
Alle politiche del 2022 il tasso di astensione è stato del 36,1 per cento, alle regionali dell’altro ieri del 56,4.
Negli ultimi giorni ho letto titoli e commenti che trasformavano il risultato di due elezioni regionali in “la prova generale delle politiche”.
Ogni tornata elettorale locale in Italia viene accompagnata dalla stessa, immancabile liturgia: ore di talk show, deduzioni e controdeduzioni.
È un rito rassicurante, ma scientificamente inconsistente.
La domanda è semplice: che prospettive trarre dai risultati delle elezioni regionali in vista delle politiche del 2027?
La risposta è altrettanto semplice: nessuna.
Basterebbe osservare il dato della partecipazione per mettere fine alla narrazione dominante.
– Elezioni politiche 2022, astensione 36,1%
– Elezioni regionali di questa settimana, astensione 56,4%
Due elezioni, due mondi diversi.
Quasi 20 punti percentuali di differenza.
Un abisso nella composizione dell’elettorato.
Chi vota alle regionali non è (necessariamente) chi vota alle politiche.
E soprattutto, chi non vota alle regionali costituisce un universo enorme e silenzioso che decide la partita nazionale.
L’idea che un risultato ottenuto con il 43% di elettori attivi — per lobpiù mobilitati da reti di prossimità — possa anticipare il comportamento di un corpo elettorale ben più ampio e politicamente motivato è, di fatto, un abuso interpretativo.
La distinzione tra voto locale e voto nazionale non è un dettaglio, ma un principio strutturale.
Il voto regionale premia o punisce amministrazioni uscenti, misura l’efficacia delle reti territoriali, valorizza candidati conosciuti personalmente, fotografa il rapporto tra cittadini e servizi: sanità, trasporti, welfare locale.
Il voto politico seleziona visioni di Paese, giudica leadership nazionali, è influenzato da dinamiche macroeconomiche, si concentra su lavoro, tasse, sicurezza, Europa, esteri.
Sovrapporre questi due livelli è come voler prevedere il mercato azionario osservando la sagra di paese: forse interessante, ma metodologicamente insensato.
Ogni interpretazione affrettata ha due motori: il marketing politico e le analisi televisive da talk show.
Da un lato ci sono i partiti che usano le regionali come propaganda di conferma: se vincono, annunciano la marcia trionfale; se perdono, rinviano ad altre tornate elettorali.
Dall’altro lato ci sono opinionisti e conduttori che devono costruire una narrazione immediata, possibilmente drammatica, perché i media non tollerano il vuoto.
Il risultato è un eterno déjà-vu: ogni colore sulla cartina regionale viene letto come prefigurazione del Parlamento, anche quando il dato di partenza è irrilevante.
Chi vuole davvero immaginare il 2027 deve guardare altrove.
Se vogliamo prevedere le tendenze che plasmeranno le prossime politiche, dobbiamo abbandonare la dipendenza dalle urne locali e guardare alle variabili strutturali:
– partecipazione giovanile, oggi drammaticamente bassa;
– condizioni materiali e percezione del futuro, molto più rilevanti del colore di una regione;
– assenza di crescita dell’economia e conseguente stagnazione dei redditi, che generano astensione o radicalizzazione;
– rapporto tra cittadini e istituzioni, nazionali ed europee;
– Influenza della propaganda ibrida esterna e dell’emotività riversata sull’opinione pubblica
– leadership e credibilità programmatica, che alle regionali giocano un ruolo quasi nullo.
Le elezioni politiche si misurano nel campo della visione, della fiducia e del conflitto democratico.
Quelle regionali nel campo delle relazioni territoriali e della gestione quotidiana.
Le elezioni regionali sono la fotografia di un momento locale, non la previsione di un destino nazionale.
Usarle come bussola per il 2027 significa scrutare oggi il mare da una qualsiasi baia e pensare di poter prevedere la forza delle onde sul resto delle coste fra un anno e mezzo.
Marco Taradash

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