La marea montante ed apparentemente ormai inarrestabile delle intercettazioni che ci sta travolgendo rischia di sortire un effetto – voluto, calcolato, auspicato?! – di distrazione totale di massa, focalizzando l’attenzione su un aspetto del problema Italia, ancora una volta incentrato sulla figura di Berlusconi, e distogliendola dal necessario sforzo di analisi generale che invece ora più che mai dovremmo compiere.
A scanso di equivoci e di polemiche inutili, chiariamo subito un punto che abbiamo già esplicitato a suo tempo: fermo restando che ognuno ha il diritto di disporre di se’ e della propria vita come vuole, e questo vale sia per chi cerca facili piaceri come per chi e’ disposto a concederli, e ribadito che la morale di stato, intesa come etica imponibile al pari di una legge, non ci trova ne’ ci troverà mai concordi, riteniamo – e lo scrivemmo a proposito di Marrazzo come di Berlusconi – che chi ricopre incarichi istituzionali non possa ne’ debba in alcun modo rendersi ricattabile ne’ ancora meno identificabile come dispensatore di favori pubblici in cambio di quelli ricevuti privatamente.
E proprio quest’ultimo punto ci porta oltre la vicenda – sia pure squallida oltre ogni misura – del “caso Berlusconi”, fino a poter legittimamente affermare che stiamo in realtà assistendo non solo e non tanto alla definitiva sepoltura del Premier tramite la più colossale operazione di sputtanamento mediatico mai vista in questo paese, ma soprattutto al crollo di un intero sistema politico che ha dominato la Prima e la Seconda Repubblica con la gestione corporativa, clientelare e consociativa dei serbatoi elettorali, gestione che e’ stata praticata da tutte le forze politiche in ragione della loro quota di partecipazione al gran banchetto del potere.
La spartizione di aree di influenza fra i partiti – aree non solo geografiche, ma anche sociali ed economiche – che fu decisa fin dai tempi dell’Assemblea Costituente, e basta leggersi il carteggio fra Togliatti e De Gasperi per capire davvero e senza possibilità di dubbi su quali presupposti sia nata la nostra stagione repubblicana, ha comportato due conseguenze che oggi paghiamo per intero e senza sconti: una idea di nazione svincolata da un progetto di crescita a medio e lungo termine, ma zavorrata invece dalla logica di spartizione tradotta in rendita e conservazione; una mercificazione delle risorse umane, private del loro autentico valore di primo volano di un paese che voglia crescere, e ridotte a manodopera del potere selezionata solo in base alla disponibilità clientelare, ricompensata con piccole o grandi prebende pubbliche a seconda dell’importanza delle singole pedine. Pedine, non più e non già persone – pedine consenzienti e certo pronte a difendere con ogni mezzo la preziosa conquista del proprio privilegio.
Questo sistema ha svuotato dall’interno la sostanza e l’anima stessa dell’Italia, privandola di una necessaria e sana dinamica di sviluppo sociale ed economico, cristallizzandola in classi separate, in ghetti corporativi, ma soprattutto intossicandola con la certezza piccola e meschina, servile e gretta, del favore dei potenti come unica risorsa garantita per la sopravvivenza quotidiana.
Lo scenario italiano oggi non e’ altro che la resa dei conti definitiva di questo sistema distorto che non poteva reggere oltre per la propria intrinseca debolezza, che ha divorato fino all’osso le risorse del paese senza mai provvedere a creare le condizioni per crearne altre, men che meno a sfruttare nel modo migliore quelle già esistenti. Il gran mercato dei favori pubblici, che viene gestito non solo da chi governa ma da tutti coloro che rivestono un ruolo politico – quanti sistema Sesto potremmo far emergere in Italia se solo volessimo porci l’attenzione?! – ha eroso sistematicamente le nostre potenzialità di crescita e di sviluppo, con la quasi totale complicità degli italiani che, avvezzi da secoli a servire il potente di turno, hanno continuato a praticare quest’arte senza guardare mai oltre il confine limitato del quotidiano.
Siamo tutti egualmente responsabili, e l’indignazione falsamente virtuosa sulla quale oggi troppi soffiano non e’ altro che l’ennesimo tentativo di un troppo facile scarico di responsabilità: perché e’ giusto e lecito indignarsi per un ruolo nella televisione pubblica o nei consigli regionali assegnato in cambio di favori sessuali, certo, ma sarebbe altrettanto giusto e lecito indignarsi, ad esempio, con le forze politiche e sindacali che hanno creato i baby pensionati, o troppi figuri in permesso permanente che occupano per decenni posti di lavoro tenuti fermi intanto che fanno attività politica e sindacale ad libitum.
E poiché l’intero sistema e’ marcio, e tutti coloro che ne sono parte attiva e decisionale da tempi immemorabili ne sono egualmente responsabili, ribadiamo per l’ennesima volta che l’unica possibilità di salvezza che abbiamo risiede nel mandarli finalmente tutti a casa e nell’affidare l’enorme responsabilità del rinnovamento ad una nuova e non compromessa generazione.
Al punto davvero disastroso cui siamo giunti, anzi, precipitati, e’ preferibile pagare gli inevitabili errori di inesperienza dei giovani, piuttosto che continuare a pagare a carissimo prezzo la decadenza cancerosa di una classe politica fallimentare, corrotta e geriatrica, ancora asserragliata nella trincea del proprio intossicato potere. Per questo non appoggeremo mai qualunque tentativo di governi tecnici, di soluzioni di emergenza o comunque vengano chiamate: non solo perché non sono altro che ribaltoni illegittimi della volontà popolare espressa con il voto, governicchi ottenuti a colpi di spallate mediatico-giudiziarie da chi non e’ stato capace di fare altro per il bene di questo paese, ma soprattutto perché garantirebbero ulteriormente la sopravvivenza di una manica di politici di cui invece dobbiamo solo liberarci al più presto, per il nostro bene ed ancor più per la nostra residua speranza di poterci ancora risollevare.
ChiBo

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