
Nell’indifferenza generale si sta assistendo, con questo ritorno della pandemia virale, ad un continuo sovrapporsi di potere tra le diverse istituzioni repubblicane che, con l’intento di perseguire l’interesse generale, producono la lacerazione del nostro precario tessuto costituzionale, con conseguente perdita di credibilità dello Stato, inteso come risvolto politico- amministrativo del nostro essere Nazione; credibilità che viene messa in discussione dalle Regioni che rivendicano le proprie competenze, alle quali , talora , fanno seguito i Comuni.
Con il risultato che non si sa più dove arrivi il potere dello Stato ed inizi il potere delle Regioni, senza mettere nel conto i Comuni che si muovono in ordine sparso volendo anch’essi giocare un proprio ruolo. Stiamo trattando della materia ” tutela della salute” che la riforma del Titolo V d’inizio secolo assegna alle Regioni, ma sulla quale lo Stato esercita una attività legislativa ” concorrente” con la Regione, ossia un ‘attività legislativa relativa alla “ determinazione dei principi fondamentali “ della materia, ovvero la cornice all’interno della quale manifesta la propria autonomia ogni singola Regione.
E però lo “spazio” normativo, ed anche amministrativo, facente capo ai due diversi Enti, non è quantificato in Costituzione se non in termini generali che lasciano larghi margini all’interpretazione; né potrebbe, d’altronde, essere diversamente, sicché si verifica che nel mentre lo Stato decide un intervento restrittivo escludendo alcuni settori, come la scuola , la Regione Campania interviene a sua volta con analogo provvedimento restrittivo comprensivo anche della scuola, con la sola esclusione delle scuole elementari, rivendicando oltre alla titolarità della materia della salute, anche la titolarità, dagli incerti confini, della materia “istruzione”, anch’essa materia regionalizzata con la riforma costituzionale del 2001.
La cosa di per sé non ha forse gran rilievo pratico, ma è indubbio che evidenzi la crisi dello stesso Stato di diritto, oltre ad un disordinato svolgimento della funzione pubblica a tutto scapito dei cittadini. Sarebbe , quindi, logico domandarsi quale sia la fonte di una tale situazione per potervi mettere rimedio, ma nessuno partito si pone una tale domanda e neppure i giornaloni nei loro articoli di fondo
Quando la Ministra della Pubblica Istruzione si mostrò arrabbiatissima del provvedimento della Regione Campania, non avendo altro modo per opporsi- ma dimostrando nello stesso tempo la propria impotenza- il segretario del partito che esprime il presidente della Regione Campania, ma che sostiene il Governo, preferì, anziché evidenziare la gravità di un tale conflitto istituzionale per arrivare a rimuoverne la causa, preferì, dicevamo, non raccogliere l’irritazione della Ministra e porsi dalla parte del governatore campano, uomo del suo partito; con ciò dimostrando evidente l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti.
Eppure occorre chiedersi dove risiede oggi il potere decisionale relativo alla difesa della salute, dal momento che il cittadino ha bisogno di un’Autorità a cui affidare la cura dell’interesse nazionale e non certo di due Autorità che invece di integrarsi si contrastano finendo per non essere entrambe credibili e creare, quindi, un generale disorientamento.
E questo vale soprattutto per lo Stato, perché alla fine la Regione non è altro che un Ente derivato dallo Stato, una sua creatura seppur dotata di autonomia. Ed è allo Stato che il cittadino, prima che ad ogni altro Ente , chiede autorevolezza. Però, per poter ripensare il titolo V della Costituzione, perché se non si arriva a questo si fa solo della letteratura, occorre il consenso dei partiti, ai quali una tale situazione di incertezza istituzionale sembra far comodo. E l’opinione pubblica, a sua volta si mostra remissiva, sicché si andrà avanti con questo sistema sempre più confuso ,quanto scarsamente efficiente, chissà per quanto tempo ancora, ma assistendo alla progressiva invasività dei partiti nelle istituzioni, ormai palese nella gestione delle Autonomie locali che hanno sostituito l’amministrazione periferica dello Stato, fondata sulla selezione del personale mediante pubblico concorso.
Alberto Abrami

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