in politiche impopolari e costose tipo quella di assistenza ai rifugiati. In pratica la GB aderisce all’UE con il metodo a’ la carte, scegliendo dal menu cosa prendere e cosa lasciare. Il problema e’ che un Europa paralizzata da interessi nazionali diversi ed a volte contrapposti, il metodo inglese faccia proseliti. Sul principio della circolazione libera di merci, servizi e capitali sono tutti d’accordo mentre in altri settori a cominciare dalla politica economica, quella estera i governi nazionali vogliono mantenere il proprio diritto decisionale. L’EU a velocita’ integrativa variabile e’ una realta’ ormai accettata da tutti, ma il grande rischio e’ che sia l’inizio di un processo di disaggregazione dell’Unione. Probabilmente, in un prossimo futuro, invece di una zona unica di Shengen avremo piu’ aree mini-Shengen tra alcuni stati piu’ omogenei di altri, cosi’ come in un futuro piu’ lontano il ritorno delle monete nazionali con l’euroitaliano, l’eurotedesco etc.
La prossima entrata in vigore del trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) tra UE e USA che vedra’ la creazione di una zona di libero scambio nord atlantico potrebbe rappresentare un ulteriore fattore distruttivo del modello socio-economico europeo, Social Market, a favore del modello anglosassone, Free Market, basato su Wall Street e la City che favorisce ed alimenta le grandi corporazioni multinazionali e le speculazioni finanziarie.
A quel punto dovremo chiedere anche noi un referendum per uscire dall’Europa.

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