Ha sbagliato per malizia chi aveva pensato che fissare la crescita annuale allo 0,7 era solo una mossa furbetta del Governo, per tenersi nella manica il merito di celebrare un traguardo ben sopra l’1%.
Purtroppo siamo ora appesi ai tre giorni di calendario lavorativo in più rispetto al 2014, che possano regalarci, Istat dixit, un altro 0,1. Totale +0,8%. Che è poco, diciamolo chiaramente, perché la media europea è doppia.
Insomma, un buon argomento per i critici e necessità di rovesciare i ragionamenti per tutti gli altri: Renzi e Padoan non sono stati bravi a farci risalire, ma bravi a non farci scendere troppo.
Eppure le premesse erano tutt’altre. Nel 2015 abbiamo goduto di una triplice congiuntura che anni fa sarebbe stata un sogno: prezzo del petrolio a rotoli (ora, anzi, sta esagerando al ribasso), svalutazione dell’euro fin quasi alla parità col dollaro, liquidità a gogò dal grattacielo di Francoforte.
Questi soli tre fattori potevano valere l’1% di crescita. E, onestamente, anche le scelte interne non possono non aver avuto effetti. Parliamo della riforma del lavoro, di quasi 500 mila posti in più, di 8000 euro di incentivi alle assunzioni a tutela crescente. Sono tutti numeri che entrano nel Pil, come l’effetto Expo, che ha fatto lavorare le biglietterie non solo di Rho.
Tra fatti esterni e scelte interne, era lecito attendersi una crescita più vicina al 2% o almeno pari all’1,6% dell’eurozona, all’1,7% tedesco, o, accontentiamoci, all’1,2 francese. Cosa significa, dunque trovarsi a metà di questo percorso? Possiamo solo dire che, senza gli effetti speciali, anche quest’anno saremmo scesi dello 0,8%. Segno meno anziché più.
Questi dati confermano ancora una volta che le politiche monetarie e fiscali – anche quelle di cui dobbiamo solo ringraziare il coraggio antitedesco di Mario Draghi – non possono sostituirsi più di tanto a quelle industriali. Il transito dalla deflazione ad una limitata inflazione controllata si avvia solo con la domanda.
Perché puoi anche pompare grandezze inedite in termini di quantitative easing, ma se poi, come si diceva una volta, il cavallo non beve, non si fanno progressi.
Quella che manca è drammaticamente la leva degli investimenti. Quelli pubblici, innanzitutto, che sono scesi a livelli bassissimi. Solo così si può capire un messaggio di per sé surreale come l’accenno al Ponte di Messina. Annuncio non meno pericoloso delle fantasie lepeniste e salviniane che vorrebbero sostituire la miope austerità tedesca con la follia dell’autarchia, e la chiusura dentro immaginarie padronalità private nel mondo della globalità.
Ma anche e soprattutto investimenti privati, che facciano girare la montagna di quattrini liquidi che stanno nelle cassaforti del mezzo mondo che sta bene, cui apparteniamo. Si parla di 4400 miliardi, di 1100 miliardi solo nei conti delle aziende europee. Dallo scoppio della crisi, la liquidità è cresciuta del 40%, ma in Europa gli investimenti sono scesi del 20%. Perché dunque non si spendono questi soldi? La risposta è nelle incertezze dell’economia reale, contrapposta all’economia digitale, più agile e meno costosa, e a quella finanziaria, in cui il fascino del guadagno facile continua a serpeggiare. Chi ha soldi li mette ancora là dove si pensa che fruttino in fretta. Negli USA, anni 70, i fondi investiti nell’economia reale erano 15 volte più consistenti dei dividendi distribuiti in Borsa, ma ora – secondo l’Economist – sono meno del doppio. Anche in Europa, da inizio crisi, i dividendi sono cresciuti dell’11,2%. Fieno in cascina, ma se le stalle sono vuote…
In Italia, poi, pesano i debiti, che rendono caute le aziende, dato che il rapporto con il capitale è salito in questi anni dallo 0,88 all’1,20, cioè c’è un 20% in più di palla finanziaria al piede.
Se tutti questi numeri non vi hanno spaventati, la conclusione non può che essere politica. Bene gli incentivi al lavoro, che sono socialmente prioritari, ma necessità urgente di aiutare la produzione. L’auto si è aiutata da sola, premiando la crescita dimensionale Fiat, e per fortuna che era un settore obsoleto… Ma la manifattura non può vivere di solo export e l’edilizia deve recuperare cadute del 30%. E’ il cavallo più assetato.

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