Non ho mai fatto uso di droghe. Produco da me quelle endorfine a volte necessarie, ma non sempre bastevoli. In verità, per l’uso del caffè, ero giunto a costituire una associazione di abituali consumatori: “i caffeinati”. Oggi mi limito – naturalmente nella sola prima mattinata – a tre “macchinette”, ben zuccherate. Con la coronaria occlusa, l’ischemia stabile e la protesi aortica che mi ritrovo dovrei rifuggire simile abitudine. Ma, la mia nonna paterna si nutriva, solamente, di caffè e visse sino a 89 anni. Pessimo esempio.
Sì, il caffè è una droga, ma non mi risulta che sia un allucinogeno; piuttosto, uno stimolatore delle sinapsi neuronali.
Un giro di parole per dare stura a una motivazione fluida alla combriccola di riflessioni o intuizioni o fantasticherie (a gusto del cortese lettore) che mi sconquassano nella composizione di questo scritto. A causa e per motivo degli accadimenti sociali e culturali che agitano questo inizio di millennio.
1° pensiero
Per quel volo di uccello sull’antropologia a cui mi sono applicato, mi riporto alle steppe russe tra il mar Nero e il mar Caspio; in un’epoca distante temporalmente tra i 12.000 e i 10.000 anni. Riferendomi alle storie carpite per esplorazione testuale e orale (oggi, anche genetica), ovvero per deduzione sui raffronti tra le socialità che ne conseguirono.
È l’epoca delle migrazioni: una, verso il subcontinente indiano; una, verso le coste orientali del Mediterraneo; una, verso l’Europa occidentale (sin verso il 3000-2000 ac); un’altra, terminata nel confondersi con le preesistenti popolazioni indigene iraniane.
Migrazioni (o meglio: invasioni; non altrimenti si può definire il trasferimento di un gruppo – o tribù – in un territorio non nativo) che riversarono sulle popolazioni indigene –sottomettendole- la propria struttura religiosa, ordinamentale e sociale. Questa adeguata e ri-elaborata in una modulazione tripartita: sacra, militare, economica.
Criterio di individuazione delle culture indoiraniche, poi iranoeuropee.
Ciascuna di queste funzioni si proiettava in un pantheon a formulazione dualistica: una coppia di dei destinatari dell’osservanza per la funzione che ognuno veniva-doveva assolvere.
In un conflitto-sintesi, prerogativa ineludibile dell’equilibrio cosmico, tra il bene e il male.
Nell’ambito del sacro: il dio oscuro e minaccioso (es: Varuna) e il dio dell’accoglienza e dell’amicizia (es: Mitra); potrei dire: il dio della supplica e il dio della confidenza.
Tra essi non vi è contrasto. L’uno è il giudice delle iniquità, delle trasgressioni. È il vendicatore a cui il reprobo si rivolge per dichiarare il pentimento e con l‘assunzione della colpa sottrarsi alla punizione. L’altro è il dio del contratto tra l’uomo e il cosmo. È il dio dell’equilibrio, della beatitudine, della buona fortuna.
L‘uno e l’altro sigillano gli emisferi del tutto.
Il duale percorre le altre funzioni. Nel militare, l’attacco e la difesa. Nell’economico, l’immortalità e la integrità. Qui gli dei hanno la natura di gemelli disformi: uno, figlio del cielo e, l’altro, figlio dell’uomo. Lo sono Castore e Polluce. Lo sono Romolo e Remo.
La tripartizione opera come griglia dei comportamenti in cui la società opera per ottimizzare e preservare l’equilibrio umano nella interazione con il divino, nella organizzazione strutturale della società, nel miglioramento delle condizioni di vita e dei beni.
La preghiera ha il fine di stabilizzare esaltare, fortificare l’equilibrio; quindi: “ … rafforzare l’essenza del sacro e rafforzare le preghiere … rafforzare l’essenza guerriera e rafforzare i guerrieri … rafforzare le vacche e rafforzare i contadini …” (Rg-vedaVII, 35,16).
Alla preghiera si affianca, in epoca arcaica (ma sussistente, più tardi, anche in Roma e in Grecia), il sacrificio umano. Sacrificio agli dei che si adegua nel sacrificio di animali e, poi, nella libagione; nel vino colore del sangue offerto a memoria e rinnovazione del contratto tra il sacro e il vivente (sarà l’offertorio).
Qui il sacrificante non è parte di una realtà sociale – quale funzione del sacerdozio – ma è l’adempiente il rito volto a rinnovare, consacrare il patto, la promessa, l’impegno alla tolleranza cosmica.
2° pensiero
Nella infiorescenza mitico/mistica dei pantheon, sul versante della cultura egiziana, Akhenaton (XIV secolo a.c.) opera l’affascio delle deità nell’unico dio Aton, il sole. Nell’assunto che tutto è “utile al Dio, che è utile a lui”. Con tale principio separando il culto del dio dall’identificazione di questi con il faraone e, conseguentemente ri-strutturando comportamenti sociali quali la universalità del culto, la monogamia, la essenzialità della sepoltura, la eliminazione dei sacrifici animali.
Sul versante della cultura iranoeuropea – con una qualche contemporaneità – a Zarathŭstra (ovvero Zoroastro – XVIII-XV secolo a.c.) viene affidata la “rivelazione” da Ahura Mazdā.
Questi è il Signore, il dio unico, creatore di ogni cosa e sommo bene: “ Riconosco, o Mazdā, nel mio pensiero che tu sei il Primo e anche l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega; che tu sei il Padre di Vohū Manah, perché io ti ho fermato nel mio occhio, Tu sei l vero creatore di Aša, e tu sei il Signore dell’esistenza e delle azioni della vita attraverso il tuo operare” (Avestā Yasna, XXI,8).
Mazdā è il creatore dei due spiriti primordiali (anch’essi gemelli) il Bene e il Male, la Verità e la Menzogna, autonomi nella volontà e che, confrontandosi, determinano la vita o la non vitalità: l’ottimo pensiero o l’esistenza pessima.
Dio parla (teofania) ad Abramo e Mosè riceverà le leggi e quindi a lui Dio darà la rivelazione della volontà unica a mantenere l’equilibrio cosmico. Il male porterà la perdita della salvezza eterna o, se si vuole, dell’ottimo pensiero.
Sul versante della cultura semita (già, arabi ḥanīf – monoteisti-), molto più tardi (610 d.c.) – l’arcangelo Gabriele si manifesta (teopatia) a Maometto: “[1] Leggi, in nome del tuo Signore, che ha creato, [2] ha creato l’uomo da un grumo di sangue! [3] Leggi! Ché il tuo Signore è il Generosissimo, [4] Colui che ha insegnato l’uso del calamo, [5] ha insegnato all’uomo quello che non sapeva”. Maometto la seconda volta che ascende al cielo, sebbene vivo, viene ammesso alla contemplazione di Dio (privilegio concesso solo ai morti, dotati da Dio di sensi particolari) ricevendone la visione della straordinaria infinità e della immensa potenza.
3° pensiero
Appaiono testimoniati in tutti i libri sacri delle religioni monoteiste – ovvero nelle trasmissioni orali e trascritte – avvenimenti e ascesi fondati su rivelazioni o miracolismi. Tutti, per l’epoca in cui si sono manifestati, al di fuori delle categorie scientifiche della contemporaneità; quindi infusi nel meravigliato stupore dell’impossibile, dell’ignoto.
Dal monoteismo semitico/ebraico al monoteismo cristiano/iranoeuropeo.
Zoroastro ( le gāthā dell’ ”Avestā”), Maometto ( le sura del “Corano”), Gesù di Nazaret ( i vangeli del “Nuovo Testamento”) ascendono, in vita o in morte, al cielo.
Sara partorisce in età infertile; le vergini sono – o potranno essere – partorienti. I morti risorgono e i malati guariscono; le voci, senza labbra, si fanno ascoltare; luci e astri divampano; le spade, concesse dal dio, sono vittoriose contro i nemici.
In psichiatria si potrebbero diagnosticare stati deliranti; in ostetricia, fecondazioni assistite; in clinica medica, malattie psico-somatiche; in biofisica, alterazioni da irradiazione di particelle; in genetica, catene riproduttive di staminali; in meteorologia, luci globulari. Tralasciando la fisica quantistica ed il suo evolversi esplorativo verso i multimondi.
Resta il fascino della morte di Zoroastro allorquando lascia il suo seme nel lago di Kansaoya laddove una vergine si bagnerà, rimanendo incinta e dando alla luce “il Salvatore”.
Invero, la poesia è il seme/sintesi di ogni possibile narrazione quantica. L’oltre della logica e della metafisica. La religiosità assoluta, indeterminabile nel suo probabilismo.
4° pensiero
Non si può non procedere all’osservazione che le culture siano espressione di quella funzione –tra le tripartite- definita economica; che le civiltà si determinino con la fusione tra la sacra e la economica; che le socialità siano la fusione/attuazione di tutte.
Le culture si fondono , le civiltà si confrontano, le socialità si scontrano.
Non si può non valutare – dall’osservazione dei fenomeni migratori “arcaici” – che è costante la subordinazione delle popolazioni stanziali e native ai gruppi migranti o invasivi. Con ulteriore rilievo che le mutazioni operate dalla subordinazione investono le forme delle socialità.
Le migrazioni oggi in atto – tipizzate come epocali – vengono enfaticamente e maldestramente indicate come “guerra di religioni” o “scontro di culture”.
Io credo e assumo che è in atto un progetto (finanche ignoto ai protagonisti, prede per mercati di carne umana) di una ben più drammatica “sopraffazione di socialità”; ovvero elisione, schiacciamento, delle connotazioni infra-personali, infra-istituzionali, infra-economiche cui è pervenuta a caratterizzarsi la stirpe indoeuropea (o iranoeuropea o ossetoeuropea o indoucraina e finanche russoindoeuropea). Con una velocizzazione degli eventi determinata dalle ambizioni di una globalizzazione finanziaria che fidelizza le vacuità cognitive, gli esibizionismi comportamentali, le mercificazioni delle coscienze.
Che nei prossimi due millenni non potranno non avverarsi “confusioni” genetiche e culturali tra le varie stirpi è inevitabile e finanche auspicabile, sempreché siano resi, oggi, intangibili – non depauperabili – i valori di civiltà trasmissibili.
Quale la cultura da porre argine allo sterminio che incombe, prossimo e futuro, sulla socialità indoeuropea?
5° pensiero
Leggo il V vangelo. Il vangelo di Tommaso. Il vangelo reso “segreto” dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana:
[11] Gesù disse: “Passerà questo cielo e passerà ciò che è sopra di esso, i morti non sono vivi e i vivi non morranno. Nei giorni in cui mangiavate ciò che è morto, voi lo rendevate vivo. Quando sarete nella luce che cosa farete? Nel giorno in cui eravate uno, siete diventati due. Ma allorché siete diventati due che cosa farete?”
[22] Gesù rispose loro: “Allorché di due farete uno, allorché farete la parte interna come l’esterna, la parte esterna come l’interna e la parte superiore come l’inferiore allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina allorché farete occhi in luogo di un occhio, una mano in luogo di una mano, un piede in luogo di un piede e un’immagine in luogo di un’immagine, allora entrerete nel Regno.”
Il dio uomo, nella versione del V vangelo recita assonanze all’androgino, al contrapposto, alla perfetta unione dei due uguali (la dualità nel sacro delle funzioni tripartite, poi Mitra, l’unico, l’amico).
E la luce non è profezia sulla conoscenza contemporanea delle particelle, dei fotoni? Il tunnel che si apre nella memoria delle particelle, nella pre-morte? E l‘immagine in luogo di un’immagine non è la linea di orizzonte dei multiuniversi?
La lettura desertifica gli schemi teologici delle titubanze fobiche medioevali o delle preminenze secolari.
È forse questo il segreto labirinto di dubbi in cui vaga il filo della conoscenza di un Papa? Tra predizioni e destinazioni.
infine
Dico, a te lettore, che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana se solo si avvedesse dell’essere calata, in questo transito epocale, nella morsa delle profezie e nello svelamento dei vangeli, proporrebbe il peso del suo proselitismo ad uso non della verità rivelata, ma della verità esplorata.
Dico a te lettore che le profezie sulla fine del papato e sulla scomparsa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana in una lettura non catastrofista (nell’intendimento di religioneria) potrebbero trovare avveramento in una volontaria consunzione indirizzata ad essere argine di protezione della cultura indoeuropea, delle culture che si fonderanno, delle culture che verranno.
Il culto, i culti, hanno creato l’ “errore” e per emendare l’umanità hanno sollecitato iniquità e sevizie, demolizioni di sapere e di bisogni; hanno invocato persecuzioni e genocidi; hanno frodato la criticità; hanno adulterato il sapore della morte umana.
Dalla religiosità dell’inesplorabile, del concesso, dell’atteso; deposto, in pace, Gesù di Nazaret (di cui, sembra, sia stato trovato il sepolcro), abbandonato il dio della croce e della spada, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana dispieghi la equità della scienza, la quiete della sapienza, rendendo all’uomo la morte infinita.
il vecchio pazzo
ps
Credo che abbiano fatto parte – o facciano ancora parte – della mia struttura vivente Zoroastro, Maometto, Gesù di Nazaret. Per particelle del loro percorso materiale. Transiti. Qui la verità dell’eterno ritorno. La più straordinaria delle illuminazioni della coscienza umana. La religiosità dell’uno di diversi.
Ah! Sarà per me un onore se si penserà di me e del mio dire – del mio appello alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana – rapportandomi alla follia di Nietzsche. Anch’egli agita le vibrazioni del mio vivere.

” Quando le cose sapranno tutto di noi non le vedremo più. ” da ” Il segreto viaggio di Dietrich Taufriegel “, p.210.