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Cultura e informazione sana per battere il populismo e le sue idee folli (come il referendum “facile”)

di Enrico Cisnetto | 14 Gennaio 2019

Abbiamo sempre pensato, e scritto, che una fetta significativa del concorso di responsabilità che hanno determinato il declino italiano, e che ora ne stanno accelerando la trasformazione in una decadenza strutturale, sia da attribuire molto più alle élite intellettuali e ai mass media – in particolare, alle prime per i loro colpevoli silenzi, e ai secondi per ciò che irresponsabilmente hanno detto e scritto – piuttosto che alla pur penosa politica. Può sembrare un’inutile discussione sulla primigenia nascita dell’uovo o della gallina, ma non è così, perché se oggi ci ritroviamo vittime di un ottuso populismo, noi siamo portati a pensare che siano state la nostra invertebrata cultura e la nostra fuorviante informazione a generare il mostro della nullità al governo. E di conseguenza, se di questo mostro ci si vuole liberare, è da lì, dai meccanismi originanti (e da chi li ha maneggiati) che occorre partire. “Ripensare & Ricostruire”, verrebbe da dire volendo ridurre il tutto ad un motto.

Dobbiamo dire che un certo sforzo in questa direzione lo abbiamo trovato nel saggio di Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica con il titolo “E ora le élite si mettano in gioco”. Temevamo, dopo aver letto un paio di interventi di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera – che non ci sono proprio piaciuti – di doverci sorbire l’ennesimo de profundis alla globalizzazione, con relativa spiegazione sociologica del perché le masse occidentali si stanno ribellando alle classi dirigenti, sottacendo il valore delle trasformazioni epocali che il processo di integrazione economica mondiale ha generato per miliardi di persone, e sottovalutando gli errori commessi non dalla globalizzazione ma dalle classi dirigenti che non hanno saputo affrontarla, vivendola come una condanna anziché come un’opportunità. Invece, lo scrittore torinese, pur coltivando utopie (buttiamo via il pil), non liscia il pelo della “giusta protesta” e, anzi, ci ricorda che “ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, bruciamo anni di crescita collettiva a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose, ci condanniamo a prendere cantonate colossali”. E conclude. “la gente si svegli ogni giorno per andare all’assalto della fortezza delle élites: e più lo fa, e più vince, e più si fa del male. Così attraversiamo tempi cupi”.

Il richiamo di Baricco, oltre che alla coscienza delle élites, è dunque a quella di ciascuno. Vivere di rancore – giustificato o meno che sia – non porta da nessuna parte. Ma è evidente che quando prevalgono le tenebre, occorre che siano la cultura e l’informazione ad accendere la luce. Se per vendere una copia in più di un libro o di quotidiano, se per fare uno share di ascolto maggiore di una trasmissione televisiva, magari di un talk show, ci si muove nella logica di banalizzare linguaggio e contenuti, di raccontare quello che si presume (magari sbagliando) la gente si voglia sentir dire, di parlare alla pancia anziché al cervello di chi ti ascolta, allora è inutile stupirsi che poi nelle urne il voto vada all’imbonitore invece che a colui che dice la verità e si propone per il suo pragmatismo.

In questi anni la vera richiesta degli italiani è stata quella di poter disporre di una democrazia “decidente”. Le risposte sono state sostanzialmente due. La prima, arrivata all’inizio degli anni Novanta con la fine della Prima Repubblica, è stata l’esaltazione (fino all’ubriacatura) del metodo maggioritario – bipolarismo, chi vince prende tutto – abbinata alla demonizzazione delle istituzioni e degli strumenti della politica, dai partiti ai parlamentari, di cui si sono segnalati i costi e denunciata l’inutilità. La capacità decisionale del “sistema” non è per nulla aumentata, e infatti la “risposta”, chiamata impropriamente Seconda Repubblica, è durata relativamente poco (troppo per i nostri gusti). Ecco allora profilarsi la seconda risposta alla domanda di democrazia decidente: la trasformazione dell’anti-politica in nazional-populismo, cui al becerismo del vaffa e del “prima gli italiani” si aggiunge, quasi a compensare, una spruzzata di utopia con l’idea della democrazia diretta, pescando da un cattivo maestro (ma chi lo sa questo tra i seguaci di oggi?) come Jean-Jacques Rousseau – cui non a caso i grillini hanno intitolato lo strumento su cui hanno basato la finta democrazia del loro movimento – e la proposta politica ricavabile dalle sue opere (dal “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” del 1754 al “Contratto sociale” del 1762) finalizzata alla rifondazione della società sulla base di un patto costitutivo in cui il popolo è corpo sovrano, solo detentore del potere legislativo e suddito di sé stesso. Ora anche questa risposta alla domanda di decisionismo, cui è stato dato molto credito, è al vaglio dei cittadini.

L’impressione – e la speranza – è che duri poco, molto meno della precedente anche per effetto accumulo delle delusioni. Ma nel frattempo possono accadere cose da cui, poi, si farà fatica a tornare indietro. Per esempio, se dovesse concretizzarsi la sciagurata idea, coltivata appunto in nome della democrazia diretta, di snaturare lo strumento del referendum abrogativo, cui non a caso i padri fondatori della Repubblica avevano messo il vincolo della partecipazione di almeno la metà degli aventi diritto, e che ora i pentastellati vogliono modificare riducendo il quorum al 25%. Carlo Nordio sul Messagero (da leggere qui) ha magistralmente esposto i tre buoni motivi – di ordine filosofico, istituzionale e politico – per cui dobbiamo guardarci dall’idea che qualche milione di elettori abbia le competenze per affrontare qualunque tema e decidere per tutti. Non le stiamo qui a ripetere. Ma una cosa vogliamo sottolineare con forza: il fatto che il Parlamento abbia dato pessima prova di sé, e progressivamente sempre peggio, non è motivo per depotenziarlo e delegittimarlo ulteriormente, perché se ciò è avvenuto è proprio perché il sistema parlamentare e la democrazia rappresentativa hanno perso la primaria e fondamentale capacità di operare una selezione elitaria delle competenze.

E come si può fare per ridare la dignità perduta alla politica e ai suoi strumenti? La fiammella della nostra sempre più flebile speranza, si è improvvisamente ravvivata grazie al leader dei Verdi tedeschi, Robert Habeck, che ha deciso di sottrarsi alla schiavitù – perché di questo si tratta – dei social media, come uomo e come politico. Basta Twitter e Facebook, niente più Instagram, chiusi gli account, addio ai suoi 100 mila follower: Habeck ha scelto di dare un taglio netto ad un sistema di comunicazione che – ha detto senza mezzi termini – semina odio e fa diventare troppo aggressivi. E aggiungiamo noi, è insieme causa e conseguenza dello svilimento della politica.

Le reazioni a questo gesto, in Germania, sono state prevalentemente negative: c’è chi gli rinfaccia che non si può ambire a governare un paese se non si regge neppure lo stress di Twitter, e c’è chi sostiene che i politici devono essere sempre e comunque laddove c’è il dibattito, costi quel che costi. Peccato. Perché invece quella del leader ecologista tedesco più che una resa a noi sembra un coraggioso atto di ribellione. Un salutare chiamarsi fuori dal coro, dall’obbligo di sottostare a meccanismi che hanno in sé limiti non superabili che riducono il confronto delle idee a un misero ping-pong di battute e battutine, con la velocità che toglie spazio alla riflessione. D’altra parte, se la politica di oggi, in tutto il mondo occidentale, è priva di statisti e ricca di star mediatiche e di imbonitori, gente destinata a cadere nella polvere con la stessa velocità con cui ha raggiunto la notorietà e il (presunto) potere, qualche ragione legata alle modalità con cui si conquista e si amministra il consenso c’è, come abbiamo visto.

E siamo anche convinti che la decisione di Habeck paghi in termini di favore popolare, perché in fondo i cittadini – twittaroli compresi – sanno di aver bisogno di essere guidati da gente seria. Ne siamo così convinti che ci sentiamo di suggerire ai politici nostrani di imitare il leader dei Verdi tedeschi. Non a populisti, che dei social sono figli, ma a quelli dell’opposizione, maledettamente a corto di consenso e di argomenti: al posto del chiacchiericcio inutile un po’ di analisi, qualche ragionamento più articolato, idee e proposte. Ammesso, e non concesso, però, che qualcosa in testa abbiano.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: alessandro baricco, anni, bipolarismo, consenso, corriere della sera, costi, costi quel che costi, democrazia, galli della loggia, germania, globalizzazione, governo, informazione, integrazione, mass media, mondo, movimento, parlamento, persone, prima repubblica, processo, referendum, repubblica, rifondazione, seconda repubblica

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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