I guai del decreto “competitività” nel settore energetico, specie nei rapporti con gli investitori stranieri.
Si chiama “decreto competitività”, ma per quanto riguarda l’energia rischia di rivelarsi una partita di giro a somma negativa. Il provvedimento del governo prevede infatti la riduzione, dal 2015, del 10% del costo della bolletta elettrica delle piccole e medie imprese che hanno un’utenza superiore a 16,5 kilowatt, cioè 700 mila soggetti, il 15% del totale. Costo 1,5 miliardi, di cui 700 milioni stanziati direttamente dall’esecutivo e 800 che dovrebbero derivare da un taglio retroattivo degli incentivi già stabiliti negli anni scorsi per chi produce fotovoltaico. Ora, se è vero che le imprese manifatturiere pagano la bolletta elettrica mediamente il 30% in più dei concorrenti europei, ed è quindi opportuno che si trovino modalità per colmare questo gap, è altrettanto vero che a fronte di un piccolo vantaggio (poco più di 2 mila euro a testa) per una limitata platea dei beneficiari, il provvedimento rischia di causare danni di ben maggiore portata. Si dice: ma in fondo verrebbero toccati solo gli impianti di potenza nominale superiore ai 200 kilowatt, che sono 8.600 su 200mila, che si vedrebbero spalmati in 24 anni invece che in 20 i sussidi pubblici. Peccato, però, che questo 4% del totale prenda 2,5 miliardi all’anno, il 60% del totale dei sussidi concessi all’energia solare (6,7 miliardi, cui se ne aggiungono altri 4 se si considerano anche le altre fonti rinnovabili), perché rappresenta i grandi impianti. Cioè proprio quelli che più dovrebbero essere tutelati, visto che se un errore si è commesso in questi anni nel favorire lo sviluppo del fotovoltaico è quello dell’eccessiva polverizzazione. Inoltre, 800 milioni (anche se adesso si parla di ridurre a mezzo miliardo) sono un terzo del totale degli incentivi, una botta che rischia di schiantare molte imprese. Senza contare che trattasi di una revisione unilaterale da parte dello Stato di patti da esso stesso sottoscritti, in aperta violazione di contratti e leggi preesistenti. E se chi cambia troppo spesso le regole è inaffidabile, chi infrange i patti del passato non è più credibile. E a non essere credibili si rimane da soli, e ci si rimette. Perché provvedimenti del genere, oltre a provocare danno a chi li subisce, generano un’incertezza sia politica che giuridica che scoraggia qualunque investimento privato in tutti i comparti, e inibisce il credito bancario, dato che nessuno è più in grado di calcolare quali saranno gli scenari futuri e, quindi, di programmare le proprie strategie industriali. E’ evidente, poi, che cambiare improvvisamente le regole in corsa scoraggia i nuovi produttori, non i monopolisti, con grande nocumento di quella concorrenza – benefici per la domanda e efficienza nell’offerta – che nel settore energetico ha avuto successo negli ultimi anni, considerato che i clienti che nel 2013 aderivano al mercato libero sono stati 7,7 milioni, il 26,5% del totale, in aumento del 22,5% rispetto all’anno precedente. Ma, soprattutto, agire retroattivamente sui rapporti tra pubblico e privato è nocivo alla credibilità del Paese verso l’estero. E se, come sembra, dopo il fotovoltaico il taglio agli incentivi potrebbe toccare anche le altre rinnovabili, per gli stranieri che investono in Italia è più che legittimo pensare di andarsene altrove, come ha già detto il numero uno della banca d’affari NextEnergy Capital Group, Bonte-Friedheim, che ha centinaia di milioni di euro investiti in rinnovabili e per il quale “Renzi non deve venire più a bussare alla mia porta”. Insomma, anche volendo ridurre i 10,7 miliardi di incentivi alle rinnovabili che nel 2013 sono stati garantiti quasi totalmente da una voce di spesa della bolletta elettrica, si devono innanzitutto tutelare gli investimenti che hanno alternative (gli stranieri), e si devono evitare ricorsi e diatribe legali, come quelli già intrapresi di fronte alla Corte Ue nei confronti di simili misure spagnole del 2012 e che sono prevedibili anche per l’Italia, visto che Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha bollato come “gravemente incostituzionale” il provvedimento del governo. Inoltre, in Italia, di misure settorialmente sbilanciate, sbagliate o sproporzionate in passato ne sono state approvate molte, assai peggiori, e in molti ambiti (baby pensioni, previdenza a sistema retributivo, ecc.). Modifiche retroattive sono possibili, se lo sono, esclusivamente in base a scelte politiche foriere di benefici diffusi, non certo per coprire qualche manovra economica o per favorire una platea ristretta di beneficiari. Infine, last but not least, stimolando la produzione interna di energie rinnovabili non programmabili (vento e sole) gli incentivi tutelano decine di migliaia di giovani che lavorano nel settore, pongono l’Italia in prima linea nella politica europea in materia e, soprattutto consentono la proporzionale riduzione della dipendenza energetica dall’estero. Paghiamo l’energia cara e da paesi da cui sarebbe meglio non essere dipendenti (Russia, Algeria, Libia, Iraq, Egitto, Iran..). Se non possiamo fidarci dei nostri fornitori e degli scenari geopolitici in cui sono coinvolti, almeno facciamo si che gli investitori esteri si fidino di noi. Pacta sunt servanda.

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