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Crimine e potere ovvero: il potere crea il crimine

di Paolo Marini | 8 Marzo 2015

Una sfida alle diffuse ‘certezze’ circa la necessità e strumentalità di un potere statuale ad operare per il benessere dei consociati.

copertina hodgskin“La mia risposta alla domanda ‘Che fare con i nostri criminali?’ è ‘Non crearli’, e il mio obiettivo è dimostrare che i nostri criminali sono il risultato inevitabile di un sistema erroneo, sollevando così la saggezza della Natura e dei governati dal biasimo per la diffusa criminalità, che, peccando di presunzione, oggi viene completamente ed esclusivamente riversato su di loro”. Thomas Hodgskin (Chatham, 1787-Feltham, 1869) spiega così il senso della prima delle due “lectures”, a suo tempo così meticolosamente preparate, che la Liberilibri di Macerata propone al pubblico, con già nota audacia intellettuale e imprenditoriale, nel compendio dal titolo “Crimine e Potere, due lezioni londinesi” (a cura di Alberto Mingardi, pagg. LXXIV-126, € 16.00). In Appendice è anche la recensione a “Social Statics” di Herbert Spencer (1851), pubblicata sull’«Economist» e attribuita ad Hodgskin, nella quale si auspica un riordino complessivo del sistema fiscale, sino ad allora orientato a preservare i patrimoni dei grandi proprietari, coincidenti coi legislatori.

Chi fu Thomas Hodgskin? Un giornalista e uno scrittore appassionato, un geniale autodidatta, artefice di un pensiero situato in un crinale (reputato) incerto tra tradizione liberale classica (per l’indiscutibile riferimento a John Locke, ad Adam Smith e ai principi del libero scambio) e pensiero socialista (per quel suo “Labour Defended Against the Claims of Capital” – una delle sue tre più importanti opere – cui deve la fama di autore anticapitalista). Trattandosi di un uomo libero, può essere limitativo attribuirlo in toto ad una tradizione di pensiero. Forse è più semplice definirlo un libertario, un uomo avverso all’ingranaggio di ogni potere (non solo politico), in quanto capace di schiacciare l’individuo, di deprimere le sue potenzialità e le sue virtù. Però gli studiosi non lo hanno mai incluso nella famiglia dei libertarians e per molto tempo, anche dopo la morte, è stato seguìto da un persistente oblio.

Hodgskin venne arruolato appena dodicenne nella “Royal Navy” e vi militò per dodici anni, facendovi carriera ma anche soffrendo la ferrea disciplina, la realtà brutale dell’ambiente: potrebbe essere qui l’imprinting, la ragione della sua vocazione libertaria. Come osserva Mingardi, “la fondamentale intuizione di Hodgskin è già tutta nella sua critica dell’arruolamento coatto: laddove c’è coercizione, il sistema della libertà naturale, per quanto possa essere onorato a parole, è mutilato nei fatti. La legalità calpesta la giustizia.”

Le due lezioni risalgono al 1857 ma la qualità e l’incedere dei testi sono apprezzabili anche dal lettore moderno. Mostrano una certa padronanza dei dati empirici e sfidano le diffuse ‘certezze’ circa la necessità e strumentalità di un potere statuale ad operare per il benessere dei consociati. Di più, lo Stato sarebbe un volgare imbroglio, comunque e per qualunque ragione sia nato: infatti, è il potere stesso a creare il crimine, nella misura in cui i detentori del potere sono avidi e impongono tasse e leggi a esclusiva tutela dei propri interessi. In tal modo viene meno il rispetto per le proprietà altrui e le classi povere (educate dall’esempio delle classi elevate) sono indotte a ritenere che i beni possano essere depredati. Per Hodgskin non c’è bisogno di “più magistrati, di più polizia, di più cappellani, tutta gente che ha un interesse professionale nel fraintendere la natura e propagare l’errore; (…) . La gente desidera più cibo, più vestiti, più comodità, più lussi, più divertimenti, più vacanze, più libri, più tempo libero, più attività intellettuale e meno attività corporali. La mente, (…), dev’essere riempita di letizia e onore… Tutti questi desideri possono essere soddisfatti da più libertà e meno tassazione. … La concorrenza senza restrizioni, che la natura istituisce, dev’essere la regola per tutte le nostre transazioni, (…).”

Quanto alla possibilità di un cambiamento politico, non si potrà ottenere per via legislativa: il gioco delle riforme – cioè il riscrivere le leggi – è buono soprattutto a far proliferare gli interessi di parte, finisce per riversare sulla società altre bardature, nuovi vincoli a strangolare il sistema della libertà naturale. Il vero motore del cambiamento era e resta un mutamento spontaneo dell’opinione pubblica.

Nella irrisolta tensione tra diritto naturale e diritto positivo, tra legalità e giustizia, spicca essenzialmente l’attualità della riflessione di questo autore. Coloro che presero parte alle sue conferenze rimasero per lo più sorpresi, se non scioccati dalle sue parole inaudite. E noi? Noi, a questo punto della storia, davvero no.

Pubblicato in : Editoriale, Invito alla lettura

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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