La mappa elettorale argentina continua ad essere dominata dagli eredi del peronismo, però più fragili del solito a causa del malo passo dell’economia. Per la prima volta da oltre dieci anni non parteciperà nessuno della famiglia Fernandez-Kirchner.
Cristina sta facendo di nuovo le valigie. Per il prossimo dei numerosi viaggi che punteggiano gli ultimi mesi della sua permanenza alla Casa Rosada. La Costituzione argentina, come quella di quasi tutti i Paesi americani a cominciare dagli Stati Uniti, pone limiti al numero di rielezioni di un politico e traduce così il fenomeno ben noto e malinconico che gli “yankees” definiscono “anatra zoppa”, il potere che non ha più l’energia per comandare. Con qualche eccezione, come spera di essere Cristina Fernandez de Kirchner, che alla presidenza ci è arrivata succedendo al marito ma che in questo momento non sembra avere eredi e sente dunque il bisogno di fare tutto da sola fino all’ultimo giorno. Soprattutto nel campo della politica estera e questo molto probabilmente perché è il meno arduo. L’economia argentina va come va, vale a dire un po’ peggio del resto del Sud America, che ha goduto di un decennio di crescita quasi senza precedenti dal Brasile, al Cile e altrove. Il boom adesso dà segni di stanchezza, anche se le previsioni sono per un periodo di rallentamento e non di una catastrofe. I rapporti dell’Argentina col Vecchio Mondo sono tutt’altro che eccellenti, soprattutto nell’orbita degli Stati Uniti (per non parlare della Gran Bretagna: la guerra delle Falkland è tutt’altro che dimenticata, di recente Buenos Aires e Londra hanno convocato gli ambasciatori della controparte) e Cristina cerca alternative, come del resto fanno alcuni Paesi europei. Ha stabilito buoni rapporti con capitali “dissidenti”, naviga sull’onda di simpatia che sta gonfiando le vele di Cuba, ha rapporti eccellenti con il Venezuela e ha trovato parole “gentili” perfino per l’Iran. In febbraio è andata a trovare i cinesi, che le sono fruttate discreti investimenti. E adesso va a trovare Putin e, dato che l’incontro è fra due Paesi petroliferi, dunque a parlare di affari con la Gazprom, cui offrirà una “dote” di grandi dimensioni, di salute delicata e di un nome pittoresco: la Vaca Muerta. Un enorme giacimento di petrolio e gas nel Sud, in Patagonia. Questa Vaca Muerta è da sempre considerato il “gioiello della corona” dell’Argentina, ma ha bisogno di grandi capitali soprattutto da quando è stata nazionalizzata. Cristina continua dunque a scegliersi degli amici “a sinistra” vecchi e nuovi.
È una strategia ormai radicata nella storia dell’America Latina, ma è anche un oggetto di scontri tattici con gli aspiranti alla successione alla Casa Rosada. La mappa elettorale argentina continua ad essere dominata dagli eredi del peronismo, però più fragili del solito a causa del malo passo dell’economia. Il designato alla successione dovrebbe essere Daniel Scioli che rappresenterebbe la “continuità”. L’opposizione più vivace è quella di Sergio Massa e Mauricio Macri, che hanno firmato un documento congiunto in termini molto duri in cui promettono un “mutamento radicale” alla ricerca soprattutto di migliori rapporti con Washington. Essi denunciano dunque l’imminente visita di Cristina in Russia come “un ennesimo gesto provocatorio”. Una valutazione condivisa fra l’altro da Garcia Moritan, che fu per sei mesi vicepresidente di Cristina Fernadez ma si dimise per protesta contro la linea della presidentessa troppo favorevole al Venezuela. Fra questi si giocheranno le “primarie”, prima fase di una campagna elettorale cui per la prima volta da oltre dieci anni non parteciperà nessuno della famiglia Fernandez-Kirchner. Scioli è invece un moderato, più o meno nella scia tradizionale del peronismo. È un miliardario, uno sportivo famoso, un uomo di mondo. Però i fedelissimi di Cristina (e molto probabilmente lei stessa) temono che l’avvento di Scioli indebolisca la linea della “Presidenta”, anche e soprattutto nella gestione degli affari internazionali. Cristina è ancora al potere, ma già suscita nostalgie. L’ultima volta che è comparsa al balcone della Casa Rosada sulla Plaza de Mayo è stata salutata da cori che scandivano: “Te ne vai, ma come faremo senza di te?”. Domanda cui ella trovò la classica risposta inaugurata da Juan Domingo Peron sessant’anni fa: “Il mio successore è il popolo argentino”. Non tutte le eredità sono facili, particolarmente quella di Peron, che lasciò delle macerie economiche e finanziarie. Il bilancio di Cristina è complessivamente positivo, al punto che l’ultimo sondaggio le dà, grazie soprattutto all’appoggio delle masse popolari, un indice di approvazione molto alto, con un margine del 40 per cento. Quasi un plebiscito, che però a Cristina è proibito. Certamente lo sa e lo rimpiange anche mentre fa le valigie per andare al Cremlino ad ascoltare promesse consolatorie dalla voce di Vladimir.

Quello dei Kirchner uno dei migliori governi in assoluto dopo il decennio di Peron.
L’analfabetismo e la fame sono stati ridotti.
Spiace che ciò piaccia poco agli yankee.