Una sfida alle diffuse ‘certezze’ circa la necessità e strumentalità di un potere statuale ad operare per il benessere dei consociati.

Chi fu Thomas Hodgskin? Un giornalista e uno scrittore appassionato, un geniale autodidatta, artefice di un pensiero situato in un crinale (reputato) incerto tra tradizione liberale classica (per l’indiscutibile riferimento a John Locke, ad Adam Smith e ai principi del libero scambio) e pensiero socialista (per quel suo “Labour Defended Against the Claims of Capital” – una delle sue tre più importanti opere – cui deve la fama di autore anticapitalista). Trattandosi di un uomo libero, può essere limitativo attribuirlo in toto ad una tradizione di pensiero. Forse è più semplice definirlo un libertario, un uomo avverso all’ingranaggio di ogni potere (non solo politico), in quanto capace di schiacciare l’individuo, di deprimere le sue potenzialità e le sue virtù. Però gli studiosi non lo hanno mai incluso nella famiglia dei libertarians e per molto tempo, anche dopo la morte, è stato seguìto da un persistente oblio.
Hodgskin venne arruolato appena dodicenne nella “Royal Navy” e vi militò per dodici anni, facendovi carriera ma anche soffrendo la ferrea disciplina, la realtà brutale dell’ambiente: potrebbe essere qui l’imprinting, la ragione della sua vocazione libertaria. Come osserva Mingardi, “la fondamentale intuizione di Hodgskin è già tutta nella sua critica dell’arruolamento coatto: laddove c’è coercizione, il sistema della libertà naturale, per quanto possa essere onorato a parole, è mutilato nei fatti. La legalità calpesta la giustizia.”
Le due lezioni risalgono al 1857 ma la qualità e l’incedere dei testi sono apprezzabili anche dal lettore moderno. Mostrano una certa padronanza dei dati empirici e sfidano le diffuse ‘certezze’ circa la necessità e strumentalità di un potere statuale ad operare per il benessere dei consociati. Di più, lo Stato sarebbe un volgare imbroglio, comunque e per qualunque ragione sia nato: infatti, è il potere stesso a creare il crimine, nella misura in cui i detentori del potere sono avidi e impongono tasse e leggi a esclusiva tutela dei propri interessi. In tal modo viene meno il rispetto per le proprietà altrui e le classi povere (educate dall’esempio delle classi elevate) sono indotte a ritenere che i beni possano essere depredati. Per Hodgskin non c’è bisogno di “più magistrati, di più polizia, di più cappellani, tutta gente che ha un interesse professionale nel fraintendere la natura e propagare l’errore; (…) . La gente desidera più cibo, più vestiti, più comodità, più lussi, più divertimenti, più vacanze, più libri, più tempo libero, più attività intellettuale e meno attività corporali. La mente, (…), dev’essere riempita di letizia e onore… Tutti questi desideri possono essere soddisfatti da più libertà e meno tassazione. … La concorrenza senza restrizioni, che la natura istituisce, dev’essere la regola per tutte le nostre transazioni, (…).”
Quanto alla possibilità di un cambiamento politico, non si potrà ottenere per via legislativa: il gioco delle riforme – cioè il riscrivere le leggi – è buono soprattutto a far proliferare gli interessi di parte, finisce per riversare sulla società altre bardature, nuovi vincoli a strangolare il sistema della libertà naturale. Il vero motore del cambiamento era e resta un mutamento spontaneo dell’opinione pubblica.
Nella irrisolta tensione tra diritto naturale e diritto positivo, tra legalità e giustizia, spicca essenzialmente l’attualità della riflessione di questo autore. Coloro che presero parte alle sue conferenze rimasero per lo più sorpresi, se non scioccati dalle sue parole inaudite. E noi? Noi, a questo punto della storia, davvero no.

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