
Per anni la politica italiana ha inseguito Silvio Berlusconi. Lo si contestava, lo si criticava, lo si combatteva, ma era lui a dettare l’agenda, il linguaggio, i temi del confronto.
La sua era, i tentativi erano quelli, una destra liberale, europeista, garantista, che faceva della leadership personale la propria forza e che, pur tra mille contraddizioni, cercava consenso attraverso una visione politica.
Oggi il quadro è profondamente cambiato. La destra italiana non produce più una sintesi politica: rincorre chi urla di più. E quel riferimento rischia di diventare Roberto Vannacci.
È una regressione culturale prima ancora che politica.
Non è solo la proposta delle classi differenziate per gli alunni con disabilità, che ha ferito il principio di inclusione conquistato in decenni di civiltà. Non sono soltanto le posizioni sui diritti civili, che sembrano guardare con nostalgia a un Paese nel quale qualcuno aveva meno diritti degli altri.
È il modello politico che rappresenta.
Le sue manifestazioni diventano luoghi dove i saluti romani non scandalizzano più, dove i richiami al fascismo vengono archiviati come folklore, dove il termine “camerati” torna a circolare con una leggerezza che dovrebbe invece inquietare una Repubblica nata dalla Resistenza.
Poi arrivano le prove muscolari, le corse, le gare, gli eventi costruiti attorno all’esibizione della forza fisica, accompagnati da richiami al Ventennio e a quella retorica dell’uomo forte che la storia italiana dovrebbe aver consegnato definitivamente ai libri.
Infine i social.
La politica diventa una sequenza di video con cetrioli utilizzati per ironizzare sulle “supposte economiche”, meloni, frutta e ortaggi trasformati in strumenti di scherno dell’avversario. Non una battuta occasionale, ma un metodo. L’idea che la viralità sostituisca il ragionamento, che il doppio senso valga più di un’argomentazione, che il consenso si costruisca con un reel anziché con un’idea.
È la vittoria della caricatura sulla politica.
Quando un leader politico sente il bisogno di impugnare un cetriolo per spiegare una manovra economica, il problema non è il cetriolo. È l’idea che la politica non debba più elevare il dibattito ma abbassarlo, che non debba più aiutare i cittadini a comprendere la complessità ma limitarsi a suscitare una risata, una reazione, un clic.
La destra italiana sembra essersi rassegnata a questo. Anziché guidare questo fenomeno, lo rincorre. Anziché proporre una classe dirigente, rincorre l’algoritmo. Anziché selezionare il merito, premia chi genera più visualizzazioni.
È un cambiamento profondo.
Con Berlusconi si poteva essere in totale disaccordo, ma il confronto avveniva con un leader che costruiva consenso attraverso una visione, un partito, una proposta politica. Oggi il rischio è che il punto di riferimento diventi chi costruisce consenso attraverso la provocazione permanente, la nostalgia identitaria e la spettacolarizzazione della politica.
Ed è questo il dato che dovrebbe preoccupare anche chi vota a destra.
Perché il problema non è Vannacci in sé. Il problema è una destra che, invece di contenerne gli eccessi, sembra sempre più orientata a inseguirli.
Quando una forza politica sostituisce il pensiero con la provocazione, il confronto con il dileggio, la cultura di governo con la ricerca della clip virale, non arretra soltanto quella forza politica.
Arretra il livello della democrazia.
La politica dovrebbe anticipare il futuro, non riportare indietro il Paese. Se il modello diventa quello dell’uomo solo, della forza esibita, delle nostalgie tollerate e delle gag social elevate a linguaggio pubblico, allora non siamo davanti a una nuova stagione della destra italiana.
Siamo davanti alla sua versione peggiore.
Gaetano Amatruda

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